In quarantena dobbiamo riconoscere i nostri privilegi

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Il balcone (1868), di Édouard Manet

Il balcone (1868), di Édouard Manet

Nota: l’articolo che segue è piuttosto lungo, poiché tante sono le condizioni di fragilità che è doveroso ricordare e menzionare, a maggior ragione in questo momento. Reputiamo quindi necessario l’inserimento qui di seguito di un breve indice, per rendere più agevole la navigazione all’interno della pagina. In fondo, sono consultabili i contatti (telefonici e non) delle linee che offrono aiuto e supporto a distanza, utili a non restare sol* in questi giorni in cui è più difficile scappare dai propri problemi, anche solo per un breve ma salvifico lasso di tempo. È inoltre possibile scaricare l’articolo in formato PDF: potete trovare il collegamento per il download in fondo alla pagina.

Ultima nota: ringrazio il dottor Paolo Cotrufo (Professore associato di psicologia clinica presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli e psicoanalista) per la supervisione dei contenuti legati ai disturbi dell’alimentazione e a Margherita Fioruzzi e la dottoressa Flavia Risari dell’associazione Mama Chat per aver risposto alle mie domande. Ringrazio, inoltre, M. e V. per avermi raccontato le loro storie.



Per molte e molti, la quarantena non è poi così male: lavoro da casa, spesa a domicilio, tappetino da yoga e intrattenimento gratuito. I tempi si dilatano – possiamo finire la colazione seduti a tavola, invece che tenere stretta tra i denti l’ultima fetta biscottata mentre corriamo a prende il bus che ci porta tutte le mattine a lavoro. Se proprio abbiamo bisogno di un po’ di sole e d’aria fresca, possiamo sempre uscire sul balcone e, col giusto tempismo, per non rinunciare anche al senso di comunità, trovarci nel bel mezzo di un flashmob.

Questo, però, accade solo ai soggetti privilegiati.

Per molti altri, forse a ben vedere la maggioranza, la quarantena non è sinonimo di sicurezza, di tutela; piuttosto, fa rima con pericolo, instabilità. Parliamo di persone che, già prima della pandemia, portavano sempre con sé il carico ingombrante dell’assenza di diritti o dello stigma sociale e che oggi vedono questo peso occupare tanto spazio da soffocarli. Come se questi problemi pre-esistenti, costretti anche loro tra le quattro mura di casa, avessero preso la forma di un’enorme palla rimbalzante, come quelle che da piccol* compravamo nei distributori, ma molto più grande. Immaginate che questa palla inizi a saltare ovunque e pericolosamente, incontrollabile, acquistando sempre più energia. Se prima era certamente scomodo e difficoltoso trascinarsela dietro ovunque, ora – in questo ambiente chiuso e privo di vie di fuga – c’è il rischio che ci finisca addosso, con molta forza e facendoci ancora più male.

Parliamo di chi è costretto a convivenze non rassicuranti

Lo stupro (1868-1869), di Edgar Degas

Lo stupro (1868-1869), di Edgar Degas

In quarantena, c’è chi condivide felicemente lo spazio domestico con qualcuno, chi si trova da sol* e chi preferirebbe starci, da sol*. Faccio riferimento a tre categorie in particolare. Le prima sono le donne vittime di violenza di genere. Negazionismo a parte, si tratta di una realtà tristemente diffusa e che merita una riflessione ad hoc in questo periodo di quarantena. Immaginate che cosa significhi vivere con un compagno abusivo. Nella vita di tutti i giorni, alcune (e neppure tutte) riuscirebbero a trovare delle brevi e localizzate vie di fuga: le visite ai familiari, le ore di lavoro, le commissioni quotidiane. Boccate d’aria fondamentali, prima di tornare all’asfissia domestica.

Bene, ora immaginate di non poter uscire, che in questi casi significa non poter scappare. Vuol dire non solo essere costantemente vessate dal partner onnipresente, ma anche non poter trovare conforto all’esterno. Che fare?

