C'era una volta un castello

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In foto, il libro Abbiamo sempre vissuto nel castello (Adelphi), di Shirley Jackson. Foto di Camilla Gazzaniga

In foto, il libro Abbiamo sempre vissuto nel castello (Adelphi), di Shirley Jackson. Foto di Camilla Gazzaniga

C’era una volta un castello.

Nel castello ci hanno sempre vissuto i Blackwood. Mary Katherine è la sorella più piccola e ha un nomignolo grazioso, Merricat, che si sposa tanto bene con il suo amore per i gatti. Per non parlare della passione per sua sorella Constance, come lei stessa tiene a sottolineare. Constance è la maggiore e la più giudiziosa; è di quelle ragazze che sono diventate mature tutto in una volta. Che fa trovare la tavola imbandita e ti fa frizzare il naso fin dalle scale con quel profumino di biscotti alla cannella. Che raziona i soldi per la spesa e ti lascia un biglietto nella tasca. Raziona anche le parole, e non mette mai il naso fuori dal suo orto e dalle sue rose.

Chi invece è un inguaribile chiacchierone è lo Zio Julian, sia per aria che su carta. Mary Katherine, quando se lo ricorda – e si è imputata di farlo regolarmente – è più gentile con lui. Purtroppo, lo zio non può più muoversi, ma di certo non si è perso d’animo. Dopo tanti anni, il libro che narra della sua famiglia è quasi finito – o così dice lui!

Una famiglia come tante, insomma. Anzi, anche più amorevole e intima di molte altre. Se non fosse che i Blackwood vivono in una casa con un maestoso giardino, un bosco incontaminato e perfino un ruscello. Un castello, per l’appunto. E se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia sono morti. Sicuramente, chi li ha avvelenati quella sera d’estate, è ancora nel castello.

Basta un poco di zucchero…

Natura morta con dessert (1600 ca.), di Georg Flegel

Natura morta con dessert (1600 ca.), di Georg Flegel

In Abbiamo sempre vissuto nel castello, edito da Adelphi, Shirley Jackson desta la nostra meraviglia raffigurando Casa Blackwood come una distesa di pini che specchiano le loro lunghe ciglia nelle acque di un ruscello. E quel salotto dove gli occhi roteano come su una giostra, con le tende di raso celeste lunghe cinque metri, il tavolino basso da tè, il servizio di porcellana rosa. Eppure, casa Blackwood mostra anche la sua facciata accigliata; quella di fortezza rinchiusa da cancelli severi, la scritta «Vietato l’accesso» a sigillo, da cui nessuno entra ma neanche esce.

Non ridere delle tragedie e non puntare il dito urlando «È stata tutta colpa tua!»: ci viene insegnato fin da subito. Peccato che lo zio Julian accartocci queste buone abitudini e non perda occasione per spiattellare «l’accaduto», con un cipiglio tragicomico. Con il senno di poi, non possiamo biasimarlo, perché scopriamo che è il dolore (e l’anzianità) a parlare al posto suo. Zio Julian è l’unico scampato a quella fatalità… tutta zucchero.

Sì, lo so che siete impazienti di sapere cosa è accaduto, ma preferisco dare la parola a Julian, dato che ci tiene tanto!

Una famiglia raccolta intorno al desco per la cena, senza sospettare che sarebbe stata l’ultima. Io quello zucchero l’ho usato, l’ho usato eccome sui mirtilli. Per mia fortuna, è intervenuto il fato. Alcuni di noi, innocenti e senza alcun sospetto, hanno fatto, senza volerlo, quell’estremo passo verso l’oblio. Altri hanno usato pochissimo zucchero.

Lo zucchero sui mirtilli fu proprio Constance a servirlo. E pensare che a lei nemmeno piacciono i mirtilli.

… e l’arsenico va giù!

Natura morta con ciliege e bicotti, di Georg Flegel (1566-1638)

Natura morta con ciliege e bicotti, di Georg Flegel (1566-1638)

Prendete posto e mettetevi comodi, perché la storia dello zio Julian è lunga – non a caso vuole farne un libro. Era una bella mattina di sole, sentenzia lui partendo dall’inizio, tanto gradevole che nessuno di certo immaginava che sarebbe stata l’ultima. Constance era scesa per prima, come al suo solito, per rimboccarsi le maniche e preparare la colazione. Loro padre, così come la madre, discutevano allegramente di musica con Julian e la moglie, mentre il fratellino di Constance e Mary Katherine si arrampicava qua e là. Noi tratteniamo il fiato perché si intuisce che anche lui non c’è più.

