Dolor y Gloria: il film testamento agli Oscar 2020

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Un dettaglio della locandina del film Dolor y gloria, di Pedro Almodovar

Un dettaglio della locandina del film Dolor y gloria, di Pedro Almodovar

Il cinema come strumento salvifico e testamento da lasciare ai posteri, per comprendere gli aspetti di una vita dalle mille sfaccettature e problematiche di un regista osannato che vive e teme di finire, ogni istante, nella spirale del blocco creativo: è Pedro Almodo… pardon, Salvador Mallo, il protagonista dell’ultima creatura del cineasta spagnolo dal titolo Dolor y Gloria.

Accolto tra gli applausi al festival di Cannes 2019 e con la consegna del premio al Migliore attore all’interpretazione di Antonio Banderas, il film drammatico – da non prendere troppo alla lettera per i riferimenti autobiografici, come sostiene lo stesso Almodovar – è stato il preferito, assieme al vincitore Parasite, in lizza per l’ambita statuetta come Miglior film straniero agli Oscar 2020.

Il protagonista Salvador Mallo (Antonio Banderas) nella scena iniziale del film Dolor y gloria, di Pedro Almodovar

Il protagonista Salvador Mallo (Antonio Banderas) nella scena iniziale del film Dolor y gloria, di Pedro Almodovar

La pellicola si apre con il fotogramma di Salvador Mallo (Antonio Banderas) immerso inerme sott’acqua, quasi in procinto di venire al mondo, con una lunghissima cicatrice che percorre la colonna vertebrale. Una dissolvenza catapulta nell’infanzia del regista, con la madre Jacinta (Penelope Cruz) e le donne di paese intente a lavare i panni e cantare sotto i raggi del sole. Il ritorno alla vita reale mostra il regista, in crisi, che viene contattato per partecipare a un dibattito sul suo primo film Sabor, al quale viene invitato anche il protagonista Alberto (Asier Etxeandía), con il quale Salvador non ha un buon rapporto. Il regista convince Alberto ad andare con lui e, sotterrata l’ascia di guerra, i due “festeggiano” fumando l’«eroina della pace»: è questo l’inizio della dipendenza per il regista.

Il livello fisico ed emotivo alterato dalla droga gli fa ripercorrere l’infanzia da corista – con la passione per i Beatles e il cinema – vissuta però «da assoluto ignorante». Rimedia alle lacune da adulto, imparando la geografia in giro per la promozione dei suoi film e l’anatomia con la scoperta delle innumerevoli malattie di cui soffre. Con la madre si trasferisce a Paterna, conducendo una vita di stenti in una spoglia casa-grotta. Capace di scrivere, leggere e fare i conti, Salvador viene notato da Eduardo, un giovane pittore e imbianchino analfabeta che accetta di prendere lezioni dal bambino in cambio di lavoretti domestici. Data la precocità di Salvador, Jacinta cerca di convincerlo a entrare in seminario e diventare prete, unico modo per avere un’istruzione.

Eduardo (César Vicente) in una scena del film Dolor y gloria, di Pedro Almodovar

Eduardo (César Vicente) in una scena del film Dolor y gloria, di Pedro Almodovar

Tornato al presente, Salvador accoglie Alberto in casa sua, dove è rintanato al buio per una forte emicrania e poco dopo rischia di soffocare per un disturbo che ha da alcuni giorni alla gola. All’insaputa di Salvador, Alberto scopre nel PC l’opera teatrale Addiciòn (La dipendenza) e ne rimane entusiasta. Dopo un litigio avvenuto durante il mancato appuntamento alla cineteca sull’incapacità recitativa di Alberto in Sabor perché drogato, Salvador, per farsi perdonare, cede all’uomo i diritti di Addiciòn.

Alla prima dello spettacolo assiste Federico (Leonardo Sbaraglia), primo amore di Salvador, che si riconosce nell’opera messa in scena e chiede ad Alberto il contatto e l’indirizzo del regista. I due si incontrano per l’ultima volta, ripercorrendo la loro relazione di tre anni, vissuta a Madrid, della passione e della dipendenza di Federico, ormai disintossicato e padre di due figli. Dopo aver rifiutato di avere un rapporto sessuale con l’antico amante, Salvador decide di mettere fine alla sua dipendenza: va da un dottore e capisce che le frequenti crisi che lo portano quasi a strozzarsi sono dovute a una forma di osteofitosi operabile.

Alberto (Asier Etxeandía) e Federico (Leonardo Sbaraglia) nei camerini dello spettacolo Addiciòn, in una scena del film Dolor y gloria, di Pedro Almodovar

Alberto (Asier Etxeandía) e Federico (Leonardo Sbaraglia) nei camerini dello spettacolo Addiciòn, in una scena del film Dolor y gloria, di Pedro Almodovar

I pensieri lo conducono con rimpianto all’ormai anziana madre (Julieta Serrano), da sempre a conoscenza dell’omosessualità di Salvador, il quale promette alla donna di riportarla a Paterna per passare lì gli ultimi istanti di vita, senza riuscire a realizzare il suo desiderio.