E dove pensate possa scappare, invece, un ragazzo gay, una ragazza lesbica, una persona bisessuale o pansessuale, trans o non binaria che vive insieme a una famiglia che non perde tempo per denigrarl*? O che convive suo malgrado con coinquilin* omobitransfobic*? Inoltre, anche in questo caso, sono più diffuse di quanto si pensa le violenze all’interno della coppia. Le persone LGBT+, prima della quarantena, denunciavano difficilmente questo genere di abuso, per svariati motivi: l’essere non dichiarat* e la possibilità di avere a che fare con agenti omobitransfobici sono i principali. La «clausura» non fa altro che condannare le persone non-cishet a una spirale di silenzio e violenza da cui diventa difficile uscire.

La pubertà (1894-95), di Edvard Munch

La pubertà (1894-95), di Edvard Munch

A proposito di fughe: molti in questi giorni hanno stilato elenchi di libri per «evadere», in questo momento difficile. Ecco, allora partiamo proprio da un libro di recente uscita, per parlare della terza categoria.

In Per il mio bene, la celebre DJ Ema Stokholma racconta della sua infanzia. Di quando, come tant* bambin*, aveva paura che un mostro potesse nascondersi sotto il suo letto. Solo che, a differenza di molt* di noi, il suo mostro esisteva, aveva un volto e per lei rispondeva al nome di «Mamma». L’abstract del libro fornito dall’editore HarperCollins Italia lo dice esplicitamente: «“Non sei mai al sicuro in nessun posto”, questo ha imparato Morwenn, una bambina di cinque anni».

Il libro parla anche di questo: anche in condizioni normali, è difficile che a un minore venga concesso semplicemente di allontanarsi in maniera spontanea dal nucleo familiare. Chi sa, poi, preferisce voltarsi e fingere di non vedere. A tant* bambin* e ragazz*, in questi giorni, viene costantemente ricordato qualcosa che avevano già appreso prima della pandemia: che casa non significa salvezza. Che le persone che vi abitano possono fare più paura del virus.

Parliamo di chi ha un disturbo alimentare

Sole di Mattina (1952), di Edward Hopper

Sole di Mattina (1952), di Edward Hopper

C’è poi chi trova problematica la convivenza per una ragione che proviene, però, da se stess*. Pensiamo a chi soffre di disturbi alimentari, ad esempio. A seconda del disturbo specifico (e da più prospettive, andando da quella medica a quella sociale), per loro la quarantena può portare a un aggravarsi della patologia.

I rapporti con chi vive in casa con noi si fanno costanti, quindi costante è l’esposizione al loro giudizio. Laddove familiari e coinquilin* siano al corrente della situazione, infatti, non è difficile che questi assumano atteggiamenti critici verso la persona anoressica o bulimica; atteggiamenti che, quest’ultima, già vulnerabile, percepisce come un ostacolo per la propria guarigione. Non sono infatti rare le liti aventi come oggetto le abitudini irregolari – alimentari e non – connesse alla malattia, così come lo stesso soggetto affetto da disturbo alimentare può risultare essere più irascibile e lunatico del comune (gli sbalzi di umore sono tra le conseguenze di questo genere di disturbo).

 


Un aspetto poco noto di anoressia e bulimia è l’iperattività dei soggetti che ne sono affetti. Ma in quarantena lo stile di vita è sedentario, le possibilità di fare esercizio fisico sono molto più limitate e il lavoro si svolge in condizioni di assoluta staticità.


Si accennava ad abitudini irregolari, di natura però non alimentare, connesse alla malattia. C’è un aspetto poco noto di questo genere di patologie: l’iperattività. Le persone anoressiche o bulimiche, infatti, si dedicano spesso a un’attività fisica eccessiva – e svolta prevalentemente in solitudine – finalizzata proprio a bruciare le calorie assunte durante i pasti. Ciò non si sposa bene col fatto che, in questa situazione, si è costretti a uno stile di vita sedentario. Le possibilità di fare esercizio fisico sono molto più limitate e, in generale, anche il lavoro si svolge in condizioni di assoluta staticità. Certo, non per tutt* questo aspetto costituisce un problema: c’è chi reputa più che sufficiente l’esercizio svolto comodamente da casa con tappetino e manubri, chi si è dotato di attrezzature come i tapis roulant. Qualcun*, però, potrebbe non accontentarsi o ancora, per restare in tema di relazioni, potrebbe trovare stressante dover nascondere l’anormale frequenza e intensità dei propri allenamenti a chi convive con loro.

