Obiezione respinta: quando il corpo non ci appartiene

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In questa doppia intervista al gruppo Obiezione respinta e del blog IVG, facciamo il punto della situazione sull'aborto in Italia, tra stigma e fake news. Foto di Charles Deluvi, via Unsplash

In questa doppia intervista al gruppo Obiezione respinta e del blog IVG, facciamo il punto della situazione sull’aborto in Italia, tra stigma e fake news. Foto di Charles Deluvi, via Unsplash

Alla luce delle recenti dichiarazioni di Salvini, ci sembra opportuno trattare un tema delicato come quello dell’aborto in Italia. Partendo dalle parole insensate di quest’ultimo – «Ci sono state donne non italiane che sono andate sei volte al pronto soccorso per l’aborto. Non mi spetta giudicare, è giusto che sia la donna a scegliere, ma non puoi arrivare a prendere il pronto soccorso come la soluzione a uno stile di vita incivile per il 2020» – abbiamo deciso di proporre alcuni numeri che vanno in realtà a confutare ciò che è stato detto.

Stando alle statistiche riportate dal documento del Ministero della Salute, l’Italia è il Paese con il tasso di abortività più basso tra i Paesi occidentali, con una diminuzione del 63,6% rispetto al 1982. Affermare che donne straniere sono andate sei volte al pronto soccorso per abortire è un altro errore: sempre stando al documento, la percentuale di donne che ha abortito quattro o più volte è pari a 0,9% (2.072 donne nel 2017).

Il numero di obiettori di coscienza in Italia è spaventosamente alto, sia per una questione interna sia rispetto al panorama internazionale. Stando ai dati ISTAT dell’anno 2018, per regione troviamo al primo posto il Molise, con il 93,3% di medici antiabortisti, seguito da Basilicata, Sicilia, Puglia, Campania, Lazio e Abruzzo, regioni che si mantengono con una soglia leggermente più bassa con l’80%. Più rosea – usando un eufemismo – è la situazione al nord, in cui si scende dall’80 al 70%, numero che rimane comunque al di sopra della media europea.


In questa situazione allarmante c’è Obiezione Respinta, un gruppo dedicato a informare e a cercare di combattere il problema dell’obiezione di coscienza in Italia.


In una società che cerca continuamente di appropriarsi del corpo delle donne, togliendo loro non solo il potere decisionale, ma anche la salute stessa della persona, ci sono realtà che lottano affinchè la disinformazione e i tabù crollino sotto il peso di dati, medicina e benessere.

Il terzo articolo della deontologia medica annuncia che il «dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana, senza discriminazioni di età, di sesso, di razza, di religione, di nazionalità, di condizione sociale, di ideologia, in tempo di pace come in tempo di guerra, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera. La salute è intesa nell’accezione più ampia del termine, come condizione cioè di benessere fisico e psichico della persona». Vogliamo sottolineare come sia ben specificato che non ci dovrebbero essere discriminazioni e che il dovere del medico è di salvaguardare in primo luogo la salute del paziente, eppure ci appare ben chiaro come il corpo della donna non sia considerato indipendente dalle decisioni dello Stato, dei medici obiettori e dagli uomini stessi, che continuano a decidere al posto nostro.

Cos’è Obiezione Respinta

In foto, striscione di supporto a Obiezione respinta durante una manifestazione di Non una di meno

In foto, striscione di supporto a Obiezione respinta durante una manifestazione di Non una di meno

In questa situazione allarmante c’è Obiezione Respinta, un gruppo dedicato a informare e a cercare di combattere il problema dell’obiezione di coscienza in Italia. Ricollegandosi al manifesto di Non Una Di Meno, le ragazze di Obiezione Respinta affermano: «L’8 marzo vogliamo ribadire che la nostra autodeterminazione sessuale e riproduttiva non si tocca, che sul nostro piacere, sulla nostra salute, sulle nostre scelte e sui nostri corpi decidiamo noi, che siamo orgogliosamente anomale, sproporzionate, poco produttive e disfunzionali.

