Fooga & Nico raccontano il loro mondo fatto di specchi e altre storie assurde

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In foto, i Fooga & Nico

In foto, i Fooga & Nico

Il progetto Fooga & Nico nasce alla fine del 2010, un trio dalle grandi potenzialità: Nicola Farinello (chitarra acustica e voce), Carlo Guardamagna (chitarra elettrica, piano), Andrea Garavelli (basso elettrico e percussioni, batteria in studio).

Dopo alcuni anni di live e alcuni cambi di formazione, nel mese di marzo 2017 esce il primo disco, Gente di passaggio, edito da La Clinica Dischi. Le musiche si muovono dalla ballata folk più intima e soft a sonorità più rock e in alcuni casi psichedeliche. Attualmente la band ha terminato il secondo album Di muse, di specchi e d’altre assurde storie e ha iniziato la collaborazione con Matilde Dischi, che si è occupata della pubblicazione del singolo estratto e della sua promozione all’interno del Maionese project, il lato più randagio della musica emergente italiana.

Partiamo dal nome che avete scelto per presentarvi al pubblico, da dove nasce?

«Questo nome consacra l’incontro che ho avuto un bel po’ di anni fa con la band Fooga, che stava muovendo i primi passi. Fooga per noi è un demone che ci accompagna, un qualcosa che compare e scompare ma che è sempre presente. Nico invece è la testa matta destinata a rimanere imbrigliata nell’infinito gioco di amore e odio della musica con le parole.

«Ci piace presentarci in questi termini, non per sottolineare che si tratta di una band che accompagna un cantautore, ma per mettere in luce un’unione importantissima per noi, che è appunto quella della musica con le parole. Da qui l’esigenza di raccontare e musicare storie.

«In studio facciamo tutto noi e quello che si sente è totalmente frutto del nostro lavoro. Dal vivo, quando la situazione lo permette, presentiamo il progetto in un set minimale in trio, mentre in altre situazioni collaboriamo con vari musicisti».

Il cappellaio nello specchio è il vostro nuovo singolo. Che storia raccontate?

«Il cappellaio nello specchio è stato scelto come singolo perché tratta un tema a noi caro: l’arte come via di fuga. Come strumento che se non può trasformare realmente il mondo che ci circonda, può quantomeno permetterci di riflettere su questo tutto informe che ci avvolge. Ed oggi credo che fermarsi a riflettere su questo mondo, e in questo mondo, che viaggia velocissimo non sia poi così scontato.

«Il “Cappellaio” è una sfumatura della personalità, è il lato bambino di ognuno di noi, quello che rimane anche se non riusciamo più ad ascoltarlo. Quello che gioca con la razionalità e che crea dal nulla. Si tratta appunto del lato artistico di ognuno di noi».

Il brano è pubblicato e promosso all’interno del progetto discografico Maionese project. Come è avvenuto l’incontro con questa realtà?

«Cercavamo una realtà discografica indipendente che valorizzasse la musica indipendente. Indipendente nel vero senso della parola: quella fatta in casa, senza costrizioni di alcun tipo, al di là del fatto che oggi “indie” stia assumendo più i connotati di un genere musicale ed abbia perso un po’ i caratteri originari del suo significato (chiaramente è un nostro punto di vista).

«È stato bello scoprire che Matilde Dischi sviluppa un progetto discografico di questo tipo, mettendo a disposizione tempo, serietà e uno staff di professionisti estremamente validi che promuovono veramente il lavoro proposto».

La cover dell'album Di muse, di specchi e d'altre assurde storie, dei Fooga & Nico

La cover dell’album Di muse, di specchi e d’altre assurde storie, dei Fooga & Nico

Il brano è estratto dal vostro nuovo album Di muse, di specchi e d’altre assurde storie. Qual è il filo conduttore che lega le canzoni?

«Il filo conduttore è tutto nel titolo. Abbiamo cercato di portare in studio le muse che sussurrano assurde storie, che non sono altro che gli specchi di ciò che ci circonda. Chiaramente dal nostro punto di vista, senza alcun tentativo di imporre alcuna visione del mondo. Sono sette ballate, in alcuni casi anche molto autobiografiche, ma che non perdono mai il contatto col presente. Del resto ogni cosa che possa anche solo avere la pretesa di essere un’opera d’arte non può non risentire dei tempi in cui è venuta alla luce».

Scegliete un brano del vostro nuovo disco e raccontatecene la genesi.

«Un pezzo che ci sta molto a cuore è Saffo. È un racconto onirico, l’intera vicenda avviene tutta in sogno. Nel testo parlo di questo strano incontro con l’antica poetessa, che suona e canta e racconta senza un vero perché. Racconto di lei che sente l’esigenza (che poi è la mia e la nostra come band) di narrare delle umane passioni, della luce e delle tenebre dell’animo umano, ma forse non c’è più motivo di farlo perché nel suo mare ci sono solo persone che muoiono annegate.

«Così cerco di rifermi alla tragedia umana dei migranti, che sono esseri umani lasciati morire da altri esseri umani, che stanno a guardare o fanno finta di non vedere (questa è la vera tragedia che oggi riguarda tutti noi). Quindi per chi cantare? Per chi suonare? Questo credo sia il cuore della canzone.

«È un brano che ha richiesto vari tentativi, perché pur essendo molto semplice nel suo complesso non usciva mai come volevamo. Mi piace pensare che la genesi di questo brano (ma anche di tutti gli altri) sia il mondo là fuori. È già tutto scritto, basta fermarsi ad ascoltare».

Nei vostri brani c’è del folk ma anche dell’elettronica. Quali sono le vostre contaminazioni musicali?

«In realtà l’elettronica compare nel singolo, poi ci sono synth e campionamenti qua e là per il disco. L’elettronica, usata col contagocce, ci sembra un buon modo per sviluppare il progetto su nuove direzioni.

«Le nostre contaminazioni derivano dalla musica d’autore degli anni Sessanta e Settanta italiana e internazionale, forse più d’oltreoceano che british, dal rock di quel periodo e degli anni Novanta, ma ci piace molto anche la scena italiana più attuale, da Capossela a Carmen Consoli, passando – perché no – da Dario Brunori a Giovanni Truppi».

Siete molto attivi dal punto di vista live. Qual è il pubblico che vi segue e che rapporto avete con il palco?

«Il nostro pubblico è variegato e molto attento e questo ci spinge a fare sempre meglio e a discutere, anche alla fine del concerto, sulle cose che diciamo, confrontandoci con diversi punti di vista».

Cosa dobbiamo aspettarci adesso da voi?

«Da noi dovete aspettarvi… Perché dovete avere per forza delle aspettative? A volte si resta delusi!

«Scherzi a parte, mi auguro che possiamo suonare molto, che veniate a sentirci, che vi fermiate a parlare con noi e che vi sentiate sempre e comunque liberi di pensarla diversamente. Idee nuove ci sono, le svilupperemo, ma questo è il momento di portare in giro questo nuovo lavoro».

About author

Giulia Perna

Giulia Perna

Meglio conosciuta come @machitelhachiesto. Salernitana di nascita e bolognese per amore di questa città. Ha conseguito il titolo di Laurea specialistica in Comunicazione pubblica e d'impresa presso l'Università di Bologna. Si definisce "malinconica per vocazione". Da grande vorrebbe osservare le stelle. Crede nella forza delle parole, nella bellezza che spacca il cuore e nella gentilezza rivoluzionaria. Le piace andare ai concerti, mischiarsi tra la gente, sentire il profumo del mare e camminare sotto i portici.

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