Jago, lo scultore avido di conoscenza che infonde il suo coraggio nel marmo

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Dettaglio di un ritratto di Jago realizzato dal fotografo Lorenzo Moradi

Dettaglio di un ritratto di Jago realizzato dal fotografo Lorenzo Morandi

Il tempo all’esterno è immoto e il silenzio rifugge dal luogo di colui che pace non trova. La sua mente glielo impedisce, perché l’ispirazione sopraggiunta, le cui fasi sono scandite da uno scalpello come metronomo, deve essere assecondata. Così, a capo chino Jago plasma: organi, mani, figure umane e visioni della realtà, impressi nel marmo e nella pietra.

Scultore e imprenditore di se stesso, nato 32 anni fa a Frosinone e cresciuto a idee, consigli e scoperte artistiche, decide sin da bambino di compiere il suo atto di coraggio: «Essere più bravo e più grande di Michelangelo». Con l’approvazione dei genitori e il loro consiglio: «Copiare per imparare e non per copiare» come mantra. Gli studi accademici lo stimolano ben poco, poiché ad ardere sono l’ambizione, la voglia di apprendere cose nuove e di fare tesoro degli errori. Elementi che, uniti a un desiderio di realizzazione personale, lo conducono per volere di Vittorio Sgarbi alla 54esima edizione della Biennale di Venezia. Nonostante la contrarietà del suo professore ad accettare l’invito, partecipa con il busto in marmo di Papa Benedetto XVI, per il quale riceve la Medaglia Pontificia.

Abbandona gli studi e inizia il suo percorso fatto di mostre, riconoscimenti e poi corsi e workshop. Dall’Italia si trasferisce a New York, dove lavora nel suo studio per un totale di 80 ore settimanali, coinvolgendo i follower di Instagram con dirette del making of delle sue opere.

Apparato circolatorio (Jago, 2017)

Apparato circolatorio (Jago, 2017)

Jago è il primo artista ad aver inviato una scultura alla Stazione Spaziale Internazionale, che tornerà a febbraio con Luca Parmitano. Davanti alle sue sculture aventi, spesso, come spunto la realtà circostante, a colpire è la bellezza e perfezione dei dettagli, in particolare dello strato corneo della pelle di Habemus hominem, la statua di Papa Benedetto XVI (2009/2016), fatta sei anni prima, denudata dopo la notizia delle dimissioni di Papa Ratzinger, e la Venere (2018), ad aprile in Italia, dalla bellezza decadente.

A sbalordire la sua ultima creazione: Il Figlio velato, realizzato in sei mesi, dal 21 dicembre nella Chiesa di San Severo Fuori le Mura a Napoli: un drappeggio impalpabile lascia apparentemente celato alla vista ciò che il cuore percepisce, la presenza di un bambino. Sembra quasi di vederlo respirare attraverso il velo, ma l’immobilità del corpo e della mano, il solo elemento lasciato alla vista del mondo, confermano il suo trapasso.

Tra i progetti futuri di Jago: una nuova imponente opera e un docu-reality girato dal regista Matteo Sacher, sulla sua vita artistica e su come vivere di sola arte.

Cosa rappresenta per te l’arte?

«Ho difficoltà a dare una definizione di arte: come con la parola amore, se ne fa un abuso. Tutti dicono “Faccio l’artista”, ma se chiedi cos’è l’arte nessuno lo sa. Personalmente posso dire che sono innamorato non dell’arte, ma in generale: delle cose, del fare e del gesto di restituzione che è successivo al fare. Nel caso della scultura posso mettermi alla prova e confrontarmi con quello che mi piace e che riguarda la tradizione».

Quanto è stato fondamentale l’appoggio dei tuoi genitori?

«Siamo sempre condizionati dal contesto familiare ed è normale che ci si lasci condizionare. Il bambino è una spugna e assorbe. Io ho avuto la fortuna di avere dei genitori che, nonostante momenti difficilissimi, non mi hanno mai fatto mancare nulla e hanno sempre insistito perché assecondassi il mio potenziale. Mi hanno dato carta, penna, consigli giusti, tanti punti di vista; mi hanno portato nei musei, a visitare le città, mi hanno fatto emozionare dicendomi le cose giuste. Poi è chiaro che il bambino deve capire da solo la sua predisposizione».


Uno sportivo non potrebbe fare un record mondiale, se non si mettesse in competizione con quello che lo ha fatto l’anno prima: non ci sarebbe crescita. Allora io mi chiedo: Perché questo non vale nell’arte?


«Voglio essere più forte di Michelangelo, più bravo e più grande di lui», hai dichiarato. Ambizione o un tocco di superbia?

«I bambini sono tutti superbi. Quando giocavo a calcio immaginavo di essere Maradona o Pelé, però in quel caso non dai fastidio a nessuno, perché sei un bambino che gioca e sogna. Quando poi diventi grande e dici quelle cose, sei un egocentrico. È impossibile paragonarsi a un maestro che ha la tradizione dei secoli e l’umanità che lo celebra dalla sua parte. Quello deve rimanere un grande punto di riferimento e stimolo.