«L’8 marzo scioperiamo: ci asteniamo dall’attività produttiva e riproduttiva per riappropriarci dei nostri corpi. Perché ogni giorno delle nostre vite vogliamo sottrarci alla violenza medica e ostetrica, liberare le nostre scelte, godere pienamente di tutto ciò che i nostri corpi possono e desiderano. Crediamo che lottare per la nostra salute sessuale e riproduttiva voglia dire riappropriarci del nostro piacere e mettere in discussione le logiche medicalizzanti e patologizzanti».


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Con lo sciopero e la lotta giornaliera contro i tabù riguardanti il sesso, Obiezione Respinta vuole informare, portare alla luce i casi di obiezione di coscienza che si verificano ogni giorno ma di cui nessuno parla. Impedire a una donna di abortire non è una scelta religiosa, è un atto disumano e non dovrebbe essere concesso in campo medico, che dovrebbe essere un campo laico e lontano da ogni tipo di scelta personale.

Come si legge sulla pagina di Obiezione Respinta, «l’obiezione è solo uno dei tanti volti di quella che chiamiamo violenza di genere: viviamo in una società che tramite un welfare familistico e non universale non ci permette di autodeterminarci e pertanto ci relega all’interno di un nucleo familiare o di una relazione. Una società che attraverso la violenza istituzionale, giuridica, culturale, continua a privare le donne della possibilità di scegliere sul proprio corpo, considerando la sessualità femminile finalizzata solo alla riproduzione».

Abbiamo parlato con Eleonora del progetto Obiezione Respinta di questo problema.


Siamo partite da esperienze quotidiane che in molte abbiamo vissuto, le abbiamo messe in comune e abbiamo deciso di mappare la città di Pisa. Le farmacie, i presidi medico sanitari, gli ospedali: un pin rosso per gli obiettori di coscienza, un pin verde per le esperienze positive. In tre mesi abbiamo sviluppato la mappa di Pisa.


Come è nato il progetto e chi c’è dietro?

«Obiezione Respinta è un progetto nato 3 anni fa a Pisa, all’interno di un’assemblea femminista mista formata da studentesse e studenti, lavoratrici e precar*. Siamo partite da noi: fermandoci a riflettere sul nostro corpo e sulla nostra sessualità, ci siamo interrogate sulle carenze dei servizi pubblici e privati in materia di aborto e contraccezione. Farmacisti che si rifiutano di venderti la pillola del giorno dopo, medici di base che scopri obiettori solo nel momento del bisogno.

«Siamo partite da esperienze quotidiane che in molte abbiamo vissuto, le abbiamo messe in comune e abbiamo deciso di mappare la città di Pisa. Le farmacie, i presidi medico sanitari, gli ospedali: un pin rosso per gli obiettori di coscienza, un pin verde per le esperienze positive. In tre mesi abbiamo sviluppato la mappa di Pisa.

«Nel febbraio 2017, l’assemblea nazionale di Non una di Meno ha rilanciato Obiezione Respinta, facendolo diventare di fatto un progetto nazionale. Hanno iniziato a collaborare con noi ginecologhe, ostetriche, e vari nodi di Non una di Meno locali che ci aiutano ancora oggi nella raccolta dati. Sebbene l’ assemblea continui ad aver luogo a Pisa, alla Limonaia-Zona Rosa, la collaborazione si è allargata grazie a gruppi informali che ricoprono tutto il territorio nazionale».

«Non devi giustificare il tuo aborto con nessun*»

«Non devi giustificare il tuo aborto con nessun*»

Come avete raccolto le informazioni per la mappa?

«Prima di lanciare la mappa di Obiezione Respinta, abbiamo pensato a come raccogliere le prime segnalazioni. Ci siamo recate personalmente nelle farmacie per richiedere la contraccezione d’emergenza e abbiamo chiesto ad amiche e conoscenti di raccontarci le loro esperienze in materia di di aborto. I pin sulla mappa contengono: indirizzo del presidio sanitario, orari di apertura, numero di telefono, sito web e la testimonianza di chi ha inviato la segnalazione. Abbiamo creato un indirizzo email e una pagina Facebook a cui è possibile inviarci segnalazioni anche in forma anonima. Con l’approvazione di chi ci scrive, ricondividiamo sui social le testimonianze.