Non tutti i disturbi legati all’alimentazione sono uguali e uno stesso disturbo non si presenta allo stesso modo in tutti i soggetti che ne soffrono. Determinanti sono infatti sia i fattori scatenanti sia il contesto. A seconda dei casi specifici, allora, i problemi che la quarantena aggiunge a una condizione già di per sé complessa possono essere non solo l’ansia generata dalla maggiore difficoltà a nascondere il disturbo e/o le azioni compensative a familiari o coinquilin*, o al contrario la maggiore esposizione ai loro commenti critici, ora che la convivenza si fa più «stretta», ma anche – o in alternativa – lo stress conseguente al fatto di dover limitare le condotte compensative o dal non avere in assoluto modo di metterle in atto, implicando dunque un radicale ricalcolo delle proprie, compulsive, abitudini, e/o il senso di colpa che deriva dall’assente o (secondo il soggetto) insufficiente compensazione.

Benefits Supervisor Sleeping (1995), di Lucian Freud

Benefits Supervisor Sleeping (1995), di Lucian Freud

C’è un comportamento patologico che viene solitamente definito binge eating e che si manifesta in ricorrenti abbuffate, durante le quali il soggetto percepisce un senso di totale perdita di controllo rispetto a quanto sta facendo. Il cibo, in questi casi, viene ingurgitato compulsivamente, senza il vero gusto di farlo, ma per la sola volontà di mangiare fine a se stessa. Chi soffre di un disturbo alimentare, infatti, tende a rifiutare inviti a pranzo o a cena, temendo di perdere il controllo in pubblico e incarnando nel – supposto – sguardo altrui il proprio severo giudizio su se stess*. Più in generale, il soggetto preferisce trascurare le amicizie, a favore di attività solitarie.

Questi episodi capitano non solo a chi soffre nello specifico di disturbo da alimentazione incontrollata o da alimentazione notturna, ma anche ai bulimici, che tendono a percepire un forte senso di colpa a causa di questa mancanza di disciplina e trovano quindi rifugio in azioni compensative, che vanno dall’induzione al vomito al praticare un’eccessiva attività fisica.

C’è quindi anche chi, grazie all’isolamento della quarantena, prova in questi giorni un senso di sollievo. Per molti soggetti affetti da disturbi alimentari, infatti, risulta più facile compiacere lo sguardo altrui ed evitarne il giudizio dall’inizio della quarantena, dal momento che l’unico mezzo di cui disponiamo per instaurare relazioni all’esterno dell’ambiente domestico sono i social network. E, si sa, su Internet si può mostrare tanto, ma si può anche facilmente nascondere quello che non ci va di rendere pubblico (o anche solo manipolarlo, migliorarlo).


Con hashtag come #AndràTuttoStretto e post su quanto saremo tutt* più grass* alla fine della pandemia, stiamo trasformando lo scrolling in un processo spietato, destinato a emettere una condanna all’isolamento, all’insoddisfazione, alla disistima nei propri confronti.


A questo punto, soffermiamoci sul concetto di senso di colpa, sul ruolo dei social e, soprattutto, torniamo a noi. Noi che non siamo anoressici né bulimici né obesi e che sui nostri profili – senza malignità, sia chiaro, ma comunque colpevolmente – facciamo ironia con hashtag come #AndràTuttoStretto e post su quanto saremo tutt* più grass* alla fine della pandemia. Questo è shaming e resta tale anche se non lo sappiamo, anche se non era nostra intenzione puntare il dito su nessuno. Non volevamo, ma stiamo alimentando il senso di colpa (appunto) provato da molte persone grasse e lo stigma sociale a cui queste vengono sottoposte.

Stiamo trasformando, per molt*, lo scrolling in un processo spietato, destinato a emettere una condanna all’isolamento, all’insoddisfazione, alla disistima nei propri confronti. Stiamo ricalcando i soliti standard grassofobici e legittimando il fatto che si possa deridere – dunque considerare ridicol* – chi a quegli standard non è allineat*.

