Coronavirus: dove finisce il senso di reale dolore ed inizia il bias cognitivo

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La paura che dilaga e la commozione hanno un senso? Cosa spinge le persone a piangere per una tragedia piuttosto che per un'altra? Foto di GettyImages

La paura che dilaga e la commozione hanno un senso? Cosa spinge le persone a piangere per una tragedia piuttosto che per un’altra? Foto di GettyImages

Come sempre vado contro corrente. Ascolto, mi informo e poi sfrutto tali informazioni per creare un confronto. In questo caso si tratta – ahimè – del confronto sulla percezione del rischio e del dolore che il Coronavirus sta provocando.

Da quando mi sono presa la polmonite – stroncata in tempo – mi sono sentita dire le solite cose, tra cui: «Non vengo a trovarti perché metti che poi è Corona, magari mi ammalo anche io». Da quel momento in cui mi sono ammalata e da quello in cui le persone hanno scelto di condividere ogni cosa sui social, ho notato che era impossibile fare una rassegna senza creare panico; aprire Facebook senza trovare caps lock di over trentacinque in preda al panico.

Sono rimasta in ascolto e ogni giorno è sempre peggio. Si passa dal commento da bar «Ma è solo una febbre!» al «Moriremo tutti!». Un’ora prima la persona X urla «State a casa!», un attimo dopo posta foto di persone che portano il cane fuori – ricordo essere funzione primaria.

Coronavirus: il primo passo, il calderone

Nessuno, comunque, esprime ansia e panico e preoccupazione per i morti e gli infetti da una qualche malattia che devasta l'uomo da anni. E non ci si preoccupa nemmeno delle locuste o dell'aria intrisa di schifo che abitualmente respiriamo

Nessuno, comunque, esprime ansia e panico e preoccupazione per i morti e gli infetti da una qualche malattia che devasta l’uomo da anni. E non ci si preoccupa nemmeno delle locuste o dell’aria intrisa di schifo che abitualmente respiriamo

La prima cosa che facciamo è quella di interiorizzare informazioni e sensazioni. Nel corso dei secoli tra guerre, carestie e pestilenze molti di noi hanno imparato che si tratta di un’alterazione del classico schema da sussidiario riguardante il ciclo della vita. Alla fine muori comunque, non importa per cosa. Non potrai comunque farci nulla.

Qui inizia il battibecco fra casalinghe con la laurea all’Università della vita e professionist* che non ci hanno creduto abbastanza. Il caps lock sovrasta ogni cosa: e allora l’HIV? Sì, ma la polmonite? E il raffreddore? E i Marò?

Ebbene, si infila tutto in un calderone tendenzialmente privo di numeri e accortezze, si riportano informazioni a metà e si rielaborano. Ma nessuno, comunque, esprime ansia e panico e preoccupazione per i morti e gli infetti da una qualche malattia che devasta l’uomo da anni. E non ci si preoccupa nemmeno delle locuste o dell’aria intrisa di schifo che abitualmente respiriamo.

Tutto questo vale fin quando nel nostro cervello iniziano dei processi tali per cui iniziamo a riconoscere concretamente un virus, una malattia o le maledette locuste.

Il secondo passo: la colpa è dell’amigdala

Base del cervello. Illustrazione dal Trattato completo dell'anatomia (1844) di Achille-Louis Foville

Base del cervello. Illustrazione dal Trattato completo dell’anatomia (1844) di Achille-Louis Foville

L’essere umano sembra predisposto verso i ricordi negativi. Questo genere di memoria è la stessa che ritroviamo ovunque, tanto che «di dieci cose fatte, ti ricordi solo quella fatta male!». Esempio concreto e sperimentabile in ogni ambito della nostra vita. A pensarci bene, non è una cosa propriamente negativa: se non avessimo appreso che il fuoco brucia, che non possiamo lanciarci da un dirupo e volare e che non tutti i funghi sono commestibili, a quest’ora saremmo tutti morti, probabilmente.

La colpa è principalmente dell’amigdala, come riportato in ogni manuale tecnico, ma anche su OggiScienza, che cita articoli e ricerche di CellPress: «L’amigdala è quindi stata considerata la sede del circuito che regola le emozioni negative, poi la sede di tutte le emozioni, e infine è stata associata a tutte le manifestazioni della sfera emotiva, come la percezione di pericolo».