A scuotere in positivo Salvador sarà l’invito a una mostra nella quale il regista acquista un ritratto di lui bambino che Eduardo aveva realizzato durante una pausa dal lavoro in casa. In quell’occasione Eduardo, sporco di pittura chiede a Salvador una tinozza dove potersi lavare e, poco dopo, Salvador sviene vedendolo nudo. Dietro al ritratto, Salvador scoprirà un messaggio rivolto a lui durante il suo periodo in collegio e mai recapitato dalla madre. Questo ricordo lo porterà a scrivere la sua nuova opera El primer deseo (Il primo desiderio).

Il film termina con Salvador in procinto di essere operato alla gola e un flashback di lui da bambino ad attendere con la madre la loro partenza per Paterna, alla quale chiede se nella città ci sarà un cinema. Quella scena del passato, in realtà, è la prima del film che Salvador, di nuovo in forma, sta girando.

Salvador Mallo (Antonio Banderas) e l'anziana madre Jacinta (Julieta Serrano) in una scena del film Dolor y gloria, di Pedro Almodovar

Salvador Mallo (Antonio Banderas) e l’anziana madre Jacinta (Julieta Serrano) in una scena del film Dolor y gloria, di Pedro Almodovar

Dopo film pop e provocatori – Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988), Carne tremùla Tutto su mia madre (1997), Parla con lei (2002) e La mala educaciòn (2004) – Dolor y Gloria rispecchia l’evoluzione sobria e malinconica del regista spagnolo e quella della cara Spagna.

Definita dallo stesso Almodovar «una dichiarazione d’amore per il cinema e per me stesso», la pellicola raggiunge l’obiettivo grazie alla magistrale interpretazione di Antonio Banderas, che rende bene il senso dell’alter-ego del regista (dipendenza a parte). Dall’anagramma del nome ai capelli dritti, dagli occhialoni fino alla gestualità, e grazie a una sceneggiatura profonda, il film mostra un realismo emozionante che rende pregni di significato anche i silenzi.

Con un personaggio costruito «pezzo dopo pezzo», Banderas è ben lontano dall’interpretazione in La pelle che abito, Il Gatto con gli stivali e i criminali hollywoodiani e sembra aver raggiunto la giusta maturità artistica per uno spazio nell’Olimpo dei grandi attori, per un cinema impegnato e non per tutti.

Il protagonista Salvador Mallo (Antonio Banderas) in una scena del film Dolor y gloria, di Pedro Almodovar

Il protagonista Salvador Mallo (Antonio Banderas) in una scena del film Dolor y gloria, di Pedro Almodovar

A colpire è la scelta di Almodovar di non menzionare i film di successo della carriera del regista, per non scivolare nell’autocelebrazione e partire, invece, da una fase di crisi e dolore fino al momento in cui il protagonista ritrova la forza e la voglia di mettersi in discussione grazie alla riscoperta del suo «primo desiderio» – incarnato nella sfera sessuale dalla visione di Eduardo nudo e in quella artistica dalla passione cinematografica. Il tutto è corredato dalla fotografia di José Luis Alcaine, in cui a prevalere sono il rosso, l’arancione e l’azzurro per il presente e tonalità meno accese per il passato, idealmente relative alla purezza e alla semplicità di quel periodo.

A fare da rifugio per Salvador, la casa-museo identica a quella del regista Almodovar, con gli stessi mobili e gli stessi quadri, perché «i quadri sono la mia compagnia, ci vivo con loro», in antitesi alla grotta di Paterna, spoglia e decorata alla buona da Jacinta.

Jacinta (Julieta Serrano) in una scena del film Dolor y gloria, di Pedro Almodovar

Jacinta (Julieta Serrano) in una scena del film Dolor y gloria, di Pedro Almodovar

A rendere la pellicola mai banale, i flashback tra passato e presente introdotti allo spettatore attraverso i violini e l’oboe della superba e ormai fedele colonna sonora firmata Alberto Iglesias, aggiungendo anche un omaggio a Mina con la canzone Come sinfonia. Emozionante il pezzo iniziale A tu vera cantato da Rosalìa, apparsa in un breve cameo, che racchiude la semplicità dei momenti di vita quotidiana delle donne negli anni Sessanta.

Insieme alle figure emblematiche nella vita del protagonista, quasi di felliniana rimembranza, non poteva mancare la figura materna – con cui il regista nella vita reale ha avuto un rapporto travagliato – interpretata dal premio Oscar Penelope Cruz, nel ruolo della giovane tenace e resiliente, e da Julieta Serrano, per quello dell’anziana rigorosa e delusa dall’omosessualità del figlio. Immancabili le citazioni delle mitiche Marilyn Monroe, Natalie Wood e Liz Taylor, simboli di un amore per un cinema che guarisce, la cui idea «è sempre stata legata alla bellezza delle notti d’estate, perché solo d’estate avevamo il cinema».

Nella scena finale si intuisce la simbiosi tra Banderas e Almodovar poiché il regista, fatto lo stesso percorso di Salvador, sembra essere guarito, per mettere finalmente in scena quelli che sono stati i pezzi di una vita e dare al pubblico nuove emozioni. Bienvenido de nuevo, maestro.

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Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco le mie dita, le mie idee, le mie emozioni, un desiderio irrefrenabile di dire la verità, irriverenza, ironia. Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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