Parliamo di chi soffre di ansia e depressione

Donna malinconica (1902-03), di Pablo Picasso

Donna malinconica (1902-03), di Pablo Picasso

È proprio lo stigma che il soggetto affetto da disturbi alimentari subisce, da se stesso e dall’esterno, a rendere frequente la connessione tra queste condizioni e altre patologie come l’ansia e la depressione. Anche per chi soffre nello specifico di simili condizioni, la quarantena non è certamente facile.

Ho voluto parlarne con Margherita Fioruzzi, presidente di Mama Chat, e la dottoressa Flavia Risari, psicologa. È in particolare quest’ultima a raccontarmi quanto segue: «Facendo riferimento alla casistica clinica dei pazienti che seguo e di quelli seguiti dai miei colleghi, posso affermare che esiste un peggioramento dei sintomi di ansia e depressione nelle persone che già soffrivano di tali disturbi prima dell’emergenza in atto. È altresì possibile che un soggetto che non presentava difficoltà a livello psicologico, quantomeno eclatanti, fino a qualche settimana fa, riporti una sintomatologia ansiosa o un umore più basso da quando siamo chiusi a casa».


L’equazione non è, però, così diretta: non si tratta semplicemente di un «fonte di pericolo + isolamento = panico». Bisogna infatti tenere a mente che esiste una moltitudine di possibili fattori scatenanti l’ansia, a cui corrispondono altrettante reazioni.


Non è difficile immaginare quali siano i fattori propri dell’isolamento che possono portare al manifestarsi o all’aggravarsi di ansia e depressione, fino all’insorgenza di attacchi di panico. La dottoressa Risari ne menziona alcuni, partendo dall’«impossibilità di uscire anche solo per fare una passeggiata». La sensazione che ne deriva è quella di un loop continuo, in cui le attività si alternano – tra esercizio fisico, studio, lavoro, pasti, pulizie… – ma l’ambiente resta lo stesso. L’impressione è di esserne soffocati, di venirne schiacciati.

Abbiamo dovuto rinunciare alle nostre già rodate routine; viviamo a ritmi e tempi nuovi e non dobbiamo sentirci inadeguati se non siamo ancora riuscit* a trovare un equilibrio all’interno di questo setting inedito. Certo, abbiamo anche più tempo a disposizione: tutto quello che risparmiamo non dovendo recarci fisicamente a scuola o in ufficio, ad esempio, o non potendo svolgere alcun tipo di attività d’intrattenimento fuori casa. Non è detto, però, che si riescano a rimpiazzare cinema, teatro, concerti e presentazioni con le offerte online alternative. Per molte e molti, questo tempo è dedicato piuttosto a pensare e rimuginare, non sempre con esiti positivi sull’umore e la salute mentale. È più facile che siano i pensieri negativi a «occupanreo la testa in maniera troppo invasiva».

Ricordo di un dolore (1889), ritratto di Santina Negri, di Giuseppe Pellizza Da Volpedo

Ricordo di un dolore (1889), ritratto di Santina Negri, di Giuseppe Pellizza Da Volpedo

L’equazione non è, però, così diretta: non si tratta semplicemente di un «fonte di pericolo + isolamento = panico». Bisogna infatti tenere a mente che esiste una moltitudine di possibili fattori scatenanti l’ansia, a cui corrispondono altrettante reazioni. Se, ad esempio, è meno angosciante la condizione di un soggetto che soffre di «forte ansia legata a contesti sociali o pubblici» – e che, anzi, «troverà giovamento nello stare a casa perché si sente più sicura» –, lo stesso non si può dire di chi, al contrario, vede la sua ansia legata «a vissuti di solitudine». Per loro, non vedere altre persone e vivere, eventualmente, questa «reclusione» da sol* può essere o rivelarsi il più arduo degli ostacoli.