L’amigdala ci ricorda la forza di un terremoto, ci spinge a cercare la soluzione senza però fornircene una giusta. Ed è qui che entrano in gioco bias ed euristiche. Scendere quattro piani di scale a piedi, con un terremoto in corso, è davvero la soluzione al pericolo?


A tal proposito, è possibile verificare personalmente anche questo passaggio, provando a ricordare una qualsiasi situazione di pericolo. Un terremoto, ad esempio. La stanza trema, l’istinto ci spinge a cercare l’uscita. Aperta la porta, ci catapultiamo giù dalle scale. L’amigdala ci ricorda la forza di un terremoto, ci spinge a cercare la soluzione senza però fornircene una giusta. Ed è qui che entrano in gioco bias ed euristiche. Scendere quattro piani di scale a piedi, con un terremoto in corso, è davvero la soluzione al pericolo?

Ovviamente no. Sappiamo che dobbiamo restare sotto muri portanti, sotto superfici che possano reggere. Eppure, per istinto – o per colpa dei bias e delle euristiche – ci fiondiamo giù dalle scale.

I bias cognitivi, per farla breve, sono costrutti fondati, al di fuori del giudizio critico, su percezioni errate o deformate, su pregiudizi e ideologie; utilizzati spesso per prendere decisioni in fretta e senza fatica, come si legge su State of Mind. Le euristiche, sempre riportando le informazioni di State of Mind, sono strategie veloci utilizzate di frequente per giungere rapidamente a delle conclusioni.

Mischiando queste due cose, finiamo per fare le scale.

Il terzo passo: la pratica con i bias e le euristiche


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Senza entrare troppo nel dettaglio tecnico, succede questo: le meccaniche di framing dovute ai bias ci spingono a eliminare la contestualizzazione di un dato evento spingendoci verso le informazioni acquisite nel tempo che, però, costringiamo noi. In pratica adattiamo irresponsabilmente dei dati incamerati a una situazione, senza ampliare il nostro campo visivo.

Abbiamo imparato che i biscotti integrali sono più salutari di quelli pieni di burro con farine lavorate, ma li acquistiamo generalmente perché reputati meno calorici. Cosa non vera, perché basta vedere le informazioni nutrizionali. Aumentano le calorie come aumenta l’apporto di sali minerali, vitamine e fibre. Comunque vada, scegliamo la confezione verde con scritto «Bio» perché secondo noi sono «dietetici».


Mi concentro sui morti così da concretizzare lo schema mentale e ricordare la pericolosità di questo evento. Sono meccanismi di difesa.


Provando ad applicare questo stesso procedimento ai dati che nel corso del tempo sono stati forniti sul Coronavirus, ci renderemo conto – quelli più obiettivi lo faranno, gli altri ne dubito – che puntiamo alla percentuale dei morti ma non a quella dei vivi.

Perché ricordiamo solo i morti? Perché abbiamo un bisogno primordiale di costruire degli schemi mentali che ci consentano, apparentemente, di sopravvivere. Dobbiamo trovare il modo più veloce di rappresentare la realtà e, non essendo statisti, ci rifugiamo nella soluzione più rapida e semplice. Mi concentro sui morti così da concretizzare lo schema mentale e ricordare la pericolosità di questo evento.

Questi sono meccanismi di difesa dell’uomo. Gli stessi che abbiamo messo in atto alla vista di un asiatico che magari vive in Italia dalla nascita e in Cina, Giappone, Corea non ci è mai stato. Lo stesso meccanismo che ci spinge ad allontanare un nero perché le informazioni ci dicono che violentano le donne e le eviscerano per i riti satanici.

Il quarto passo: all’origine c’era

Alla luce delle prime informazioni si è iniziato a gridare aiuto, a saccheggiare supermercati, a comprare Amuchina e addirittura ad acquistare mascherine nei negozi dei cinesi o su Amazon consapevoli del Made in China. Improvvisamente abbiamo sviluppato un pericolo nella nostra mente. Abbiamo chiuso tutto, ritirato i panni che avevamo steso fuori, smesso di prendere dal balcone i rametti di rosmarino.

Eppure, quando fino a tre giorni prima si parlava di polveri sottili, di bambini con la leucemia a causa dell’aria che uccide, non ci siamo attivati nello stesso modo. Oggettivamente è più facile allearci contro un virus di cui non siamo colpevoli, piuttosto che limitarci quotidianamente nell’uso di plastica e delle auto, per esempio.

