L'Odradek, l'uomo del ventunesimo secolo. Il monito di Eugenio Montale

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In foto, Eugenio Montale nel suo studio

In foto, Eugenio Montale nel suo studio

Capita spesso di vedere uomini d’arte, creativi o semplicemente grandi menti anticipare, con ampio preavviso, quegli eventi e quei cambiamenti che finiranno poi per travolgere l’umanità. Basta poco, in fin dei conti, per riuscire a leggere tra le righe di quello che è il brulicare della società. Un pizzico di sensibilità, qualche grammo di esperienza e una buona dose di spirito critico.

Così, spesso, osservando il mondo che oggi ci ritroviamo di fronte non possiamo far altro che declamare quelle fatidiche parole: «Vedi? Avevano ragione loro». Anzi, in questo caso, aveva ragione lui. Parliamo di Eugenio Montale, volto a dir poco noto della letteratura e della cultura umanistica del ventesimo secolo che non poco ha influenzato il cosmo letterario della nostra nazione.

Da molti conosciuto principalmente per la sua attività poetica, forse non tutti sono a conoscenza di quella che fu invece la maggiore occupazione del poeta genovese: il giornalismo. Un vero e proprio secondo mestiere (come da lui stesso definito), quello della carta stampata, necessario e fondamentale considerata la già a quei tempi impossibilità nel guadagnarsi da vivere con la sola arte. Eugenio Montale, quindi, si è mosso nel mondo delle pubblicazioni giornalistiche fin dai suoi esordi, nel 1920, curando un disparato range di ambiti che andavano dalla critica artistica a quella sociale.


Così, afferrando l’edizione del Corriere del 7 agosto 1959 possiamo trovare, tra le sue pagine, Odradek, un controverso pezzo che il poeta-critico dedicò alla riflessione sulla nascita di un «uomo nuovo»,


E proprio tra le pagine del Corriere della Sera, dove lavorò dal 1948 al 1973, troviamo alcuni degli articoli più interessanti prodotti da un personaggio tanto controverso quanto influente. Quello di Montale era un occhio costantemente vigile sul mondo circostante, sul suo sviluppo e continuo cambiamento. Così, afferrando l’edizione del Corriere del 7 agosto 1959 possiamo trovare, tra le sue pagine, Odradek, un controverso pezzo che il poeta-critico dedicò alla riflessione sulla nascita di un «uomo nuovo» che avrebbe, da lì a poco, preso sempre più piede.

Il nome Odradek non suonerà sicuramente nuovo all’orecchio degli amanti della letteratura. Comparso per la prima in Il cruccio del padre di famiglia, racconto di Franz Kafka contenuto nella raccolta Un medico di campagna, l’Odradek è una creatura immaginaria, dalle sembianze di un rocchetto di filo ma, soprattutto, priva di un reale senso e scopo.

Così il poeta genovese prende il via da esso per tentare di descrivere, in maniera quasi brutale, la sua visione dell’uomo nuovo, quello che con il passare del tempo e con il progresso senza freni dei nuovi mezzi di comunicazione di massa avrebbe sostituito l’essere individuale e individualista fino a quel momento conosciuto: «Se è vero che ancora ci riesce dolorosa l’idea che debba sopravviverci (l’Odradek, nda) i nostri figli non proveranno più alcun dolore: la loro identificazione con il mobile congegno sarà perfetta».

In foto, lo scrittore Franz Kafka e la copertina del libro Un medico di campagna, edito da Passigli editori

In foto, lo scrittore Franz Kafka e la copertina del libro Un medico di campagna, edito da Passigli editori

Facendo un piccolo passo indietro, quella che Eugenio Montale tentò di offrire tra le pagine del suo operare giornalistico fu una visione armonica e sincrona dell’evoluzione dell’arte e dell’essere umano. L’impegno artistico, di fatto, come è noto procede e procedeva di pari passo con il mutare delle tendenze della società. Molte le connessioni che il poeta genovese fu in grado di trovare tra il grande cambiamento dell’arte, sempre più commerciabile e sempre più incentrata sulla produzione di massa, e quell’accellerare dei tempi interiori ed esteriori che portarono l’individuo a un progressivo “alleggerirsi” culturale.

Fermandoci a riflettere su quelli che sono i meccanismi tanto dell’universo artistico quanto le evoluzioni del mondo societario attuale, è impossibile non trovare nelle pagine di Montale le sintomatologie, gli stadi preliminari di quello che potrebbe diventare, se non lo è già diventato, il mondo del ventunesimo secolo.

Una visione che potremmo considerare, forse, in parte catastrofista, ma non troppo lontana dalla verità. Mentre l’arte si perdeva nei barocchismi e gli sperimentalismi della seconda parte di secolo, in parte svuotandosi di contenuto in favore di un’innovazione sempre più rapida, quello che il poeta genovese individuava nell’opera del nuovo tempo era una sempre più diffusa mancanza di concetto.


