BEN&THEGIANT ci spiegano l'eterna lotta tra testa e cuore

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In foto, i componenti del gruppo BEN&THEGIANT

In foto, i componenti del gruppo BEN&THEGIANT

La necessaria, eterna lotta tra cuore, testa e pancia la conoscono benissimo i componenti della band BEN&THEGIANT, che proprio nello scontro tra la normalità e la mostruosità hanno trovato la giusta epifania per il loro nome.

Loro sono Luca Gullì (voce e chitarra ritmica), Michael Mustone (chitarra solista e voce), Alessandro Pregnolato (basso e voce) e Simone Santini (percussione e voce) e il loro nuovo EP si chiama Human Traffic. Le cinque tracce si muovono con eleganza tra melodie pop e momenti più energici, che portano l’ascoltatore in una dimensione staccata dalla quotidianità e lo lanciano verso quelli che Battiato chiamava «mondi lontanissimi». Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Luca: questo è ciò che ci ha raccontato.

Partiamo dal principio, come vi è venuto in mente di chiamarvi BEN&THEGIANT?

«Volevamo un nome che suonasse bene e direi che lo scopo è stato raggiunto. Inizialmente pensavo a una cosa simile a David and Goliath, ma non suonava un granché; allora ho pensato alla fiaba dei fagioli magici, Jack and the Giant, ma il nome non mi faceva impazzire e l’ho sostituito con uno di fantasia, per l’appunto Ben. L’ho pronunciato nella mia testa e tutto sembrava avere senso, come se fosse un tutt’uno. Ecco perché lo scriviamo tutto attaccato».

La cover dell'EP dei BEN&THEGIANT, Human Traffic

La cover dell’EP dei BEN&THEGIANT, Human Traffic

Human Traffic è il vostro ultimo EP, uscito lo scorso ottobre. Cinque brani che raccontano cinque storie affascinanti. Partiamo dalla genesi del titolo.

«Mi piaceva inserire la parola Human nel titolo, ma mi venivano in mente solo cose tipo Hello Humans, che onestamente era un po’ banalotto. Poi, mentre eravamo in studio, mi è tornata in mente una clip pubblicata su Facebook da qualche mio contatto inglese, estratta da un film in lingua mai approdato in Italia. Era una scena fuori di testa, un po’ alla Trainspotting. Andai a cercare il titolo di quel film ed era appunto Human Traffic, che al giorno d’oggi può assumere diversi significati».

Imaginary Love è la storia di un dialogo con una persona idealizzata, un brano scritto per le persone innamorate. Ma qual è il vostro concetto di amore?

«Se parliamo di amore in generale, limitarlo alle persone lo trovo riduttivo: per me si può parlare di amore senza cadere in concetti romantici o sentimentali. Può essere banalmente un cerchio che si chiude, dei puntini che si uniscono, quando pensi a una cosa e tutto torna. Può essere la sensazione che provi quando stai scegliendo un appartamento dove andare a vivere e senti che sarà quello, può essere una città, un pezzo che stai scrivendo. È qualcosa che ti entra in testa e non vuole uscirne, come se la tua vita non possa prescindere da quella cosa.

«Ovviamente capita anche con le persone, ma nel testo di Imaginary Love c’è un retrogusto malinconico perché nonostante abbiamo tutti un’idea di ciò che potrebbe essere la nostra persona ideale, finiamo più per rincorrere quell’idea che guardare ciò che abbiamo davvero tra le mani. Parafrasando la conclusione del ritornello, «We’re wasting all time of the world and that’s so wrong, while we are still alone» rappresenta quel desiderio conflittuale che ti spinge ad aspettare la perfezione a tal punto da rimanere solo. Ma questa è solo la mia interpretazione, mi piace che ognuno tragga le proprie ascoltando i nostri brani, che sono volutamente poco specifici».

Hurricane invece è un brano che sa di nostalgia, quella degli anni Novanta, in cui la parola indie aveva ancora un senso. In che epoca siamo secondo voi?