Il quinto passo: la costruzione delle storie

In foto, Carl Gustav Jung nel suo studio

In foto, Carl Gustav Jung nel suo studio

Popolo di poeti, santi e navigatori. Sapevamo raccontare storie prima ancora di conoscere il fuoco. Tra versi, mugugni e gesti, i nostri antenati sapevano raccontare agli altri membri del clan quale temibile mostro si era piantato fuori l’uscio della caverna. Raccontare storie implica anche la loro costruzione, che spesso viene elaborata non con fatti realmente accaduti, ma dalla nostra interpretazione di quei fatti, magari sentiti alla radio.

L’esempio più comune è quello della vita in condominio. Ho visto l’uomo del secondo piano con una donna. Quello del quarto piano mi ha detto che quello del secondo è sposato. Siccome riconosco la donna come prostituta di Babilonia e l’uomo come bestia cacciatrice, quello del secondo piano si porta l’amante a casa. Magari in realtà era la sorella, la cugina o la commercialista.

Abbiamo bisogno di una figura reale, qualcosa sulla quale riversare pensieri paure e sensazioni. Ci serve un archetipo. Riferendoci a Jung, seguendo la Treccani, si legge: «l’archetipo […] è un contenuto dell’inconscio collettivo, che determina la tendenza a reagire e a percepire la realtà secondo forme tipiche costanti nei vari gruppi culturali e periodi storici».

Il sesto passo: la caccia al nemico

In foto, alcune persone in Cina indossano la mascherina per proteggersi dal contagio di Coronavirus. Foto di AFP

In foto, alcune persone in Cina indossano la mascherina per proteggersi dal contagio di Coronavirus. Foto di AFP

Dall’archetipo siamo arrivati perciò agli occhi a mandorla. Non appena è giunta voce che in una cittadina in Cina è nato, si è modificato ed è partito il virus, abbiamo sentito la necessità innata di categorizzare, etichettare, il nostro nemico. Una persona qualunque, occhi a mandorla che tossiscono. Da quel momento sono partiti, immotivatamente, risse e insulti nei confronti di qualsiasi persona di origini, anche solo genetiche, orientali.

Sorge spontanea una domanda. Perché non ci siamo comportati nello stesso modo con le industrie che inquinano mortalmente? La risposta potrebbe essere che non siamo in grado di ritenerci il nemico di noi stessi. L’archetipo entra in conflitto con noi stessi.


Come possiamo preoccuparci di una cosa che non ci interessa personalmente, che non è concreta e che non è stata considerata priorità nemmeno dalla TV?


La caccia al nostro nemico di cui abbiamo drammaticamente bisogno aumenta anche in base allo spazio/tempo. Fino a quando il Coronavirus era in Cina, non ci siamo posti il problema. Poi è arrivato nel Nord Italia. Dal Sud la percezione non era ancora reale: troppi chilometri fra il virus e loro. Poi ha invaso tutto il Centro-Nord. La gente è fuggita: sono tutti impazziti quando, aprendo la porta, si sono trovati il virus con la valigia, pronto a piazzare le tende.

I figli morti dall’esalazione di polveri sottili sono una lontana priorità per gli abitanti del Nord. Come possiamo preoccuparci di una cosa che non ci interessa personalmente, che non è concreta e che non è stata considerata priorità nemmeno dalla TV?

Il settimo passo: tic tac, tic tac

Dettaglio di Scuola di Atene (1509-1511), di Raffaello Sanzio, in cui sono ritratti Platone e Aristotele

Dettaglio di Scuola di Atene (1509-1511), di Raffaello Sanzio, in cui sono ritratti Platone e Aristotele

Non le caramelline, ma il tempo. Più il nemico è lento, meno lo percepiamo come tale. In un giorno sono morte tre persone, allora non è un problema: sai quante ne muoiono di tumore. Poi le morti aumentano, all’improvviso sono più di 400 in un giorno. Allora sì, è un problema. E lo è maggiormente se senti il vicino tossire o portare fuori il cane.

Diamo priorità a ciò che in breve tempo riesce a rendersi concreto secondo i nostri schemi e i nostri archetipi. Se fossimo cresciuti nella caverna di Platone, probabilmente non si saremmo posti il problema. Probabilmente avremmo risposto che non esiste nulla tranne il buio.