Ma non si tratta solo dell’isolamento. Ricordiamoci, infatti, perché siamo in quarantena. Stiamo vivendo un momento di pericolo e, come mi spiegano Fioruzzi e Risari, «la prima reazione che l’essere umano prova davanti a una situazione di pericolo è la paura. E meno male che sappiamo provarla: una dose adeguata di paura ci protegge dal pericolo e ci permette di non fare azioni che sarebbero nocive per noi e per gli altri». Se la paura, allora, può spingerci a comportamenti virtuosi (evitare di uscire senza una motivazione valida potrebbe essere un esempio!), è il suo eccesso a generare ansia e attacchi di panico. In un periodo tanto particolare, questo può accadere «sia in persone che già ne soffrivano prima del coronavirus, sia in coloro che non ne hanno mai sofferto».


La nostra salute è a rischio e il virus è un nemico invisibile, da cui ci si può difendere con le dovute precauzioni, ma che non si può domare del tutto.


La nostra salute è a rischio e il senso di minaccia provocato dalla diffusione del virus – un nemico invisibile, da cui ci si può difendere con le dovute precauzioni, ma che non si può domare del tutto – nella percezione di un soggetto ansioso viene amplificato. Le intervistate Fioruzzi e Risari confermano, infatti, quanto sia difficile restare lucidi, in questa situazione, se si soffre di ansia da controllo: questo perché, lo ribadiamo, «abbiamo poco controllo su ciò che accade. Possiamo solo “controllare” noi stessi e ciò che facciamo».

C’è poi chi soffre di un tipo di ansia legata a «una grande attenzione per la salute». Per quanto ben nota sia l’ipocondria, infatti, molto spesso ci si dimentica che questo disturbo è qualcosa di più di una buffa ossessione: strettamente connessa ai disturbi d’ansia e alla depressione, è anzi preferibile farvi riferimento come disturbo d’ansia da malattia.

Parliamo dei lavoratori non tutelati

La bevitrice (1887-1889), ritratto di Suzanne Valadon, di Henri de Toulouse-Lautrec

La bevitrice (1887-1889), ritratto di Suzanne Valadon, di Henri de Toulouse-Lautrec

C’è poi una forma d’ansia scatenata dalle questioni economiche e lavorative. In particolare, c’è una correlazione tra l’ansia e il lavoro cosiddetto «freelance». Le e i freelance (il termine viene solitamente tradotto con «liber* professionista») non sono esattamente una categoria professionale tra le più tutelate.

Chi lavora da freelance conosce bene la sensazione che sto per descrivere: a una più o meno costante impressione di vivere in un perpetuo tempo libero subentrano continue interruzioni, sottoforma di (legittime, intendiamoci) richieste lavorative, che possono arrivare in ogni momento e a dispetto di qualunque altra attività si stesse intanto svolgendo. Presa coscienza dell’assenza di orari e turni e del fatto di dovere ottemperare alle richieste ricevute, che queste fossero attese o meno, la/il freelance inizia a domandarsi se il suo sia più un lavorare mai o un lavorare sempre. L’ultima volta che ho invitato una persona freelance al cinema, al suo rifiuto è seguita una motivazione che potrebbe suonare più o meno così: «E se mi chiamassero per un lavoro urgente a metà film?».

Non è un caso che si parli nello specifico di freelance anxiety (ansia da lavoro autonomo), che si manifesta sottoforma di depressione, disturbi del sonno, ansia, insicurezza. Perché si tratta a tutti gli effetti di una condizione lavorativa precaria.


Per queste persone, ogni minuto a casa è un minuto in più speso a ricordarsi della propria inattività professionale; ogni ora in quarantena è un’ora in meno di retribuzione.


Certo, in quanto autonomi per definizione, godono di una maggiore libertà e – rimanendo in tema di quarantena – alcun* tra loro sono sicuramente tra le persone che hanno percepito come meno traumatico il passaggio al lavoro smart, da casa, perché erano già abituat* a svolgerlo: pensiamo a chi lavora nei settori di web design, grafica, comunicazione, traduzione, ma anche giornalismo, scrittura, editing e via discorrendo. Questa medaglia ha però un rovescio non da poco. Ci sono infatti altre categorie di freelance che, da un momento all’altro, si sono trovate semplicemente a non poter più accettare lavori – o a doverne accettare molti di meno e a condizioni più restrittive. Parliamo nel primo caso, ad esempio, di chi si occupa di fotografia, estetica e cura della persona, organizzazione di eventi o spettacolo, personal training; nel secondo, tra i tanti tipi, mi riferisco a chi fa ripetizioni o insegna privatamente, a tassist* e autist*.

