L'avversaria: una lettura che costringe ad ammettere il fallimento

0
In foto, L'avversaria, il libro di Michela Srpic, edito da Transeuropa Edizioni. Foto di Ylenia Del Giudice

In foto, L’avversaria, il libro di Michela Srpic, edito da Transeuropa Edizioni. Foto di Ylenia Del Giudice

Un titolo duro, come duro è il libro. Un romanzo volutamente crudele e fastidioso che lascia vagare il lettore e lo porta a chiedersi se la vicinanza che sente verso quel personaggio sia giusta o se, proprio per questo, dovrebbe riflettere sul farsi aiutare da qualcuno. L’avversaria non fornisce risposte, non è un manuale e non vuole giudicare. Ne L’avversaria viene finalmente messa nero su bianco quella parte marcia che ogni genitore vive almeno una volta e che, sembrerà strano, è anche normale. Almeno fino a quando non ci sono figli morti.

L’unica cosa che sapevo di questo libro è che avevo conosciuto la scrittrice e che la storia fosse liberamente ispirata da un fatto di cronaca, così come i testi proposti dalla collana Wildworld di Transeuropa edizioniL’avversaria, di Michela Srpic, è l’ultima creatura della casa editrice e la prima nata dalle mani di Michela. Un romanzo provocatorio come la sua scrittrice. Michela sa quel che dice, lo vede tutti i giorni nel suo lavoro: situazioni al limite del vero che hanno come protagonisti figli piccoli e famiglie problematiche.

L’avversaria: una storia comune

Una storia di ordinaria amministrazione: due persone si conoscono, si innamorano, si sposano, si trasferiscono in un piccolo Eden, lontano da tutto – o quasi – e hanno due figli. La vita sembra meravigliosa.

Invece, nevica. Doveva smettere ieri, e non ha smesso: il Mago ha sbagliato le previsioni.

Inizia così, L’avversaria; il tono piatto di chi subisce la meraviglia di una previsione sbagliata.

Ma la domenica non occorre uscire. Serve solo ai cani, che però si arrangiano. Da queste parti tutti i cani se la cavano da sé, non serve trascinarli fuori all’alba: vanno, fanno, sotterrano, la merda si gela e poi svanisce. Noi però, di cani, non ne vogliamo.

Una narrazione che spiazza già dalla prima pagina. Una linea fredda, dura e precisa che taglia come un coltello seghettato e arrugginito le convinzioni di quei lettori abituati al tragico diario di una donna pazza – o comunque da compatire. La lama si infila e scende giù, facendo avanti e indietro, lacerando in poche righe il modello che abbiamo sempre testato e verificato con successo. Quando il lettore se ne accorge, però, è tardi, il danno è fatto e non si può smettere di leggere.

L’avversaria: dietro la casa nella prateria, il mattatoio

L'avversaria è il rovescio della medaglia, è l'odore di muffa e di legno fradicio che alberga impunito nelle case.

L’avversaria è il rovescio della medaglia, è l’odore di muffa e di legno fradicio che alberga impunito nelle case.

Con L’avversaria, Michela porta il lettore direttamente dall’altra parte del vetro opaco. Un vetro che racchiude al suo interno una comunissima famiglia in cui la perfezione è necessaria, in cui bisogna dare il massimo sempre e sempre con il sorriso. Dove la giornata si passa al lavoro, lui; si passa a fare marmellate e accudire la prole, come dovrebbe fare una donna per bene, lei. Una donna che, per avere avuto due figli, ancora è attraente.

Nella quarta di copertina si legge una trama fuorviante, tipica dei romanzi che nascondono molto di più. Liberamente ispirato a Cogne e altri fatti di cronaca dove questi figli muoiono in circostanze misteriose, per mano di estranei, di lavatrici assassine e nastri adesivi ribelli. L’avversaria è molto di più. È il rovescio della medaglia, è l’odore di muffa e di legno fradicio che alberga impunito nelle case.

L’avversaria: tra realtà e finzione

Difficile dire dove realtà e finzione riescano a separarsi. Non esiste un confine delineato con forza in questa storia. Ogni donna che subisce la vita altrui e indossa abiti che le stanno stretti è una donna che potrebbe compiere questi gesti. Una donna che potrebbe iniziare a distorcere la percezione delle cose, perché non serve essere pazzi: basta passare ogni notte sveglia a gestire, da sola, le paralisi notturne del tuo figlio più piccolo. Martino ha quattro anni ed è un demonio; Flavio è un po’ più grande, responsabile ma, soprattutto, libero dal legame materno. Martino vive per accontentare i bisogni della madre; è il capro espiatorio per la domanda «Cosa farò io senza di lui?». Una domanda che nessuna madre è in grado di rivolgere a se stessa davanti a uno specchio.

L’avversaria: il tono piatto che divora

L’intento di Michela non era quello di raccontare l’esperienza di una donna fuori di testa con manie omicide, ma quello di mostrare come sia facile nascondere la paura del fallimento e la frustrazione dietro l’ideale di perfezione. Compagni che non si accorgono di nulla, nonni che si preoccupano solo di tenere in braccio i nipoti e donne che non accettano di fallire, non accettano dire a loro stesse che non sono nate per questo tipo di vita magari, da gestire da sole.

Quando ho lasciato il mio lavoro, ho perso la scusa più valida che una madre possa avere, la sola giustificazione solida e concreta – come a scuola, da bambine – per aggiustarsi il rossetto nello specchio dell’ascensore, prendere una boccata d’aria e segnare, col passo da combattente, il proprio canto di libertà: sì, io esisto ancora.

Michela riesce a inserire determinati elementi narrativi in modo tale da esaltare aspetti di cui tutti, volontariamente, ignoriamo l’esistenza. Come per la masturbazione: si fa, ma non si dice.

L’Avversaria: chi può leggerlo?

Come detto qualche giorno fa, sconsiglio alle mamme impiastrate di pizzi e merletti e feci sante di leggere questo libro. Troveranno in Michela l’avversaria, non riusciranno ad andare oltre.

Per tutti gli altri è un consiglio di lettura, un romanzo da leggere e condividere. Sia che vi piaccia la cronaca nera, sia che vogliate sperimentare un punto di vista differente dal solito.

About author

Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

No comments

Potrebbero interessarti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi