Diodato, che fa rumore senza urlare

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Il cantautore Diodato in una foto di Giuseppe Gradella, per la copertina dell'album Che vita meravigliosa

Il cantautore Diodato in una foto di Giuseppe Gradella, per la copertina dell’album Che vita meravigliosa

Mi è bastato un solo ascolto di Che vita meravigliosa, il nuovo album di Diodato, per avere la conferma di quello che penso da tempo: la sua musica è sensibile e gentile, non sgomita per farsi ascoltare, non urla, non inganna. È l’espressione più autentica e precisa di un talento che sa rivelarsi con delicatezza ed eleganza, che sa farsi ascoltare senza aver bisogno di impressionare, che sa travolgere senza artifici.

Diodato è un cantautore delicato e sensibile, utilizzo questi due aggettivi non a caso, perché il suo sguardo su ciò che vive e vede è attento, scrupoloso, puro: i suoi brani ne sono la prova, fotografano una verità e la restituiscono così com’è, ma impreziosita da un filtro che la rende meno severa, più armonica e poetica. Le verità di Diodato non sono mai spietate, anche quando fanno male, perché è capace di raccontarle con grazia, eleganza e, soprattutto, senza mai urlare.


Lo voce di Diodato sussurra, si rivela poco per volta, poi diventa totalizzante e non concede più distrazioni; la utilizza come uno strumento, ne fa un uso consapevole, preciso.


E poi ha un pregio che pochi altri hanno: la sua voce e la sua scrittura si somigliano esattamente. Entrambe sono sfaccettate, sanno essere profonde, potenti, magnetiche, sensuali, delicate. E Fai rumore, il brano con cui si è aggiudicato la vittoria del settantesimo Festival di Sanremo, ne è la prova: il suo testo sussurra una sensazione, la spoglia lentamente, ne rivela i contorni, fino a lasciare che esploda nel ritornello, in cui il tema dell’incomunicabilità, che può essere letto in chiave intima o universale, si fa spazio senza concedere attenuanti. Lo stesso fa la sua voce: sussurra, si rivela poco per volta, poi diventa totalizzante e non concede più distrazioni; la utilizza come uno strumento, ne fa un uso consapevole, preciso. Ecco, Diodato può (e sa) concedersi un registro vocale e di parole che offre a ogni brano una personalità precisa.

Che vita meravigliosa, a tale proposito, è un album fatto di undici fotografie, sguardi lucidi e puntuali che fermano momenti precisi e li raccontano con cura, garbo e sensibilità. Che vita meravigliosa ha una forma più pop rispetto al precedente Cosa siamo diventati, non solo per gli arrangiamenti, che virano verso un pop-rock di più facile presa, ma anche per i temi: Diodato si guarda dentro e intorno, accanto e di fronte, le storie che racconta sono intime e sofferte, universali e concrete, riflettono uno stato d’animo personale e comune.

Diodato e il suo Che vita meravigliosa, traccia dopo traccia


Il disco si apre con la title-track Che vita meravigliosa, un manifesto, una potente e appassionata disamina di cosa sia la vita e di cosa significhi vivere, lasciarsi travolgere, senza diventare vittime degli eventi («Sei la vita che ora ho scelto / E di questo non mi pento / Neanche quando si alza il vento / E mi perdo nel vortice di ogni tua folle passione»).

Segue Fino a farci scomparire, che racconta – con ritrovata lucidità e consapevolezza – l’indomani di un addio («Tu amavi insistere / Col tuo accanimento morale / E perdevamo tutto, anche la dignità / Dio mio, che male fa / Pensare a quel giorno in cui ci siamo dovuti lasciare / Che quando hai pianto mentre te ne andavi via / Ti sei portata anche me»).

La terza traccia di Che vita meravigliosa è La lascio a voi questa domenica, che denuncia la mancanza di empatia di una società arida, egoista, pronta a puntare il dito contro chiunque possa considerarsi un nemico; un brano che suona leggero, quasi scanzonato, ma che non fa sconti, restituisce un’istantanea nitida di un mondo che corre, che non si guarda più di fianco, che non s’accorge di un uomo che è morto (forse) suicida («Qualcuno si è buttato sotto un treno nella stazione di Cattolica […] / E adesso che molti treni hanno cancellato / C’è chi se la prende con lo Stato / Con i partiti, con i ladri, con i furbi / Con gli scioperi del sindacato […] / E abbia già tutti dimenticato / Che forse un uomo si è ammazzato»).

Dopo la già citata Fai rumore, c’è Alveari, uno sguardo rivolto di nuovo al di là da sé: Diodato racconta come sia labile questa vita, di cui ci crediamo protagonisti, mentre siamo solo soldati; restiamo fedeli al nostro equilibrio, rinunciamo a qualsiasi cosa, anche alla bellezza, pur di non cadere, ma cadere è necessario per riscoprire cos’è essenziale («Cadere non è inutile / Cadere è ritrovarsi / Ricordarsi di nuovo dell’essenziale invisibile»).

La rinascita di Diodato passa attraverso Ciao, ci vediamo, la sesta traccia del disco, che è una netta presa di posizione verso il passato: è tempo di andare oltre, non di rinnegare ciò che è stato, ma di prenderne le distanze («Non ha senso restare qui tutta la notte / Senza poterci fare niente / No, non possiamo farci niente»).

Sulla scia di Ciao, ci vediamo, segue Non ti amo più, la storia di un amore che è finito, che ha fatto il suo corso e ha imparato a dire «Non ti amo più / Non ti voglio più / Non ho più nemmeno voglia di fare l’amore con te»: è un tormentone gentile, un addio malinconico cantato col sorriso sulle labbra, un grido liberatorio senza un briciolo di rabbia. È un uomo adulto che parla, che racconta la fine di una storia.

In Solo, forse il brano più intenso e disarmante del disco, Diodato racconta di quando ci si ritrova soli, per caso o per scelta, e ci si convince di poter sopportare il peso della solitudine («Qualche volta sei rimasto solo / Perché tutto il resto non aveva / Niente che ti appartenesse davvero / Niente per cui davvero valesse la pena»).

Se Il commerciante, sulla falsariga de La lascio a voi questa domenica, è un invito a riscoprire un’umanità dimenticata, fatta di cose semplici, come il dialogo e il confronto («Ho pensato che è tutto un grande centro commerciale / Con le passioni in saldo / Vite in offerta speciale»), E allora faccio così è l’ideale prosieguo di Ciao, ci vediamo: è tempo di portarsi altrove, senza avere rimpianti, senza recriminare («Quanto tempo ho perso / Nel cercare a tutti i costi / Di non essere me stesso»).

A chiudere il disco è la commovente Quello che mi manca di te, in cui Diodato racconta la malinconia dopo l’amore («Quello che manca davvero di te / Non te lo so spiegare / Ma spero sia la stessa cosa che / Manca anche a te di me»).

Diodato e la nicchia dei sensibili

Che vita meravigliosa, prodotto da Tommaso Colliva (Calibro 35 e Grammy Award con i Muse), ci restituisce la penna d’autore di un artista in piena forma, capace di raccontarsi con meticolosa precisione, utilizzando voce e parole con eleganza ed equilibrio.

Qualche tempo fa, ho scritto che la musica di Diodato appartiene alla nicchia dei sensibili. Sono felice che abbia vinto il Festival di Sanremo, ma non solo per il pezzo che ha scelto di proporre, la cui bellezza è innegabile, ma perché è giusto che quella nicchia si allarghi e che la sua sensibilità incontri altra sensibilità. Diodato, oltre che un artista di valore, è un musicista che ha saputo costruire, tassello dopo tassello, una carriera che non è un bluff, non è un caso, non è per caso; la sua storia è preziosa e ha radici robuste e lontane. Adesso è giusto riscoprirla, perché – sebbene sia passato qualche anno dal suo esordio – la sua musica non teme il tempo trascorso, non corre il rischio di essere fuori moda. La sua musica è onesta e l’onestà rende l’arte immortale.

Che la nicchia si allarghi, dunque, c’è spazio per chiunque sappia proteggere la delicatezza e la sensibilità di un artista che fa rumore da tanto tempo, ma che non ha mai urlato per farsi ascoltare.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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