I piallatori di parquet (1875), di Gustave Caillebotte

I piallatori di parquet (1875), di Gustave Caillebotte

Per queste persone, ogni minuto a casa è un minuto in più speso a ricordarsi della propria inattività professionale; ogni ora in quarantena è un’ora in meno di retribuzione. E non c’è decreto che curi davvero questo stato: scadenze fiscali, mutui e affitti sono sospesi, non cancellati. Alla fine della quarantena, bisognerà lavorare anche più di prima per fare fronte ai debiti accumulati in questo periodo e un’indennità di € 600,00 non basta a coprirli. Ogni liber* professionista si trova in questi giorni a preventivare quanto avrà perso da qui al 3 aprile e quanto drastiche debbano essere le proprie rinunce. Tanto che la prospettiva di restare nella propria casa, e che questa resti propria, appare perfino rosea.


M. è costretta a recarsi ogni giorno a lavoro, da pendolare, perché il suo datore di lavoro non le concede lo smart working. Ridurrebbe la produttività, dice; la renderebbe pigra.


Ma la quarantena non è un dramma tutto freelance: ci sono anche quei lavoratori che a casa ci vorrebbero stare, che potrebbero, ma a cui non è permesso da datrici e datori incoscienti.

È il caso di M., campana, 45 anni. Laureata in Giurisprudenza, è impiegata nel’ufficio amministrativo di un consorzio. Ha due figli a carico e questo è il suo primo lavoro stabile: ha decisamente bisogno di non perderlo, a costo di vedere calpestati i propri diritti. È costretta a recarsi ogni giorno a lavoro, da pendolare, perché il suo datore di lavoro non le concede lo smart working. Ridurrebbe la produttività, dice; la renderebbe pigra.

Ma c’è anche V., che lavora in un settore – il restauro – che la pandemia ha immobilizzato. Eppure il suo datore ritiene che si debba continuare a lavorare, senza alcun rallentamento. Solo dopo l’ennesimo decreto (quello di lunedì 16 marzo) e l’inasprimento delle misure di tutela ha deciso di concedere dei turni «a rotazione», mettendo cioè le e i dipendenti in cassa integrazione. Veronica ha allora pensato di usufruire dei suoi 20 giorni di ferie retribuiti: perché anche a orario ridotto c’è poco da fare, perché è necessario restare a casa, perché «le muffe possono aspettare».

Parliamo di chi una casa in cui restare non ce l’ha

Il venditore di fiammiferi (1921), di Otto Dix

Il venditore di fiammiferi (1921), di Otto Dix

A chi la casa rischia di perderla e a chi vorrebbe vedere riconosciuto il proprio diritto a restarci, si aggiungono anche le persone che una casa non ce l’hanno. Vivono in strada, in condizioni igieniche non in linea con quelle imposte dai decreti in tema di Covid-19, e non hanno la possibilità economica di acquistare mascherine e guanti. Non possono, di conseguenza, rispettare le regole imposte per contenere il contagio e sono inevitabilmente esposte al rischio di contrarre il virus. Per questa ragione, c’è anche chi pensa di denunciarle, come segnala ad AGI l’Associaizone Avvocato di strada.

La cooperativa Binario 95 lancia allora #VorreiRestareACasa, una campagna «per richiamare l’attenzione», si legge su Redattore Sociale, «anche sulle difficili condizioni che le persone senza dimora e i servizi di accoglienza sono chiamati a fronteggiare». La stessa associazione sottolinea come il problema non si limiti all’assenza di una casa in cui andare in quarantena, ma alla necessità di frequentare luoghi come mense e centri di accoglienza, per mangiare e dormire al sicuro, che però difficilmente garantiscono il rispetto delle distanze minime.