«Col tempo questa pratica di “autocoscienza online” ha dato vita a una comunità di ascolto e di autoaiuto. Una comunità virtuale in cui ci si sente liber* di raccontarsi e ci si può riconoscere nei racconti delle altre, in cui provare ad abbattere lo stigma dell’aborto, tramite l’uso di linguaggi e narrazioni che non siano vittimizzanti e colpevolizzanti. Più recentemente abbiamo creato una pagina Instagram per riuscire a raggiungere un pubblico più giovane, pagina dove, oltre a informare sui temi della contraccezione, sessualità e aborto, raccogliamo esperienze e racconti. L’interazione è altissima, centinaia di persone rispondono alle storie per condividere quello che hanno passato, oltre che le loro domande o richieste di consigli. Abbiamo anche un telefono attivo 24h a cui rivolgersi in caso di emergenza».

Cosa pensate riguardo l’obiezione di coscienza?

«Quando parliamo della legge 194, la prima cosa che diciamo è molto più di 194! Crediamo che l’articolo 9 della legge, quello che rende legale l’obiezione di coscienza , vada abolito. Chi porta avanti la gravidanza deve poter scegliere sul proprio corpo, senza intermediari. In Italia l’obiezione di coscienza è al 70%, senza tener conto dell’obiezione di struttura e dell’obiezione dei farmacisti, che non è nemmeno prevista dalla legge ma è molto diffusa.

«Abortire in Italia è legale solo sulla carta: nella realtà dei fatti è molto difficile, in alcune zone impossibile. Riteniamo per questo che l’obiezione di coscienza sia una forma di violenza istituzionalizzata, perché di fatto non permette l’accesso a un diritto fondamentale. Se per “coscienza” un medico può decidere, tutelato dalla legge, di non praticare IVG, già questo assunto fa riflettere sulla narrazione che gira intorno all’aborto in questo Paese: un’esperienza moralmente compromettente, una questione da tenere nascosta e di cui vergognarsi».


Non una di meno ha identificato nel piano femminista contro la violenza maschile sulle donne l’educazione alle differenze come presupposto per aprire contesti in cui si possano decostruire le relazioni di potere e le asimmetrie.


Quale pensate siano i problemi che alimentano l’ignoranza sul tema della sessualità?

«La totale assenza di educazione alla sessualità e all’affettività nelle scuole e lo stigma generalizzato sul sesso fa sì che le adolescenti e gli adolescenti debbano cercare informazioni principalmente su Internet, chiedere consigli ai coetanei, e non possano essere completamente informati né compiere scelte autonome».

Cosa si può fare per contrastare certi stereotipi?

«Per riuscire a contrastare gli stereotipi legati al genere, alla sessualità, alla libertà di espressione e autodeterminazione è necessario creare spazi di ascolto e condivisione. Spazi scevri dal giudizio morale in cui la parola e l’incontro diventano i canali d’eccellenza attraverso cui fare esperienza. Oggi è necessario ritornare nelle scuole, le quali accusano giorno per giorno la riduzione dei finanziamenti pubblici e si ritrovano costrette a trasformarsi sempre più in aziende, rischiando in questi modo di perdere il loro obiettivo principale, l’anima più profondamente educativa e formativa.

«La frustrazione e l’insoddisfazione generale del corpo docenti e delle famiglie che affidano alla scuola un grossa fetta dell’educazione non solo culturale, ma anche e soprattutto etica e morale, sta portando a una forte dispersione dei ruoli e delle identità. L’assenza di un’educazione di genere e all’affettività o la presenza di una cattiva educazione di genere, che non passa al vaglio dell’autocritica, può configurarsi come una mera pressione omologatrice alla tradizione.

