Martina Esposito: «Fotografare l’emergenza Covid-19 ha cambiato il mio punto di vista»

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A Napoli, due vicine di casa conversano dai propri balconi, durante la quarantena imposta dalla pandemia di Covid-19. Foto di Martina Esposito

A Napoli, due vicine di casa conversano dai propri balconi, durante la quarantena imposta dalla pandemia di Covid-19. Foto di Martina Esposito

Un bivio, in cui lo smarrimento e il senso di perdita sembrano prevalere e davanti al quale compiere una scelta è complesso, ma doveroso, per non essere inghiottiti nel nulla. E proprio quando l’inerzia espressiva sembra prevalere, improvvisamente l’arte tende la sua mano: questo, quanto accaduto alla reporter Martina Esposito, nata a Napoli nel 1991.

Dopo tre anni di studi alla facoltà di Ingegneria informatica e una parentesi da musicista, abbandona la sua vecchia vita e con ambizione e determinazione decide di cambiare strada. L’imprinting con la macchina analogica del padre sarà fatale. In esso trova il suo mezzo di espressione: la fotografia, intesa come esistenza e opera d’arte capace di «darti un pugno o le farfalle nello stomaco o un brivido e non deve essere spiegata. La spiegazione è solo la cornice di un processo che è già iniziato».


I miei genitori sono operai, hanno lavorato un’intera vita e ce l’hanno fatta da soli. È angosciante scegliere una strada come questa, quando hai la necessità di dovercela fare a tutti i costi.


Nelle sue foto emerge tutta la realtà e l’essenza della città di Napoli, «difficile, palestra di vita ma anche forgiante», con le sue bellezze e quelle realtà profonde, fragili, difficili ma anche discriminate, come i rom, i clochard, le trans, protagoniste delle foto esposte nel 2018 alla mostra a Castel Dell’ Ovo Tra le braccia di Salmace, che le sono valse la vittoria del Premio Tiziano Campolmi.

In questi giorni di quarantena, ci ha parlato un po’ di sé e confessato il mutamento del suo punto di vista, che si è necessariamente adeguato alle misure imposte per l’emergenza da coronavirus, dando vita a scatti in cui l’assenza e il vuoto prevalgono in una città divenuta spettrale.

Ritratto di Penelope, inserito nel progetto fotografico Tra le braccia di Salmace, di Martina Esposito

Ritratto di Penelope, inserito nel progetto fotografico Tra le braccia di Salmace, di Martina Esposito

Come nasce la passione per la fotografia?

«Per un puro caso. Ero in un periodo in cui avevo deciso di chiudere con la mia vecchia vita: la facoltà di Ingegneria, la pratica musicale. Mi sentivo persa perché avevo tanto da dire, ma non trovavo il mezzo con cui farlo e la fotografia mi ha salvato e aiutato a buttare fuori quello che avevo dentro.

«Provengo da una famiglia numerosa: i miei genitori sono operai, hanno lavorato un’intera vita e ce l’hanno fatta da soli. È angosciante scegliere una strada come questa, quando hai la necessità di dovercela fare a tutti i costi».

I tuoi  primi soggetti?

«Da ex musicista ho cominciato a scattare ai live. I concerti sono uno dei miei piaceri della vita preferiti ma me ne sono subito distaccata, perché quel genere fotografico, per quanto bello, non rappresentava la mia necessità di ricerca».


Quando esci di casa non per scattare con un’idea precisa, ma per lasciarti ispirare da ciò che capita, il soggetto da prediligere secondo qualsiasi fotografo sarebbe “la luce”, ma io sono più interessata al concetto di ombra.


Fotografo preferito?

«Molto difficile sceglierne uno. Direi Don McCullin, con le mie citazioni preferite: “La fotografia è una questione di mantenere tutti i pori della pelle aperti, così come gli occhi. Molti fotografi, oggi, pensano che indossare la tenuta da fotografo, il giubbotto con le tasche e tutte le Nikon, li renda fotografi. Ma non è così. Non si tratta solo di vedere. Ma di sentire” e “Bisogna sempre restituire quando si è in una situazione da cui si sta solo prendendo».