«Felice di sentire che c’è chi sa cosa fosse il vero indie! Credo che siamo in un’epoca emulativa dei tempi – forse apparentemente – gloriosi; di conseguenza, spesso le cose appaiono effimere. Ora vanno gli anni Ottanta, mischiati un po’ al decennio successivo, domani chissà. Viviamo in un periodo nostalgico dovuto forse alla depressione sociale a seguito della crisi economica, quella che, per qualche ragione, abbiamo finto non sia mai esistita non appena abbiamo visto la luce in fondo al tunnel.

«Trovo che questo abbia influenzato anche la musica. Non credo sia necessario inventare sempre qualcosa di nuovo, anzi, vedo l’evoluzione come un qualcosa che lentamente assume forme diverse ispirandosi al passato, come hanno fatto i Beatles, come hanno fatto i Doors, come ha fatto chiunque. Però un conto è ispirarsi, un conto è scimmiottare, e temo che abbiamo un po’ perso per strada gli strumenti per riconoscere la differenza tra le due cose».

In foto, i componenti del gruppo musicale BEN&THEGIANT

In foto, i componenti del gruppo musicale BEN&THEGIANT

Da quale esigenza nasce il bisogno di cantare in inglese per un pubblico italiano?

«E chi l’ha detto che ci rivolgiamo al pubblico italiano? Tralasciando che – come ha detto di recente anche un artista italiano che stimo molto, The Leading Guy – “Ogni lingua ha bisogno del suo habitat musicale” e girando il concetto, dico che ogni tipo di musica necessita una lingua piuttosto che un’altra. Devo ammettere che se non avessi mai scoperto la scena indie (quella inglese), probabilmente non avrei mai imbracciato una chitarra. La cosa, però, che più mi dà soddisfazione è vedere come una mia canzone, nata nel posto più sconosciuto del pianeta e dall’artista più sconosciuto del mercato musicale, possa essere ascoltata (e dai feedback ricevuti anche apprezzata) da persone che abitano in Messico, Giappone, Scozia, Inghilterra. Preferisco avere cento persone sparse in giro per il mondo che si ritrovano in un sentimento che ho creato che mille che abitano nella mia provincia.

«La conversazione più piacevole l’ho avuta su Instagram, con un tizio di Glasgow che si rifiutava di credere che fossimo italiani e continuava a dire che avevamo uno spirito inglese. Ok, forse aveva bevuto, ma è stato comunque bello essere una band del mondo, non per il successo, ma per l’abbattimento delle frontiere e – a costo di sembrare un po’ hippie – riscoprirci tutti figli delle stesse emozioni al netto della nazionalità, della cultura o della società in cui viviamo».

Cosa dobbiamo aspettarci adesso da voi?

«Adesso noi volevamo mettere semplicemente la testa fuori dal guscio, cominciare a dire al mondo che esistiamo, senza troppi proclami. Siamo consapevoli che il mercato a cui puntiamo è sicuramente fuori dal nostro Paese e siccome come detto prima non abbiamo intenzione di omologarci solo perché abitiamo qui (per il momento). Prima di lanciare brani che abbiamo già pronti – e non sono pochi – stiamo prendendo contatti con realtà estere per vedere in che direzione muoverci. Se tutto va bene, quest’anno usciremo nuovamente almeno con un altro singolo. Ma, nel frattempo, non possiamo lamentarci assolutamente dei risultati che sta ottenendo Human Traffic e dell’affetto che stiamo ricevendo dal pubblico italiano. Abbiamo acceso il motore, ora sta a noi portare continuamente benzina, sperando che la gente ci aiuti a fare il pieno!».

About author

Giulia Perna

Giulia Perna

Meglio conosciuta come @machitelhachiesto. Salernitana di nascita e bolognese per amore di questa città. Ha conseguito il titolo di Laurea specialistica in Comunicazione pubblica e d'impresa presso l'Università di Bologna. Si definisce "malinconica per vocazione". Da grande vorrebbe osservare le stelle. Crede nella forza delle parole, nella bellezza che spacca il cuore e nella gentilezza rivoluzionaria. Le piace andare ai concerti, mischiarsi tra la gente, sentire il profumo del mare e camminare sotto i portici.

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