L’ottavo passo: il dizionario al macero

Sappiamo tutti che più un concetto viene ripetuto, più finiamo per dargli valore. La stessa cosa succede con le bugie. Ed è successa anche dal punto di vista mediatico. Se non avessero calcato la mano su parole come «virus», «contagio», «epidemia», «pandemia», nessuno sarebbe corso, già un mese fa, a svuotare supermercati e farmacie. Ci piace il senso di pericolo che ci spinge ad amare il prossimo, anche se fino a un momento prima lo detestavamo. Oggi, dopo un mese di parole pressanti e continue, siamo a un metro e mezzo di distanza dal vicino, ma recitiamo lo stesso rosario.


Il cambiamento climatico è una cosa importante. L’emergenza climatica lo è di più. Parliamo della stessa cosa, solo che quando diventa emergenza l’idea che costruiamo è diversa.


Fate caso a questa cosa: il cambiamento climatico è una cosa importante. L’emergenza climatica lo è di più. Parliamo della stessa cosa, solo che fino a che cambia va quasi bene. Rispondiamo con «il clima è sempre in costante cambiamento». Quando diventa emergenza e vediamo pinguini affogare in acqua e orsi polari costretti a nuotare con i cuccioli che non sanno dove aggrapparsi, l’idea che costruiamo è diversa. Perché è diversa la narrazione che ci viene fatta, non perché siamo improvvisamente preoccupati per la vita dell’orsetto.

Il nono passo: quel bisogno di sentirsi eroi

In foto, uno degli striscioni con la scritta «Andrà tutto bene», comparsi sui balconi durante il periodo di quarantena obbligatoria

In foto, uno degli striscioni con la scritta «Andrà tutto bene», comparsi sui balconi durante il periodo di quarantena obbligatoria

Avrei, da brava romana, proseguito con «de ‘sto cazzo», ma sembra brutto. Quindi fate finta che io non lo abbia mai scritto e proseguite. Siamo oramai alla fine.

L’umanità, oltre agli archetipi, oltre al bisogno di identificare il pericolo e di credere in qualcosa – comprese le fake news de la Refubblica –, sente un dannato bisogno di essere l’eroe. Contribuire, immolarsi per una giusta causa.

Solo quando conviene, però. Quindi ecco qui il bisogno di gridare in caps lock «STATE A CASA!» riempiendo di male parole chiunque. E magari sono le stesse persone che alla fine comprano merendine e biscotti confezionati singolarmente perché è più comodo.

Si instaura la certezza che, auto-eleggendoci protettori della legge, andrà tutto bene. Urliamo che la gente muore, ma appendiamo striscioni con arcobaleni.

Il decimo passo: ci serve un dramma

Il primo ministro del Regno Unito Boris Johnson tiene una conferenza d'aggiornamento sulla risposta del governo alla diffusione del Coronavirus. Foto di Leon Neal / POOL / Getty Images

Il primo ministro del Regno Unito Boris Johnson tiene una conferenza d’aggiornamento sulla risposta del governo alla diffusione del Coronavirus. Foto di Leon Neal / POOL / Getty Images

Perfino Porn Hub ha dato libero accesso al premium in tempo di quarantena. La corsa ossessiva e malata alla notizia dell’ultimo minuto, che è già vecchia, perché su Facebook qualcuno ha già postato altro. Sentiamo il bisogno di chiamare dando direttive, dicendo «Stai attento!», come se il Coronavirus fosse un’entità fatta di carne e ossa da poter schivare sul marciapiede.

Eccoci al punto in cui l’italiano medio si arroga il diritto di dire la propria, di dare direttive e di dire che il governo non ha fatto nulla, in tempo. Ma se anche fosse vero, su quali basi lo diciamo? Diventiamo così strumento di studio per aziende, per Google e per chiunque sia alla ricerca di una soluzione nel più breve tempo possibile: Fendi e le sue mascherine in seta a € 200,00, Zaia con quelle della Regione che apparentemente servono quanto lo starnuto coperto dalla mano aperta.

Sorgono così soggetti come Johnson che puntano all’immunità delle sue pecore mettendole a rischio tutte. Chi sopravviverà sarà immune. Grazie. Università della strada anche tu?

Provate, per un solo giorno, a spegnere telefoni, televisioni, radio. Provate a respirare in casa senza bisogno di essere intubati da un tubo catodico. Vi assicuro, in questo caso restare ignoranti aiuta a sopravvivere.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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