«Uno sportivo non potrebbe fare un record mondiale, se non si mettesse in competizione con quello che lo ha fatto l’anno prima: non ci sarebbe crescita. Allora io mi chiedo: Perché questo non vale nell’arte? Perché non posso pensare di avere come competitor un grande maestro della tradizione? Poi è chiaro che devi avere un po’ di umiltà e capire il tuo livello e fare autocritica. Anche se non ce la farai, almeno hai provato e ne sarà valsa la pena. Questo è quello che non capiscono le persone, quando dici una frase del genere. Pensano che ti sei montato la testa, ma non è niente di tutto questo».

Dettaglio di un ritratto di Jago realizzato dal fotografo Lorenzo Moradi

Dettaglio di un ritratto di Jago realizzato dal fotografo Lorenzo Morandi

Se fossi stato allievo di Michelangelo a quale opera avresti voluto prendere parte?

«A nessuna. Non sarei voluto essere suo allievo, sarei entrato al massimo nel suo studio, lo avrei seguito o osservato per applicare i segreti di quella grande arte nelle mie cose. Caratterialmente non sono capace di lavorare per nessuno, sono un imprenditore di me stesso, produco per me stesso. Michelangelo e Bernini avevano un mare di maestranze che lavoravano per loro, loro mettevano l’idea. Io ho l’ambizione di fare tutto dalla A alla Z, perché oggi lo posso fare ed è questa la mia sfida.

«Amo la tradizione, la bellezza, però poi ho il coraggio di mettermi in competizione. Noi siamo educati all’umiltà, non si può ambire a tanto e ti devi mettere al di sotto e questo vuol dire umiliarsi. Io preferisco prendere critiche, ma avere l’opportunità di fare qualcosa di unico».

«L’arte per dare coraggio alle persone», hai dichiarato. Quanto ne ha dato a te?

«Il coraggio lo trovo dentro di me. Quando si ha un blocco di marmo o un foglio bianco: o si lascia bianco o si fa qualcosa. Fare qualcosa è un atto di coraggio e un passo alla volta si può arrivare alla meta. L’arte serve a dare coraggio, nella misura in cui riusciamo a vedere dietro alle opere il gesto di un artista che ha fatto dei sacrifici ed è riuscito a fare qualcosa di così grande che potremmo fare anche noi».

Come nasce Il figlio velato?

«Ho frequentato Napoli per lungo periodo, lì ho riscoperto Il Cristo Velato e tutta la bellezza monumentale della città, qualcosa mi catturò e nel 2017 durante periodo degli sbarchi, mi è venuta questa idea. Ho fatto un crowdfunding per finanziare l’opera, ma fallì. Ho restituito il denaro e sono andato a New York e ho scoperto che la mia community esisteva anche lì. Mi hanno proposto di trasferirmi e ho sviluppato delle partnership. Sono riuscito a realizzarlo a New York per l’Italia, un paradosso: andarsene dall’Italia per fare una cosa per l’Italia e pagando tutte le tasse in Italia. Un gesto di restituzione nei confronti del luogo che amo».


Sei italiano, ma che relazione hai con le bellezze del tuo Paese, davanti a cui passi ogni giorno? Provi a fare quelle cose? Io ho deciso di passare la mia vita nel tentativo.


Idea accettata in America e poco compresa in Italia. Quali sono secondo te i limiti e i pregiudizi da abbattere nel nostro Paese?

«Il nostro Paese può essere il luogo dei miracoli. Un luogo che in America ci invidiano, chi viene non riesce più a vedere le cose con gli stessi occhi, perché cambiano i parametri. Noi non ce ne rendiamo conto. Proprio perché abbiamo un’abbondanza di bellezza e tradizione ce ne freghiamo, ci serve solo per vantarcene all’estero. Ma la domanda vera è: tu oggi cosa stai aggiungendo? Sei capace di fare una cosa del genere? Sei italiano, ma che relazione hai con quelle bellezze davanti a cui passi ogni giorno? Provi a fare quelle cose? Io ho deciso di passare la mia vita nel tentativo».

Cos’è per te la libertà?

«Non dover essere dipendenti da nulla e nessuno. Coincide con la felicità: svegliarmi con un proposito e sapere quello che voglio fare e nel momento in cui lo faccio per me, lo sto facendo anche per gli altri».

La scuola, elemento che ti stava stretto. Adesso è entrato a far parte della tua vita con corsi e workshop. Non ti sembra un controsenso?

«Al cento per cento. Non c’entro nulla con la scuola, è un luogo che ho anche odiato, perché sapevo quello che volevo fare e invece seguendo un percorso obbligatorio mi sentivo in prigione. Marinavo la scuola e andavo in biblioteca,  perché lì potevo leggere, disegnare e fare le mie cose. Non aver concluso un percorso di studi mi costringe a studiare per tutta la vita. Leggo minimo 5 libri a settimana di finanza, economia, comunicazione, marketing; ciò che riguarda un percorso imprenditoriale indipendente».

Cosa consigli agli artisti in erba?

«Datevi da fare. Non diventi billionare da un giorno all’altro. Dovete sviluppare le vostre consapevolezze e competenze, avere un proposito, una mission, difendere le proprie passioni e insistere in una direzione. Chi riesce, sono le persone che lavorano più degli altri».

Prossimo progetto?

«Uno molto grande e ci vorrà, forse, più di un anno. La farò probabilmente in Italia».

Dove ti vedi in futuro?

«Mi vedo nel mondo, ma chiaramente il mio cuore sta in Italia».

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Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco: le mie dita; le mie idee; le mie emozioni; un desiderio irrefrenabile di dire la verità; irriverenza; ironia... Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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