«Non una di meno ha identificato nel piano femminista contro la violenza maschile sulle donne l’educazione alle differenze come presupposto per aprire contesti in cui si possano decostruire le relazioni di potere e le asimmetrie; luoghi dove le nostre pratiche antiautoritarie e modelli di socialità liberi dalla violenza siano prioritari, dove sperimentare nuove modalità di relazione e di cura. Un’educazione che sappia parlare alle molteplici identità di genere e non costringa i destini affettivi e relazionali a seguire la norma costituita dei rapporti di coppia».

IVG, ho abortito e sto benissimo

Il logo del blog IVG, ho abortito e sto benissimo

Il logo del blog IVG, ho abortito e sto benissimo

Abbiamo parlato anche con Federica Di Martino di IVG, ho abortito e sto benissimo, un gruppo di donne e soggetti LGBT, «che da anni lavorano su diversi territori per promuovere pratiche di autodeterminazione, soprattutto rispetto ai temi della salute. In particolare, cerchiamo di diffondere una comunicazione corretta sull’IVG, pratica continuamente sotto accusa di comitati prolife e strumentalizzazioni soprattutto di retaggio cattolico».

Come sono nati il blog e la pagina Facebook IVG, ho abortito e sto benissimo?

«La pagina e il blog nascono un anno e quattro mesi fa da un’idea mia e di Lisa Canitano, ginecologa e presidente di Vita di donna Onlus. Al progetto si sono poi aggiunti Alessandro Matteucci, che lavora come ostetrico a Lucca, ed Emile Andreu, una compagna femminista che vive a Milano. L’idea era quella di provare a destigmatizzare la retorica che dipinge l’aborto come un’esperienza dolorosa, traumatica, che la rende un tabù da non raccontare. Dell’aborto infatti si tendono ad affrontare esclusivamente gli aspetti normativi, ovvero i discorsi che riguardano la legge 194, o quelli medicalizzati, come il dibattito sull’IVG farmacologica e chirurgica.

«La pagina IVG, ho abortito e sto benissimo nasce dal format francese IVG – J’ai avorté et je vais bien, merci, un blog che raccoglie le esperienze di donne che hanno abortito. Abbiamo pensato di promuoverlo anche noi in Italia con l’obiettivo di restituirci i nostri aborti attraverso le forme della narrazione soggettiva, del racconto e della testimonianza. Nel farlo abbiamo calcato forse un po’ la mano rispetto a tutta quella che è la tradizione vetero-cattolica sul tema dell’aborto aggiungendo quel “sto benissimo” nel titolo, una scelta che ha suscitato molto scalpore».


L’aborto non è una colpa, non bisogna chiedere scusa se si ha abortito. La nostra pagina nasce quindi per dare la possibilità di raccontare una storia diversa, una storia di quotidianità che può essere condivisa in un clima di sorellanza.


Com’è cresciuto il progetto rispetto a un anno fa?

«Fino ad oggi siamo riusciti a raccogliere più di 130 testimonianze di donne che ci hanno scritto per raccontarci la propria storia. Ogni storia è unica e soggettiva, ma il legame che unisce molti dei loro racconti è la sensazione di sentirsi in colpa, perché non si prova un effettivo senso di colpa per aver abortito. Questa sensazione ci riporta alla soggettività dell’esperienza e ci allontana dal discorso della cultura patriarcale, che non riconosce l’aborto come uno strumento utile per l’autodeterminazione dei corpi. L’aborto non è una colpa, non bisogna chiedere scusa se si ha abortito. La nostra pagina nasce quindi per dare la possibilità di raccontare una storia diversa, una storia di quotidianità che può essere condivisa in un clima di sorellanza.

«Abbiamo deciso di utilizzare la nostra piattaforma anche per fornire delle informazioni su temi che investono non solo l’aborto ma anche la sessualità e la contraccezione. Molte donne ad esempio non sanno quando è possibile riprendere rapporti sessuali dopo un aborto, che cosa fare dopo un’IVG farmacologica, quali sono i sintomi che devono destare preoccupazione. Attraverso i nostri contenuti cerchiamo quindi di fare chiarezza e di ribadire il concetto che l’aborto è un’esperienza normale che dev’essere restituita alle persone con più indulgenza, più umanità.