Quella sera Mary Katherine era in punizione. A letto senza cena, che significa a letto senza mirtilli avvelenati. Quanto odiava i suoi genitori in quei momenti! Qualche volta li avrebbe preferiti morti – ma non lo desiderava per davvero. Mentre lo pensava, i suoi genitori, il suo fratellino e gli zii stavano assaporando degli squisiti frutti di bosco. L’ ingrediente segreto? Un pizzico di arsenico. La portata conclusiva, per non lasciare alcun dubbio – e neanche scampo.


Sei stata una brava nipote, anche se c’è il sospetto che tu sia stata una pessima figlia.

– Julian a Costance


Quello è stato l’ultimo giorno in cui Julian ha potuto camminare da solo – menomale che aveva poco spazio per il dolce. Constance che aveva imbandito la tavola quella sera, come tutte le altre, fu l’unica condannata. Tuttavia, dopo numerosi processi, è stata prosciolta dall’accusa: non fu lei a infilare l’arsenico nello zucchero. E allora, conclude Julian sornione, niente più paura di metter piede nel castello!

A conti fatti, non è stata Constance ad avvelenare la sua famiglia; eppure è stata l’unica ad aver messo mano nella zuccheriera… Come la mettiamo?

Avvelenamento d’una notte di mezza estate

Natura morta con uccelli, frutta e noci, di Georg Flegel (1566-1638)

Natura morta con uccelli, frutta e noci, di Georg Flegel (1566-1638)

Da quel giorno, la vita della famiglia Blackwood – di chi è rimasto, per meglio dire – è fatta di giornate lente e piccoli rituali nello spazio di quattro passi. Una nuova varietà di rosa cresciuta spontaneamente, un dolce da leccarsi i baffi per la gioia dello zio. Sempre tutto lì, nel castello, perché Constance non ha più messo piede fuori.

Constance ha paura delle persone e le persone hanno paura di lei. A uscire per sbrigare le faccende è solo Mary Katherine. Non si sa se sia più la necessità o l’orgoglio che la spingono ad arrivare al paese; certo è che al di fuori del castello è vulnerabile, così come lo siamo noi mentre leggiamo.

Con Abbiamo sempre vissuto nel castello, si ha l’impressione che le pagine pungano come spilli. Non te li puoi semplicemente scrollare di dosso: pungono proprio lì, dove fa male. Sei indifeso come Mary Katherine quando lei cammina sul marciapiede a una spanna dal muro per non cadere alle intimidazioni e agli sguardi di disprezzo che si confondono tra più volti, senza un preciso perché. La perdita dei Blackwood ha lasciato dietro sé un aspro vuoto, che il paese ha riempito per loro solamente di odio.

Abbiamo sempre vissuto sulla luna

In foto, Shirley Jackson, autrice di Abbiamo sempre vissuto in un castello (Adelphi)

In foto, Shirley Jackson, autrice di Abbiamo sempre vissuto in un castello (Adelphi)

Constance si protegge cingendosi nel castello, Mary Katherine evadendo ogni volta che ne sente la necessità. Shirley Jackson delinea un universo psicologico fittissimo in Mary Katherine, perfettamente consono con il suo posto nella storia. È solo la fantasia a rendere confortevole e prolifera una quotidinità che non può spingersi oltre le mura di casa. In cui gli oggetti, i luoghi e perfino i pochi volti cari ti chiedono il conto per quella fatidica sera.

A Mary Katherine basta specchiarsi in un bicchiere per formulare una giornata fatta soltanto di cose preziose e sfavillanti. Oppure è sufficiente seppellire sulla riva del ruscello l’orologio appartenuto a una persona che non c’è più, affinché l’acqua gorgogli per sempre il suo nome. E come è leggiadra la vita sulla luna, dove tutto è colorato ma di colori molto strani. Dove si pronunciano solamente parole dolci e liquide, l’odio è un vizio lasciato migliaia di galassie più in là…

Ma per ora, Constance, Mary Katherine e anche zio Julian, vivete nel castello. E – vi avviso! – non sarà così ancora per lungo. Che poi, alla fine, chi ha avvelenato la famiglia Blackwood?

About author

Camilla Gazzaniga

Camilla Gazzaniga

Come riconosci Camilla? Qualcosa di vintage addosso, un taccuino su cui far due conti per poi scriverne una filastrocca, e generalmente un berretto stretto così da non perdere nulla. Si orienta in città contando le mattonelle, svolta al primo portone scrostato, fotografa tutto e ripassa. È laureata in Filosofia con un lavoro sul corpo, il normale e il patologico. Si sta specializzando tra le università di Pavia e Lione, dove spulcia per qualche appunto in più. Se al «ciao, come stai?» sfodera un libro infilato in borsa e abbassa lo sguardo, non ti offendere, è solo timida!

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