Se questa è Elodie, allora mi piace molto

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In foto, la cantante Elodie sul set del video ufficiale per il singolo Andromeda

In foto, la cantante Elodie sul set del video ufficiale per il singolo Andromeda

Lo ammetto, all’inizio guardavo Elodie con sospetto. A buon diritto, aggiungo, perché – dopo la vittoria sfiorata ad Amici di Maria De Filippi, ormai qualche anno fa – sembrava gravitare a vuoto intorno alla musica, senza trovare un posto, un’identità, una definizione. Non solo, ho sempre avuto l’impressione che volessero che fosse qualcosa che non è; ho sempre pensato che fossero rimasti alla superficie, senza approfondire le sue inquietudini, la sua rabbia, la sua femminilità sfrontata. Per questo, a mio avviso, il primo Festival di Sanremo cui ha preso parte, nel 2017, con Tutta colpa mia, è stato un’occasione giocata male, se non addirittura sprecata. Piuttosto che far conoscere Elodie per quel che è, ha mostrato il volto impreciso e indeterminato di una cantante senza una direzione, senza un’appartenenza. Brava, certamente, ma fuori fuoco.

Elodie, allora, non sapeva ancora cosa voler essere, cosa poter essere. Per scoprirlo ha avuto bisogno di due anni di lavoro: This is Elodie è, di fatto, il suo secondo disco, ma in verità il primo, perché è una fotografia perfettamente a fuoco, nitida e ammaliante, che mostra tutte le gradazioni di una giovane donna consapevole, eclettica, sensuale, leggerissima, eppure con i piedi ben piantati in un vissuto pieno, sofferto, potente. This is Elodie è una playlist di stati d’animo ed è, soprattutto, un album contemporaneo; finora in Italia è infatti il disco che più si avvicina al modo di concepire la musica oggi.


This is Elodie non sa che farsene della coerenza, indaga i mille volti di un’interprete ruvida, che ha una storia spigolosa, un carattere temprato dagli avvenimenti della vita, uno sguardo lucido e disincantato.


Sì, perché da quando la musica, da analogica, è diventata liquida, il disco si è rivelato un oggetto quasi obsoleto ed è venuto meno anche il concetto stesso di album, inteso come una raccolta di brani che nascono in un preciso momento, legati da un sentire comune, da una produzione omogenea, da un racconto uniforme.

La musica oggi è in movimento, in costante divenire; per questo si raccoglie in playlist. Non si costruisce più un disco, ma si assemblano storie, fotografie di momenti diversi che finiscono in uno stesso raccoglitore. Ecco, This is Elodie è un contenitore di ben venti canzoni: storie diverse, momenti che non si conciliano tra di loro, stati d’animo che si scontrano e si fondono. Tanti sono i produttori del disco (uno o più di uno per ogni brano), innumerevoli gli autori, non di meno gli artisti che duettano con Elodie, perché questo è un disco che sa di strada, di incontri, di vita vissuta pienamente, senza convenevoli, senza lustrini, senza mezze verità.

La cover dell'album This Is Elodie, dell'omonima cantante

La cover dell’album This Is Elodie, dell’omonima cantante

This is Elodie non sa che farsene della coerenza, indaga i mille volti di un’interprete ruvida, esattamente come la sua voce; un’interprete che ha una storia spigolosa, un carattere temprato dagli avvenimenti della vita, uno sguardo lucido e disincantato, profondo e indomito. Il disco – che si apre con Andromeda, il brano che la cantante romana ha proposto al Festival di Sanremo 2020 – è un’altalena di sensazioni con un’anima profondamente pop che fa della disomogeneità e dell’incoerenza i propri punti di forza. È una stanza della rabbia in cui Elodie si mette a nudo, non censura alcun aspetto di sé, non ha nessun interesse a essere la prima della classe, si siede tra gli ultimi, si guarda dentro, intorno; parla di consapevolezza, della fatica di diventare adulti quando il passato è invadente, di dolore, poi di sesso, d’amore. Ma l’amore di cui parla è tagliente, severo, esitante, perché è raccontato senza filtri, senza la menzogna della poesia, è concreto, imperfetto, sanguigno.

Elodie ha scelto degli autori che hanno saputo tracciare la sua vera identità, facendone un ritratto fedele e complesso, perché This is Elodie è un disco senza mezze misure, non è accondiscendente, dice le cose così come sono, usa parole dirette e precise, non divaga. Da Non è la fine, brano in cui duetta con Gemitaiz («Questi forse pensano che scherzo / Io ho sanguinato per essere me stesso / La mia vita è l’unico compromesso / Almeno è l’unico che ho promesso»), passando per Diamanti con Ernia («Il dolore non ha pelle, non ha occhi, non ha labbra / Il mio coraggio tu lo scambi per pazienza»), fino a Niente canzoni d’amore («L’amore esiste in natura / La coppia è un’invenzione dell’uomo / Diamoci il bene e non le frustrazioni, consolazioni / Perché tanto si soffre comunque soli») il racconto è serrato, non concede distrazioni, è la storia di una donna che sta imparando a definirsi, a farsi spazio senza toglierne al passato, a raccontarsi senza remore.

Se This is Elodie è un esame ampiamente superato, è per merito degli autori e dei produttori che hanno saputo cogliere le sfumature di Elodie, che le hanno permesso di essere se stessa, perché non è semplice – per un interprete – trovare la chiave giusta per raccontarsi, la chiave che sappia restituire all’ascoltatore una verità autentica, non inflazionata, non artificiale. Quindi un plauso va agli autori del disco, tra cui Mahmood, Dardust (Dario Faini), Raige, Margherita Vicario, Edwyn Roberts, Lorenzo Fragola, Andrea Bonomo, Roberto Casalino, Levante. Un altro va ai produttori, vale a dire Jason Rooney, Takagi & Ketra, Zef, Neffa, Dade, Lazza e Low Kidd, Michele Canova Iorfida, Francesco “Katoo” Catitti, Big Fish, Dardust & Mace, Davide Simonetta, Daddy’s Groove & Stash, Marco Zangirolami, Generic Animal & Fight Pausa.

This is Elodie è la dimostrazione che il pop, quando è ben fatto, può rivelare delle verità importanti e dare voce a un/a interprete che non deve assomigliare per forza a qualcosa che esiste già per farsi ascoltare. Elodie è ancora giovane e questo è solo il primo pezzo di un puzzle più grande e complesso che potrà prendere forma solo se continuerà a spogliarsi di ogni obbligo per essere quello che è. La prima prova è superata: il futuro è a ostacoli, ma potrà farcela, se non perderà la bussola. Oppure, se la perderà e non avrà paura di dirlo – perché l’imperfezione non va nascosta, ma difesa. Del resto, non a caso, in un brano del disco canta «Il mio nome è “Non ho paura”».

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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