Addio al mafia-movie: il canto malinconico di Martin Scorsese in The Irishman

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Una delle locandine promozionali del film The Irishman, di Martin Scorsese, prodotto da Netflix

Una delle locandine promozionali del film The Irishman, di Martin Scorsese, prodotto da Netflix

L’addio definitivo a un genere che ha appassionato tutti e ha segnato la storia del cinema; l’epilogo di quella storia infinita che lega il mafia-movie alla storia americana; il finale perfetto anche per quel regista che è stato il cantore per eccellenza di un mondo, di cui ha messo in risalto non solo la violenza e le contraddizioni, ma soprattutto il lato umano, le nevrosi e i legami tra le persone. The Irishman di Martin Scorsese rappresenta alla perfezione tutto questo. È emozionante, anche se fortemente scorsesiano, lo sguardo nuovo del regista, la prospettiva unica sul mondo della mafia americana, in particolare quella proveniente da Little Italy.

Martin Scorsese in questo film mette prima di tutto gli anni che ha e, non a caso, la prima differenza che si nota rispetto ai suoi lavori precedenti è che, in questo caso, c’è una sensibilità diversa, perché il punto di vista è quello di un vecchio, come il protagonista e come Martin.


Il punto di vista di un autore che maneggia la storia con una sensibilità diversa, non più da figlio o marito ma anche da padre, ci regala un nuovo dramma incastonato nella vita da gangster.


Se Mean Street (1973) rappresenta lo sguardo di un ragazzo che entra per la prima volta in un mondo che guardava da fuori; se Quei bravi ragazzi (1990) inizia con il racconto di un adolescente per poi focalizzarsi sulla prima parte della vita del protagonista con i figli ancora piccoli e la moglie ancora giovane; se Casinò (1995) racconta la parabola di un uomo già adulto, The Irishman (2019) è la perfetta conclusione di un ciclo che, come si può notare dalle date di produzione delle singole opere, va di pari passo con la vita del regista. Questo dimostra come, a seconda delle fasi della vita, Martin ha privilegiato un certo tipo di sguardo e di approccio – che poi era, ed è, proprio il suo sguardo e il suo approccio!

Il rapporto padre-figlia in The Irishman

Frank Sheeran (Robert De Niro) e Jimmi Hoffa (Al Pacino) in una scena del film The Irishman, di Martin Scorsese, prodotto da Netflix

Frank Sheeran (Robert De Niro) e Jimmi Hoffa (Al Pacino) in una scena del film The Irishman, di Martin Scorsese, prodotto da Netflix

In questo contesto si inserisce inoltre una delle sotto-storie più riuscite, potenti e commoventi del film: il rapporto tra Frank Sheeran (Robert De Niro) e una delle sue figlie Peggie. Se nei vecchi film il rapporto con i figli era spesso marginale, a favore del rapporto con i padri (naturali o putativi), le madri e le mogli, il punto di vista di un autore che maneggia la storia con una sensibilità diversa, non più da figlio o marito ma anche da padre, ci regala un nuovo dramma incastonato nella vita da gangster che si palesa soprattutto nel finale, con la decisione drastica della figlia di abbandonare definitivamente un padre a cui non ha mai voluto veramente bene e che non ha mai rispettato.

The Irishman è tratto da una storia vera ed è un racconto malinconico, stanco e disilluso, caratterizzato da tempi dilatati, ferite ancora aperte e rimpianti di un morente sicario della mafia, Frank Sheeran, che aspetta solo di lasciare questo mondo in solitudine. Un racconto di amicizia, di tradimenti, di violenza, un racconto che passa per le fasi più importanti e scandalose della storia americana, come l’assassino di John Kennedy, la guerra a Cuba e, più nel dettaglio, la scomparsa del sindacalista Jimmi Hoffa (Al Pacino). Il film offre una versione di questa storia, non per forza veritiera ma comunque verosimile.


Nemmeno con la migliore delle tecnologie si può tornare indietro e cambiare le cose.


Una réunion di vecchi amici che vede, oltre ai due già citati Al Pacino e De Niro, anche Joe Pesci nei panni –confortevoli per lui – del gangster, a completare il quadro con una delle migliori interpretazioni della sua carriera. Sontuosa è anche l’interpretazione di Al Pacino nel ruolo vulcanico, come la sua recitazione, del sindacalista scomparso. Appare un po’ più spalla degli altri – e di tutta la storia – De Niro che subisce anche un ruolo più fisico rispetto ai colleghi ma si riscatta nel finale, quando gli altri due gli lasciano la scena e si trova da solo a dover chiudere il film e riempire lo schermo.

La tecnica di ringiovanimento VFX spinge l’asticella della tecnologia e degli effetti un po’ più in là e, quando il rinnovamento passa da un film d’autore e non da un blockbuster, è sempre una notizia. Anche la fredda tecnica nasconde un aspetto malinconico: nonostante il digitale riesca ad offrire delle sembianze giovanili agli attori, è nelle scene fisiche che il trucco viene messo a nudo e resta lì, a ricordarci che nemmeno con la migliore delle tecnologie si può tornare indietro e cambiare le cose.

Questo è anche ciò che sembra volerci dire il protagonista Frank Sheeran quando si trova in punto di morte a parlare con il prete, di fronte al quale non riesce nemmeno a fingere di pentirsi per tutto quello che ha fatto. La storia si sviluppa per flashback, il punto di vista è dello stesso Frank Sheeran che ci trascina in un finale delicato e commovente in cui vengono fuori il sentimento di risentimento e nostalgia del protagonista, che con un semplice gesto tributa l’amico Jimmi Hoffa.

Un finale perfetto di film e di carriera (non è vero Martin, aspettiamo già il prossimo) che, nonostante la lunghezza della pellicola e la produzione Netflix, ci si augura non lasci indifferente l’Academy.

About author

Antonio Pistone

Antonio Pistone

Classe '91 ma veramente poca (di classe, s'intende). Laureato in Giurisprudenza, mi piace il cinema, la brutta musica, i cappellini di lana colorati, gli odori che cambiano con il cambiare delle stagioni, collezionare libri (anche senza leggerli) e il Napoli.

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