Smascherare il mondo dell'arte: l'esempio delle Guerrilla Girls

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In foto, il collettivo di artiste e attiviste Guerrilla Girls

In foto, il collettivo di artiste e attiviste Guerrilla Girls

Dal 1985 le Guerrilla Girls hanno continuamente e coraggiosamente esposto i lati oscuri e la corruzione all’interno del mondo dell’arte ma, invece di essere ostracizzate dall’industria, le loro opere sono state esposte nei più grandi musei, gallerie, fiere d’arte e biennali.

Come hanno fatto a sviluppare la loro forma distintiva di attivismo artistico pur riuscendo ad attirare l’attenzione della critica internazionale?

Facciamo un passo indietro: chi sono le Guerrilla Girls?

Innanzitutto, un po’ di storia: le Guerrilla Girls sono un collettivo artistico femminista formatosi negli anni ’80, che fin dalla sua nascita si è battuto instancabilmente contro le ineguaglianze di sesso e razza nel mondo dell’arte. Il loro movimento è stato a tal punto ostacolato che ancora oggi non possono rendere pubblica la loro identità.

Dietro le loro maschere immediatamente riconoscibili prendono i nomi di grandi artiste della storia: Kathe Kollwitz, Alma Thomas, Rosalba Carriera, Frida Kahlo, Julia de Burgos e Hanna Hoch.

La loro storia nasce come reazione alla mostra An International Survey of Recent Painting and Sculpture tenutasi al MoMa di New York nel 1985, all’interno della quale solo tredici artist* partecipanti erano donne, contro centocinquantatré uomini. Proprio da quel momento le Guerrilla Girls hanno iniziato a invadere gallerie e piazze della loro città natale, la Grande Mela, ergendosi a paladine di emarginate ed emarginati, di quella frazione di popolazione che – per motivi di genere, etnia o orientamento sessuale – era esclusa dal mondo dell’arte.

Do women have to be naked to get into the Met. Museum?

«Le donne devono essere nude per entrare al Metropolitan Museum?» (1989), del collettivo Guerrilla Girls

«Le donne devono essere nude per entrare al Metropolitan Museum?» (1989), del collettivo Guerrilla Girls

Uno dei loro lavori più conosciuti, risalente al 1989, è un poster raffigurante una donna nuda con una maschera da gorilla, accompagnata dall’ormai celebre frase: «Do women have to be naked to get into the Met. Museum?» (Le donne devono essere nude per entrare al Met?). Prosegue poi spiegando: «Less than 5% of the artists in the Modern Art sections are women, but 85% of the nudes are female» (Meno del 5% degli artisti nella sezione di arte moderna è donna, ma l’85% dei nudi sono femminili).

I poster delle Guerrilla Girls – alcuni dei quali presenti sul loro sito – venivano tutti firmati con «A public service message from the Guerrilla Girls, conscience of the art world» (Un messaggio di pubblico servizio dalle Guerrilla Girls, coscienza del mondo dell’arte). Le componenti del movimento indossavano maschere da gorilla per affiggere i loro poster in strada e durante i raid all’interno delle gallerie d’arte. Il loro metodo d’azione diretta aveva lo scopo di provocare una risposta che portasse a una discussione e al conseguente cambiamento.

A trentacinque anni dalla loro nascita, il collettivo continua a essere estremamente politico, più socialmente consapevole e persino più agguerrito nei confronti del mondo dell’arte.

Guerrilla Girls: la lezione di Kollowitz allo Sotheby’s Institute

In foto, Kathe Kollowitz delle Guerrilla Girls durante la lezione tenuta allo Sotheby's Institute

In foto, Kathe Kollowitz delle Guerrilla Girls durante la lezione tenuta allo Sotheby’s Institute

Durante una recente edizione del Sotheby’s Institute Speaker Series tenutasi nella sede Sotheby’s di New York, Kathe Kollowitz – tra le fondatrici delle Guerrilla Girls –, indossando l’immancabile maschera da gorilla, ha dato una lezione su come smascherare il mondo dell’arte ed esser ascoltat* dal pubblico internazionale.

«Be a loser» dice prima di tutto la Kollowitz: sii un* perdent*. «Il mondo dell’arte non deve essere come le Olimpiadi, dove pochi vincono e gli altri vengono dimenticati». L’arte stessa non è e non può esser costituita solamente di mostri egomaniaci, competizione, fama e fortuna. È necessario, secondo le Guerrilla Girls, che sia anche e soprattutto cooperazione e collaborazione: occorre unire le forze con altri disposti a far rumore insieme.

«Be crazy» aggiunge poi: sii pazz*. Non basta sottolineare cosa c’è che non va. Bisogna attirare l’attenzione anche dei meno ricettivi attraverso modi indimenticabili di affascinare i miscredenti e far cambiare loro idea.

«Le donne in America guadagnano solo 2/3 di quanto fa un uomo. Le artiste donne guadagnano solo 1/3 di quanto fanno gli artisti uomini» (1985). Poster del collettivo Guerrilla Girls

«Le donne in America guadagnano solo 2/3 di quanto fa un uomo. Le artiste donne guadagnano solo 1/3 di quanto fanno gli artisti uomini» (1985). Poster del collettivo Guerrilla Girls

E infine «Write your own art history», scrivi la tua storia. La Kollwitz incita a mostrare al mondo cosa manca ai musei e alla storia dell’arte, a detta sua creata e insegnata da istituzioni corrotte.

Appare fondamentale ricordare che l’arte non è composta solo di geniali uomini bianchi, ma c’è molto di più sotto la superficie.

Come abbiamo imparato prestissimo, se riesci a far ridere qualcuno che non è d’accordo con te, allora hai lanciato un amo nel suo cervello. Da lì, puoi fargli cambiare idea.

Il metodo delle Guerrilla Girls – spiega esaustivamente la Kollowitz – consiste nello smascherare i sistemi fallaci del mondo dell’arte attraverso un’ironia tagliente ed estremamente consapevole. Usare il senso dell’umorismo per diffondere informazioni e provocare discussioni è diventato il loro marchio di fabbrica, il loro modo personalissimo di arrivare anche a un pubblico internazionale generalista e mediamente disinteressato. Queste artiste, che da oltre trent’anni fanno dell’attivismo la loro forza motrice, ci hanno dimostrato che far rumore, anche in un mondo ingessato come quello dei musei e delle gallerie, è decisamente possibile.

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Francesca Benedetti

Francesca Benedetti

Nata a Roma, attualmente adottata da Bologna. Studentessa magistrale in Management Culturale all'Alma Mater, divoratrice di libri, esploratrice di mostre, in perpetuo movimento e senza una meta precisa. Da grande vorrebbe diventare grande.

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