Le idee sono diventate un genere d’uso: si indossano e si dimettono al primo variare della moda […] il problema è di pensare come pensano gli uomini che nei vari campi sono ritenuti importanti; e di non mantenere quelle idee neppure un minuto più del necessario.


Un concetto che, in ogni caso, anche lì dove presente non avrebbe avuto il tempo per fare breccia nella mente di un uomo sempre più rapido, sempre più propenso a un veloce cambio di forma, o meglio, di «idea», come indicato in Soliloquio, articolo pubblicato il 15 dicembre 1961: «Le idee sono diventate un genere d’uso: si indossano e si dimettono al primo variare della moda […] il problema è di pensare come pensano gli uomini che nei vari campi sono ritenuti importanti; e di non mantenere quelle idee neppure un minuto più del necessario».

Così, al rapido variare delle idee, allo stesso modo variavano le tendenze, le mode, ormai tiranne del mercato artistico in grado di rendere ogni opera estremamente temporanea, fugace, un contenuto di cui disfarsi con estrema rapidità senza che possa lasciare alcuna traccia.

Quella riportata da Eugenio Montale è un’analisi sicuramente sui generis ma che ben inquadrava il grande cambiamento del mercato artistico, visto con l’occhio di chi quel mondo lo viveva e (in parte) lo subiva in prima persona. Auto da fé, raccolta di articoli del poeta contenente il grosso delle sue pubblicazioni per il Corriere della Sera, si propone così come un ottimo specchietto retrovisore, fornendoci nelle parole del poeta l’evidenza di un grande pericolo, quello dell’Odradek, dell’uomo rapido, dell’uomo svuotato dai suoi concetti e, allo stesso tempo, dai suoi contenuti.

In foto, il poeta genovese Eugenio Montale

In foto, il poeta genovese Eugenio Montale

Impossibile da contrastare, in quanto figlio di quei nuovi mezzi di comunicazione di massa, ormai strumento fondante della società del tempo, l’Odradek, l’uomo nuovo, è visto e viene descritto come la nuova grande tentazione, quella a cui molti, i meno forti, si prostrano debolmente, mentre pochi altri tentano una solo timida opposizione. Di fatto, chi estraneo a quella nuova forma, tanto nel mondo dell’arte quanto nella vita di tutti i giorni, era individuato da Montale come una futura vittima di un brutale allontanamento.

Quanto vi è di vero, nel 2020, nelle pagine di Montale? Molti elementi sono estremamente attuali. L’arte è come non mai commercializzata. Dalla musica al cinema il prodotto di massa è ormai elemento dominante, come lo è anche la sovraproduzione artistica (specie in campi come la musica). Il bisogno di tenere il passo con i ritmi commerciali ha creato un livello di separazione importante tra arte autoriale e il prodotto da «smercio radiofonico», dove il primo vive succube in una nicchia mentre il secondo divora e detta legge sul funzionamento di tutto il meccanismo artistico.

Impossibile, quindi, non notare come il variare del mercato abbia necessariamente modificato in maniera simile a quella indicata da Montale anche la produzione artistica. E l’uomo? Che ne è dell’Odradek? Di quella creatura rapida, veloce, senza uno scopo apparente?


Siamo effettivamente diventati l’Odradek? Forse sì, forse no. Il rischio, però, è alto e qualcuno lo aveva già individuato con grande anticipo.


Nell’era dove i mezzi di comunicazione di massa sono divenuti ormai il punto focale delle nostre vite il grande rischio della perdita di un individualismo spiccato è sempre più acuto, specialmente nelle nuove generazioni. Lo si vede, in maniera lampante, nella grande difficoltà che viene spesso riscontrata nella costruzione di un proprio luogo del mondo, nella propria autodefinizione e, soprattutto, nell’affrontare la vita affettiva, lì dove la dimensione dello scambio reciproco sembra sempre più mettere in difficoltà le persone.

Gli spunti sono molteplici, forse troppi per riuscire a trattare, in un solo articolo, con dovizia l’argomento. Lo scopo finale della trattazione è quello dello spunto di riflessione. Non una lettura dove trovare delle risposte certe e approfondite, ma qualcosa in grado di far porre delle domande. Aguzzare l’occhio nella vita di tutti i giorni per guadagnare quello spirito critico, quell’idea che nelle parole di Montale sembrava essere (e sembra tutt’ora) divenuta così sfuggente.

Siamo effettivamente diventati l’Odradek? Forse sì, forse no. Il rischio, però, è alto e qualcuno lo aveva già individuato con grande anticipo.

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Lorenzo Natali

Lorenzo Natali

Musicista, studente di lettere e giornalista nel mondo on line da due anni. Appassionato a tutto ciò che riguarda l'arte e la società, ottimo risolutore di problemi altrui, profondamente inconsistente per i propri. La natura da capricorno ascendente cancro è croce e delizia, ma cosa sarebbe in fondo il mondo senza la continua lotta tra luci e ombre? Solo una grande noia.

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