Quali soggetti prediligi oggi?

«La questione dei soggetti preferiti è molto condizionata da quello che si vuole fare: un conto è partire con un’idea precisa, un progetto che nasce da qualche parte del tuo cervello, ben altra cosa è uscire di casa e lasciarsi ispirare da ciò che capita. Nel primo caso cerco sempre realtà sociali: vorrei essere il megafono dei relitti della società. Nel secondo, qualsiasi fotografo direbbe “la luce” ed è vero, ma io sono più interessata al concetto di ombra».

Napoli: cambia il modo di fare la spesa, a causa della quarantena imposta dalla pandemia di Covid-19. Foto di Martina Esposito

Napoli: cambia il modo di fare la spesa, a causa della quarantena imposta dalla pandemia di Covid-19. Foto di Martina Esposito

Cosa rappresenta per te la fotografia?

«La fotografia è soltanto un mezzo, ognuno di noi ha il suo, o comunque mi piace credere che sia cosi».

C’è un filo conduttore nelle tue foto?

«Inizialmente i miei scatti erano piuttosto casuali. Con il tempo, invece, ho cominciato a cercare le cose. È una sorta di istinto che mi spinge. Mi è capitato spesso di sognarle delle fotografie, che ho poi cercato in giro per la città».

Dedichi molto tempo all’editing e quanto pensi sia importante?

«Non molto. Certo, per ogni foto è diverso e nel corso di questo breve percorso ho cercato un mio stile, un mio colore; quello che ti rende riconoscibile rispetto ad altri, a parte soggetto e composizione. L’editing ha importanza fino a un certo punto, ma sicuramente non lo condanno come molti fanno. La storia della fotografia dimostra che l’editing è nato e cresciuto con essa, dalla camera oscura in poi, quindi è inutile fare i perbenisti. È un elemento espressivo anche quello, un talento».


Documentare dalla quarantena significa adeguarsi ai limiti che la mia casa offre – primo piano, poche finestre e stessi punti di vista tutti i giorni –, ma è stimolante e mi costringe a reinventarmi con nuove idee, sguardi e oltrepassare il confine.


Nel 2018 il premio Tiziano Campolmi, cosa hai provato?

«Tra le Braccia di Salmace è nato per raccontare, se non gli ultimi, i “penultimi”, accostandoli alla più aulica e dignitosa civiltà della storia, quella Greca. Abbiamo raccontato quattro donne trans, cercando le loro assonanze e forze comuni a quelle delle grandi donne della mitologia greca. Presentato a Bologna in occasione del Setup Contemporary Art Fair del 2018, in cui quell’anno il tema era l’Attesa. Volevo capire cosa significa per una donna tans attendere per essere ciò che si è.

«La vittoria del premio è stata una soddisfazione immensa, sia per una rivendicazione su quello che oggi è il mondo dell’arte contemporanea, in cui se non hai una galleria alle spalle o soldi da spendere non riesci a emergere (e io ho partecipato senza l’uno né l’altro), sia per una valenza sociale. I lavori portati in fiera avevano tutti carattere puramente estetico e non è assolutamente una critica la mia, poiché le fiere servono a vendere. Sono stata orgogliosa di portare queste donne in un ambiente così elitario e la mia soddisfazione è stata vederle “riscattate”, avere la comprensione del pubblico, di riviste importanti come Exibart e, soprattutto, di chi ha premiato un lavoro, se non perfetto, sicuramente sudato. È stato un regalo, per queste quattro donne e non solo per loro».

Napoli, uscita della stazione Municipio della metropolitana linea 1, durante la pandemia di Covid-19. Foto di Martina Esposito

Napoli, uscita della stazione Municipio della metropolitana linea 1, durante la pandemia di Covid-19. Foto di Martina Esposito

I tuoi scatti non si fermano neanche davanti al coronavirus. È cambiata in qualche modo la tua visione fotografica con questa emergenza?

