Francesca Michielin, il futuro inizia da un incontro

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Francesca Michielin in una delle foto promozionali per l'uscita del suo nuovo album Feat

Francesca Michielin in una delle foto promozionali per l’uscita del suo nuovo album Feat

Dopo aver toccato l’apice di qualcosa, si è di fronte a due possibilità: tentare di replicare quello che è successo o prenderne le distanze; fare di quella vetta la propria zona di comfort oppure essere onesti, assecondare la naturale evoluzione delle cose e raccontare altre verità, nuove verità. Due anni fa, Francesca Michielin ha pubblicato 2640, un progetto in chiave elettropop, un disco che rivelava un’imponente e impertinente voglia di esserci, di lasciare un segno e di lasciarsi segnare. Un disco che rispettava i suoi vent’anni e li raccontava con disarmante sincerità, con la tenerezza e la sfacciataggine di chi indossa una consapevolezza giovane, pronta a essere messa alla prova. Un album importante per la sua carriera, uno spartiacque, un progetto di ottima fattura che ci ha permesso di mettere a fuoco una cantautrice di valore.

Da pochi giorni, è arrivato Feat (Stato di natura), il suo nuovo disco, che segna un importante cambio di rotta: la Michielin, di fronte alla possibilità di riciclarsi e proporre un lavoro che imitasse il precedente, ha scelto di sperimentare, guardarsi da nuove prospettive e raccontarsi in modo inedito. Questo basta per asserire, con assoluta certezza, che Francesca è un’artista intelligente e che, conseguentemente, Feat merita di essere ascoltato con attenzione e cura, evitando confronti con i lavori che l’hanno preceduto. Chi spera di ritrovare l’intimità, la tenerezza e l’omogeneità di 2640 rimarrà deluso. Feat è qualcosa di diverso, un disco eterogeneo, corale, diretto, un incrocio di storie, di strade, di lingue. Feat è un incontro e, come ogni incontro che si rispetti, è imprevedibile.


Feat è l’atto di coraggio e di ribellione di una giovane donna che non si accontenta di essere la versione migliore di sé, ma vuole essere onesta; non le importa di essere riconoscibile a tutti i costi, vuole essere coerente con la sua necessità di crescere.


È buffo che il disco sia uscito in un momento come questo, in cui il tempo è sospeso e non ci è consentito di incontrarci. È bello che abbia scelto di pubblicarlo lo stesso: Feat, del resto, è l’atto di coraggio e di ribellione di una giovane donna che non si accontenta di essere la versione migliore di sé, ma vuole essere onesta; non le importa di essere riconoscibile a tutti i costi, vuole essere coerente con la sua necessità di crescere, contaminarsi, cambiare panni, sguardo e convinzioni. Feat è un disco che non può prescindere dagli altri, non soltanto perché è la somma di undici duetti, ma perché ogni featuring è un’occasione di crescita, un modo per mettersi alla prova e alzare l’asticella del possibile.

Tutti i Feat di un album imprevedibile

Francesca osserva, scrive, canta, suona e produce, ma in Feat osserva, scrive, canta, suona e produce insieme agli altri. La verità, stavolta, nasce dall’incontro che è confronto, scambio di idee, di battute e di prospettive. Per questo è un disco disomogeneo, spiazzante, imprevedibile: ogni feat contamina la sua scrittura, mette la sua voce al servizio di un genere diverso e crea una commistione di suoni, produzioni e verità.

L’album si apre con Stato di natura, il manifesto programmatico del progetto: un brano rock, fatto di suoni ruvidi e parole decise, in cui la Michielin accoglie la voce e i versi di Damiano dei Måneskin («Rivendichiamo per il corpo la libertà / Ma critichiamo una ragazza che si veste come le va / C’insegnano che la donna è madre, una pin up che guida male / Ma il navigatore ha quella voce là / Dell’immagine servile con cui ci avete dipinte / Con il fatto di sentirci obbligate ad esser spinte / Usate il nostro seno ovunque, una cosa normale / Ma se allattiamo in pubblico? Non si fa, è immorale»). Monolocale segna invece l’incontro con Fabri Fibra, in un brano dal sapore scanzonato e ironico, ma con un fondo amaro («Ho visto una tua foto dentro al centro commerciale / E non ci riesco più / Una volta vivevamo io e te in un monolocale / E adesso dimmi tu / Vendono il tuo disco dentro al centro commerciale / E non mi guardi più / Fa ridere vedere che ti fai fotografare / Non sembri neanche tu»).

La cover dell'album Feat, di Francesca Michielin

La cover dell’album Feat, di Francesca Michielin

Francesca ospita Gemitaiz in Sposerò un albero, terza traccia del disco: un inno alla lentezza, alla libertà, alla natura («Sul foglietto illustrativo / C’è scritto espressamente / Di mandare ogni tanto tutti un po’ affanculo / E con i soldi del treno, non ti verrò più a trovare / Je ne regrette rien / Mi pago il corso di francese / Sposerò un albero, faremo figli dei fiori / Non c’è giusto o sbagliato, con le radici nel cuore / Amerò un albero, faremo figli dei fiori / E raccoglierò i frutti dei nostri giorni migliori»). Nella quarta traccia del disco, Francesca si lascia contaminare dal mondo trap di Shiva, con cui canta Gange, un brano in cui, attraverso la metafora di un fiume sacro ma inquinato, racconta un amore importante ma tossico («E mentre mi sporco di mascara queste guance / Piove, vorrei lavare via tutto come dentro il Gange / Ora lascia che sia il tempo a dirti se ho ragione / Lascia che sia tutto questo a consumarti le parole»).