Simili le condizioni nei centri di accoglienza (Cas o Siproimi) e nei centri per il rimpatrio (Cpr): Eleonora Camilli, su Redattore Sociale, parla infatti di «sovraffollamento, prossimità forzata, scarso accesso alle cure e ai servizi igienici». Tutte condizioni che non permettono ai migranti di prevenire eventuali contagi. Non solo: per molte e molti, è la permanenza stessa in Italia a essere a rischio, a causa della chiusura straordinaria delle questure. Impossibile, in questo momento, ottenere dei documenti, così come fare richiesta d’accoglienza o asilo.

Parliamo di chi una casa ce l’ha, ma nella parte sbagliata del mondo

Il bambino malato (1886), di Arturo Michelena

Il bambino malato (1886), di Arturo Michelena

Infine, c’è chi non è mai partito. C’è chi questa pandemia la vive in Paesi non europei, più precisamente da una parte di mondo svantaggiata. Perché di fronte a una crisi di questa portata, in cui sono essenziali il corretto funzionamento e il potenziamento del sistema sanitaro e delle politiche di welfare, se la propria casa, prigione o rifugio che la si consideri, si trova in Italia si è comunque molto più fortunati di chi invece vive questo momento storico entro i confini di Stati come il Venezuela.

Ve lo avevamo raccontato in passato, in due diverse occasioni, servendoci di alcune testimonianze dirette: prima quella di Carola, studentessa, poi quella della migrante Elena, che attualmente vive in Germania. Nel Venezuela di Maduro, già prima che il coronavirus sconvolgesse le nostre vite, era diventato difficile, talvolta impossibile, reperire beni di prima necessità come cibo, acqua e medicinali. Inoltre la normale erogazione del servizio sanitario è resa problematica dai frequenti e prolungati blackout.

Al momento, l’emergenza in Venezuela è contenuta, ma se – come ci si aspetta – dovesse aumentare il numero delle persone positive al Covid-19 la situazione, per un Paese già fragile, diventerebbe ancora più drammatica. Leggiamo su la Repubblica che l’intero Paese conta «appena 206 letti di terapia intensiva» e che vi è anche una carenza di personale medico, poiché molti di questi professionisti sono emigrati, intenzionati a lasciarsi «alle spalle il regime di Maduro per trovare riparo al’estero».

Non siete sol*! Ecco a chi chiedere aiuto

Identità (1968), di Ben Shahn

Identità (1968), di Ben Shahn

Fortunatamente la solidarietà degli italiani si manifesta anche nelle direzioni fino a qui indicate.

Se sei una donna vittima di violenza di genere, puoi contattare il numero dei centri antiviolenza (1522), attivo in italiano, inglese, francesce, spagnolo e arabo.

Se sei una persona lesbica, bisessuale o trans e sei costrett* a convivere con una famiglia lesbobitransfobica o con una compagna violenta, puoi metterti in contatto con l’associazione Lesbiche Bologna, sia via telefono (linea lesbica, 391 335 9732; linea lesbica antiviolenza, 391 333 3405) o – se non puoi telefonare! – via email (linealesbicabo@gmail.com; linealesbicaantiviolenzabo@gmail.com). Le persone LGBT+ possono inoltre rivolgersi al Gay Help Line del Gay Center di Roma, il cui servizio è stato rimodulato durante il periodo della quarantena, rendendosi operativo non più telefonicamente ma tramite chat sull’applicazione Speakly, scaricabile su Google Play e App Store Apple. È possibile usufruirne dal lunedì al sabato, dalle 16:00 alle 20:00.

Se sei un minore vittima di violenza o sei testimone di una violenza su minori, il numero Emergenza infanzia di Telefono Azzurro è 114. È attiva anche un’area del sito in cui è possibile chattare con un operatore della linea o richiedere un contatto via SMS o WhatsApp. È inoltre disponibile un’app, su Google Play e App Store Apple. Restano poi attivi i contatti «generici» di Telefono Azzurro (19696 e letuedomande@azzurro.it), validi per chiunque – anche adult* – voglia porre domande o cercare conforto in merito a temi come bullismo, cyberbullismo, dipendenze, adescamenti online e ogni forma di evento traumatico.