«L’emergenza Covid-19 non ha cambiato soltanto la mia visione fotografica, ma una serie di altre cose. Ho avuto l’ennesima conferma che l’essere umano non ha il controllo su niente. Poi, come tutte le crisi, ha rivelato le fragilità e le debolezze della società e delle persone.

«Nell’ambito fotografico è molto difficile soffocare il mio istinto di documentare quello che sta accadendo, perché nel bene e nel male è un evento storico senza precedenti. La quarantena è necessaria in questo tipo di guerra: le bombe, per quanto mostruose siano, non sono contagiose. Questa non è una lotta di forza, ma di solidarietà, di partecipazione collettiva al rispetto delle regole che salvano tutti.

«Sono in auto-quarantena da prima dell’emanazione del decreto del 9 marzo e sono uscita solo un’ora, venerdì 13. È stato surreale vedere una città in standby e ho provato ansia per tutto il tempo. Nonostante tutto, cerco di documentare dalla quarantena e questo significa adeguarsi ai limiti che la mia casa offre – primo piano, poche finestre e stessi punti di vista tutti i giorni –, ma è stimolante e mi costringe a reinventarmi con nuove idee, sguardi e oltrepassare il confine. Sarà una cosa che, anche se ora non possiamo vederlo, ci cambierà tutti».


La foto che incarna meglio Napoli, durante questa emergenza, è quella della festa o delle donne che parlano sui balconi. Siamo unici nel reinventarci, nel non abbatterci.


In che modo è cambiata la città di Napoli con l’emergenza?

«Napoli è una città rumorosa, affollata: a qualsiasi ora del giorno e della notte non ti senti mai solo. È una città piena di difetti, ma i suoi pregi sono memorabili e stanno proprio in queste cose. In questo momento è una città addormentata, deserta, una città non più riconoscibile nelle sue caratteristiche specifiche. Dalle mie foto durante la quarantena, emerge una città che cerca di cambiare le proprie abitudini, che prova a resistere e a darsi forza».

Se dovessi fare da Cicerone per le vie di Napoli a un turista, ma attraverso le tue foto, quali sceglieresti?

«Sarebbe molto complicato fare da Cicerone a un turista, almeno dalle mie fotografie, anche perché non amo le foto paesaggistiche. E non si può venire a Napoli e non vedere il mare o il Vesuvio».

La foto che incarna meglio la città?

«Durante questa emergenza, quella della festa o delle donne che parlano sui balconi. Siamo unici nel reinventarci, nel non abbatterci».

Napoli, 37esimo Corteo di Carnevale di Scampia, 2019. Foto di Martina Esposito

Napoli, 37esimo Corteo di Carnevale di Scampia, 2019. Foto di Martina Esposito

Quella a cui sei più affezionata?

«Una foto che feci durante il Carnevale di Scampia: uno scatto verticale, che rappresenta uno dei palazzi tipici della periferia, in cui si vede una mano che lancia coriandoli colorati. Quella foto l’ho aspettata, sotto quel palazzo. Credo sia una foto molto potente».

Come stai impiegando in questi giorni il tempo in casa?

«Leggo molto, recupero film che avrei già dovuto vedere per un corso di Cinema, ascolto quintali di musica e, quando ho proprio voglia, riprendo a suonare».

Cosa consigli ad altri fotografi come te, in questi giorni difficili?

«Non credo di essere una persona saggia abbastanza da poter dare consigli. Tuttavia, consiglierei di non smettere di studiare, di cercare, di incuriosirsi, perché quando tutto sarà finito torneremo a creare anche là fuori».

Quando tutto sarà finito, qual è la prima cosa che fotograferai tu?

«Non posso saperlo. Forse tornerò al campo rom di Secondigliano».

About author

Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco le mie dita, le mie idee, le mie emozioni, un desiderio irrefrenabile di dire la verità, irriverenza, ironia. Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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