Sorprendente e, a prima impressione, disorientante l’incontro con Elisa e Dardust, con cui canta Yo no tengo nada, un brano dal sapore mediterraneo («Se esplode una stella non darle mai nome / Ti cerco, mi trovo, sai dirmi tu dove / C’è un bacio per quando non riesco a dormire / Se lo sai, non dirmi come va a finire»). Riserva naturale è il duetto di Francesca con i Coma_Cose: è la storia di un cambiamento, racconta una transizione, un movimento, parla di quando bisogna prendere confidenza con una nuova quotidianità («Non mi serve nulla, al massimo mi manca / Sono un albero in una metropolitana piena a mezzanotte e quaranta / Voglio dirti che mi sento stanca, quest’aria sfianca / Tutta ‘sta gente molesta che mi calpesta / Mezza depressa, tutta connessa / Che ne so io della tua testa? / Lasciami stare in una foresta / Fuori contesto, ma dentro la festa»).


In un momento come questo, in cui si fa abuso di featuring che spesso nascono da logiche discografiche e sono privi di qualsiasi valore artistico, il disco di Francesca è una piazza in cui si intrecciano voci, storie e prospettive.


Acqua e sapone rinnova la collaborazione di Francesca Michielin con Tommaso Paradiso, già autore di E se c’era… in 2640. Il cantautore romano ha scritto il pezzo che vede la vede duettare con Takagi & Ketra e Fred de Palma («Se pensi che la nostra storia sia finita qua / Se pensi tutto quello che vedi sia pubblicità / Io sono qui sola in piedi, tutta acqua e sapone / A chiederti come in un film di amarmi quando piove / Ma anche quando c’è sole»). La vie ensemble, brano quasi totalmente in lingua francese, nasce dalla penna della Michielin e Fortunato Zampaglione ed è un duetto con Max Gazzè: il pezzo racconta un rapporto consumato dall’incapacità di incontrarsi, capirsi, parlarsi e ritrovarsi complici nei piccoli gesti quotidiani («La vie ensemble / Tout ce que j’aimais le plus / Moi je l’ai déjà perdu / La vie avec moi / La vie ensemble / Tu me dis “Ça sera tout” / Parce que tu sais que je m’en fous / De la vie avec toi»).

Se Star Trek consente a Francesca di ritrovare una vecchia conoscenza, Carl Brave, con cui ha duettato in passato in Fotografia («Lasciami in pace, lasciami sognare / Tu, sulle montagne russe, rimani sempre giù / Con tutte le tue pare sulle cose che non si possono mai fare / Secondo me, hai paura di amare»), per Cheyenne scende in campo Mahmood, autore del brano insieme a Davide Simonetta, Raina e Paolo Alberto Monachetti. Cheyenne, pezzo intenso, diretto, privo di infrastrutture in duetto con Charlie Charles, è stato il primo singolo estratto da Feat («Io mi chiedo perché / Stiamo parlando / Ma lontano non ci sfioriamo / Il cerchio è chiuso, noi ci siamo dentro / Se c’è troppo silenzio non ti sento»).

A chiudere il disco è Leoni, in cui Francesca duetta con Giorgio Poi, un brano leggero e malinconico, un delicato inno alla libertà, alla necessità di lasciare andare il controllo sulle cose per viverle pienamente («Se guardi bene c’è un filo sottile, è il profilo del mare / Non ci può andare nessuno, nemmeno chi è bravo a nuotare / Ma quando arriva l’estate / Arriva sempre dalla finestra e ti accarezza la testa / Si nasconde nel buio di notte, ti sveglia alle sette / E va bene così, se abbiamo perso davvero il controllo»).


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Feat non è soltanto un disco di duetti. In un momento come questo, in cui si fa abuso di featuring che spesso nascono da logiche discografiche e sono privi di qualsiasi valore artistico, il disco di Francesca è una piazza in cui si intrecciano voci, storie e prospettive. Un disco corale, impensabile senza l’imprevedibilità dell’incontro, della conoscenza dell’altro. Non so che vita avrà Feat, perché è un disco meno immediato di altri e l’immediatezza, di questi tempi, sembra diventata un valore; ma so per certo che segna un passo avanti nella crescita artistica e personale di una cantautrice giovane ma curiosa, con una personalità solida ma malleabile e uno stile riconoscibile ma non immobile.

Francesca Michielin ha dimostrato di che pasta è fatta: se volete una che sia fedele a se stessa, allora siete nel posto sbagliato. Lei è fedele soltanto al cambiamento, a ciò che non può somigliare a quello che è stato, e Feat ne è la prova.

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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