Se soffri di disturbi alimentari o temi che si stiano manifestando per la prima volta, puoi rivolgerti al numero verde SOS Disturbi alimentari (800 180 969). L’associazione Nutrimente offre inoltre consulenze sul tema ai genitori di giovani persone affette da disturbo dell’alimentazione, tramite email (teenutrihelp@gmail.com) e telefono (333 560 0344). Inoltre, molte ASL forniscono servizi di consulenza e supporto telefonico.

Hai bisogno di assistenza psicologica? SIPEM SoS Lombardia e la Società Italiana di Psicologia dell’Emergenza hanno inaugurato un servizio ad hoc per i giorni di quarantena. Si chiama Pronto Psy, è gratuito e basta scrivere a sipemsoslombardia@gmail.com o via SMS o WhatsApp al numero 379 189 8986 per chiedere di essere ricontattati. Anche l’agenzia di stampa Dire Giovani mette 30 psicologi al servizio di «studenti, docenti e famiglie durante l’emergenza coronavirus». Potete mettervi in contatto con loro via email (esperti@diregiovani.it) o SMS e WhatsApp (333 411 8790). Ancora, la onlus Il Bandolo offre un servizio di supporto psicologico telefonico al numero 011 230 2727, attivo tutti i giorni dalle 11:00 alle 21:00. È dedicato poi esclusivamente alle donne Mama Chat, uno sportello online che funziona prevalentemente via chat. Inoltre, il Consiglio Nazionale Ordine Psicologi ha lanciato l’iniziativa #PsicologiControLaPaura. Potete scaricare dal sito un decalogo anti-panico, corredato da tre buone pratiche per affrontare il coronavirus.

Per lavoratrici e lavoratori che sono stat* licenziat* durante il periodo di quarantena o che devono subire i comportamenti crminali di datrici e datori di lavoro, l’Ex OPG Je so’ pazzo di Napoli ha istituito ha attivato una linea di assistenza telefonica chiamata Telefono Rosso, per mezzo della quale chi chiama può essere mess* in contatto diretto con avvocati competenti. È possibile telefonare dal lunedì al venerdì e ai numeri che seguono, a seconda degli orari: 328 396 5965 (11:30 – 13:00); 320 871 9037 (13:00 – 15:00); 351 967 5727 (18:00 – 19:30); 327 297 9156 (19:00 – 20:30).

Se vuoi supportare l’associazione Binario 95, che opera a Roma a sostegno delle persone senza fissa dimora, puoi decidere di fare una donazione, donare mascherine, guanti in lattice e gel disinfettante alla sede di via Marsala, 95 o anche di diventare volontario (volontari@binario95.it).

Temi che il tuo permesso di soggiorno sia a rischio di rinnovo? Il team legale di Pensare migrante ti fornisce tutte le informazioni utili in materia di permessi di soggiorno, ricorsi, istanze di protezione internazionale, contenuti nei decreti relativi all’emergenza Covid-19. Oltre ad aver pubblicato un documento con le FAQ in merito, è anche possibile contattere chi di competenza su WhatsApp (351 972 4253) e via email (info@pensaremigrante.org) per rivolgere ulteriori domande o per richiedere una traduzione in verione audio delle informazioni in bambara, mandinka, wolof oltre che in inglese, francese e arabo. Inoltre, la Onlus A Buon Diritto, avendo dovuto sospendere le attività del suo sportello legale gratuito per migranti e richiedenti asilo, offre un servizio telematico analogo ai seguenti contatti: Legal Aid, dal martedì al giovedì, dalle 17:20 alle 19:00 (351 972 4253); A Buon Diritto, dal lunedi al venerdi, dalle 14:00 alle 17:00 (351 944 3368); CIR, via email (legale@cir-onlus.org).

Per aiutare la popolazione venezuelana, puoi rivolgerti ai soggetti che offrono aiuti umanitari e sostenerle con una donazione. Tra queste, c’è Caritas Italiana, ma anche UNHCR e la fondazione Banco Farmaceutico.


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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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