Siria, Turchia e Lesbo: una sconfitta per gli Stati di Schengen

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In foto, profughi afgani sull'isola di Lesbo. Immagine di Aris Messinis per Internazionale

In foto, profughi afgani sull’isola di Lesbo. Immagine di Aris Messinis per Internazionale

Mentre gran parte del mondo è occupato a cercare dei modi per gestire la preoccupante emergenza sanitaria del Coronavirus (CoVid-19), non molto lontano c’è la guerra. Ebbene sì, in Medio Oriente la guerra non ha mai cessato di esistere, e la situazione in Siria e nelle zone limitrofe è più critica che mai.

La guerra in Siria è cominciata nel 2011, quando i cittadini hanno chiesto la liberazione di due studenti arrestati ingiustamente e, al contempo, protestano per ottenere una svolta democratica per il Paese: ha quindi inizio la cosiddetta “Primavera araba”. Sotto il regime di Assad, però, ogni rivoluzione viene controbilanciata da una repressione violenta, con il fuoco e con le bombe. Si apre così la vera e propria guerra civile siriana, che vede contrapporsi il regime di Assad (aiutato dalle formazioni terroristiche di Hamas ed Hezbollah) ai ribelli, coloro che hanno deciso di combattere per resistere.

Il quadro di questa guerra civile è tutt’altro che semplice ed è divenuto, negli anni, campo fertile per strategie oltre che militari, anche – e soprattutto – politiche. La situazione geopolitica del Medio Oriente è talmente complicata che non basterebbe un libro per spiegarla tutta; sta di fatto che in questo scenario si inserisce la Turchia.

In foto, il Presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan

In foto, il Presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan

Lo Stato turco, guidato dal suo Presidente Erdoğan, ha un ruolo fondamentale che lo lega sia alla Siria che all’Unione Europea, per quanto riguarda la gestione dei migranti che tentano di scappare dalla guerra.

Il piano turco è quello di creare una “zona cuscinetto” nel nord della Siria dove allocare poi 2 milioni di profughi, con tanto di scuole, ospedali, villaggi e moschee. Per realizzare questo disegno da 27 miliardi di dollari, il Presidente turco ha chiesto il contributo anche all’Unione Europea, pensando bene che questa “soluzione” potesse giovare all’UE – poiché eviterebbe, presumibilmente, un’ulteriore ondata migratoria. Per compiere questo piano, però, Erdoğan ha un ostacolo non indifferente: il popolo curdo che abita e amministra quella zona della Siria da sempre. Il 9 ottobre 2019 inizia così loperazionePrimavera di pace“, che vede schierate le forze armate turche e l’esercito libero siriano contro i curdi: raid aerei, bombardamenti, tanti morti tra i civili e gli innocenti.


La questione migratoria è forse uno dei problemi più urgenti e più complessi dei nostri tempi: vanno revisionati trattati obsoleti e poco efficaci, vanno istituiti tavoli e commissioni con i maggiori esponenti politici di tutto il mondo.


In questi giorni Erdoğan ha aperto la strada verso lEuropa a milioni di rifugiati che venivano ospitati ad Ankara: un messaggio per l’Unione Europea che, secondo il presidente turco, non ha rispettato le responsabilità e i patti stipulati nel 2016 sulla questione migrazione e profughi di guerra in fuga dalla Siria. Le popolazioni greche al confine stanno impedendo ai migliaia di migranti che si sono ammassati alla frontiera di entrare.

Sullisola di Lesbo la situazione è critica e le immagini che circolano su quanto sta accadendo sono raccapriccianti: esercito e polizia schierati, gruppi di vigilantes autoproclamati che cercano di impedire gli sbarchi e aggrediscono i giornalisti e il personale delle organizzazioni non governative; un bambino è morto dopo che un gommone si è ribaltato nell’acqua. Un contesto che sembra quasi fuori dal mondo, dove i diritti umani non esistono più – per non parlare degli inesistenti concetti di empatia e compassione, che ormai hanno perso ogni valore.

Una mappa che illustra i paesi dell'area Shengen, in cui capitali, merci e persone possono viaggiare senza particolari dogane o passaporto

Una mappa che illustra i paesi dell’area Shengen, in cui capitali, merci e persone possono viaggiare senza particolari dogane o passaporto

Lo scopo del trattato di Schengen (1985) era quello di creare uno spazio di libera circolazione di merci, capitale e persone in Europa. Filosoficamente parlando, si aspirava ad abbattere la concezione di confine rigido, di barriera invalicabile e di separazione netta che, con la Guerra Fredda, era diventata l’idea predominante. Un accordo stipulato in nome della cooperazione, della pace, dell’aiuto reciproco e di un senso di comunità che prescindeva dalla sovranità dei diversi Stati.

Cooperazione e libertà, dentro. E fuori? Fuori è un altro mondo, altre priorità e altre concezioni di confine.


Anche se la guerra non è in casa nostra, non vuol dire che non esista: le persone scappano da torture e da morte quasi certa, e noi europei li respingiamo.


Eliminando i confini interni, l’Unione Europea ne ha (inconsciamente?) creati di più rigidi tra l’UE stessa e l’esterno, tutto ciò che non è spazio Schengen. Forse il confine UE/non-UE è la barriera più alta, che marca una netta separazione tra ciò che può essere cooperazione, scambio e movimento e ciò che invece deve stare fuori. Ma anche se la guerra non è in casa nostra, non vuol dire che non esista: le persone scappano da torture e da morte quasi certa, e noi europei li respingiamo.

La questione migratoria (e dei profughi di guerra) è forse uno dei problemi più urgenti e più complessi dei nostri tempi: vanno revisionati trattati obsoleti e poco efficaci, vanno istituiti tavoli e commissioni con i maggiori esponenti politici di tutto il mondo. Perché non sarà Erdoğan, né quei 27 miliardi di dollari, né quell’utopico insieme di villaggi per profughi siriani –paradossalmente situato nel nord della Siria, Paese dal quale scappano – a risolvere il problema.

C’è una falla filosofico-politica profonda in questo sistema di Schengen: si è scelto di abbattere ogni barriera fisica, economica, politica, e culturale all’interno innalzando però una muraglia tra ciò che è Unione Europea e ciò che non lo è, creando una netta separazione con l’esterno. E bloccare le migrazioni via terra o via mare non cambierà la situazione.

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Eleonora Pasetti

Eleonora Pasetti

Classe '96, laureata in Comunicazione ed iscritta alla specialistica in Scienze Politiche e di Governo. La politica non piace quasi a nessuno, ma a me sì. Penso sia importante sapere cosa succede intorno a noi, e capire che ogni azione ha una sua conseguenza: scrivo principalmente di questo.

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