«A un certo punto abbiamo iniziato a ricevere non solo testimonianze, ma anche vere e proprie richieste d’aiuto da parte di donne che facevano fatica a trovare informazioni sui centri in cui fosse possibile abortire (indicazioni, tempi di attesa, presenza di personale non obiettore, possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico – che non è disponibile in tutte le strutture). Per cercare di aiutarle abbiamo lanciato la campagna Insieme stiamo bene, un’iniziativa che permette alle donne di tutta Italia di dare la loro disponibilità per accompagnare ed eventualmente ospitare le donne che hanno bisogno di spostarsi in un’altra città o addirittura in un’altra regione per abortire. Da questo progetto sono nati poi in maniera totalmente spontanea dei percorsi di accompagnamento che sono arrivati a coinvolgere moltissime soggettività diverse fra loro, anche persone non politicizzate o che non avevano mai abortito».

Manifestazione per i diritti delle donne e a sostegno della legge sull'aborto. Foto di Dino Fracchia/IPA

Milano, 1976. Manifestazione per i diritti delle donne e a sostegno della legge sull’aborto. Foto di Dino Fracchia/IPA

Essendo una realtà virtuale, immagino che dovrete fare i conti con qualche hater. Sono frequenti i commenti negativi o, addirittura, le segnalazioni?

«I commenti negativi alla pagina arrivano di solito non solo, come ci si aspetterebbe, dal mondo cattolico, ma anche da un certo tipo di femminismo radicale che stento a chiamare “femminismo”. Abbiamo anche ricevuto attacchi più personali da parte di gruppi di uomini che condividevano le nostre foto con commenti di vario genere. In ogni caso, la critica che ci viene rivolta più spesso è certamente quella di “banalizzare” l’esperienza dell’aborto, mentre noi cerchiamo al contrario di combattere la narrazione unica del dramma e di proporre una lezione di soggettività umana.

«Noi siamo comunque aperti al confronto e partecipiamo volentieri a convegni e interventi: abbiamo deciso di metterci la faccia e di non muoverci nell’anonimato perché quelle che portiamo avanti sono delle posizioni legittime. Agli eventi, come sul web, raccogliamo grandi consensi da parte di chi pensa che stiamo diffondendo un messaggio innovativo, qualcosa che non è mai stato detto in Italia, ma raccogliamo anche forti perplessità. Purtroppo la nostra società rimane di stampo cattolico e quindi tutto ciò che ha a che fare con il ripensamento o la ristrutturazione di una trama narrativa come la scelta di abortire (anche più volte) crea un certo scompiglio».


Il motore che ci manda avanti è sapere che ci sono delle donne che riescono a vivere bene l’aborto e a non sentirsi sbagliate.


Che direzioni prenderà il progetto in futuro?

«Nel futuro c’è sicuramente la volontà di continuare il lavoro che stiamo svolgendo in maniera assolutamente autonoma e gratuita e di provare a cambiare la cultura patriarcale attraverso gli strumenti della narrazione, della condivisione, della disponibilità e della corretta informazione. Un’altra idea a cui stiamo lavorando è quella di produrre del materiale di ricerca in italiano sulle trame narrative dell’aborto. Si tratta di un lavoro mai fatto prima nel nostro Paese, una strada che non è ancora stata percorsa e che speriamo possa essere utile anche ad altri. Vorrei concludere dicendo che il motore che ci manda avanti è sapere che ci sono delle donne che riescono a vivere bene l’aborto e a non sentirsi sbagliate, perché noi crediamo che insieme si possa stare bene e che a ogni donna sia permesso di farlo».

Ci sono sicuramente altre realtà che lavorano per portare cultura, non solo online, ma anche tra scuole e ambulatori. Tuttavia, come confermano anche le parole di Salvini, la situazione non è ancora rosea e serve lavorare ancora molto sulla concezione che il corpo della donna è della donna stessa e nessuno ha il diritto di prendere decisioni al posto suo.


Scritto da Carmen McIntosh, Claudia Fontana e Roberta Cavaglià.

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Attualità, cultura e confronto. Parte del discorso vuole rappresentare ogni lettore e renderlo partecipe al dibattito.

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