10 aprile 1970: cinquant'anni fa si scioglievano i Beatles

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In foto, i Beatles durante una conferenza stampa a Washington, il 16 agosto 1966

In foto, i Beatles durante una conferenza stampa a Washington, il 16 agosto 1966

Quando arrivi in cima, puoi solo cadere in basso, ma i Beatles non potevano cadere in basso. Rimangono lì, irraggiungibili, congelati, favolosi.

– Philip Larkin


Era il 10 aprile del 1970, esattamente cinquanta anni fa, i Beatles – una delle più note band al mondo – si scioglieva ufficialmente. La stampa impazziva, i ragazzi (un’intera generazione) piangevano sopra le parole che tutti i canali continuavano a buttare fuori dalle radio e dalle televisioni: «I Beatles si dividono. È ufficiale».

Poco prima, il 30 gennaio 1969, i «FabFour» salutavano gli ignari fan e il mondo della musica a loro conosciuta come un corpo e quattro menti, con lo storico concerto – fermato dalla polizia – sui tetti degli Studios di Abbey Road a Londra, in seguito al’uscita del famosissimo album che porta lo stesso nome della strada, Abbey Road.

Let it be sarà poi pubblicato «postumo» l’8 maggio. È il testamento ufficiale, che segnerà la fine di una generazione, portando i quattro musicisti a intraprendere le proprie (magnifiche) strade soliste.

Non sarò certo io a dire per prima che i Beatles sono stati e sempre saranno una delle più grandi svolte nella storia culturale del ‘900. Quattro uomini, con tutti i propri difetti, che hanno però dato il via a un susseguirsi di innovazioni lungo generazioni.


Hanno influenzato l’intero panorama musicale dell’epoca e degli anni successivi. Tutto questo nell’arco di soli dieci anni.


Sono qui per elogiare quella che è la mia band preferita, per quello che ha lasciato e che ancora risuona nella nostra testa come se il 1960, anno in cui scalarono le classifiche europee, fosse dietro l’angolo.

L’importanza risonante della band ha portato cambiamenti nel modo di vedere il mondo: partendo dalla swinging London, con i toni scanzonati di album quali Please Please me, A Hard Day’s Night, e passando per la psichedelia con l’uscita di Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band, fino a giungere ai toni decisamente più maturi del White Album, hanno influenzato l’intero panorama musicale dell’epoca e degli anni successivi. Tutto questo nell’arco di soli dieci anni.

Parliamo di quattro ragazzi di Liverpool, quattro ragazzi che forse senza quella voglia di azzardare sarebbero finiti nella working class (come canterà in seguito John Lennon). Quattro ragazzi semplici: John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr che, dalle loro piccole case di provincia, senza minimamente sapere cosa avrebbe riservato loro il futuro, a poco più (o meno) di vent’anni hanno iniziato una rivoluzione musicale e culturale che non potrà mai passare di moda.

In foto, i Beatles presentano il nuovo album Revolver (1966) negli studi di Top of the Pops Rehearsal, presso il BBC TV Centre

In foto, i Beatles presentano il nuovo album Revolver (1966) negli studi di Top of the Pops Rehearsal, presso il BBC TV Centre

A pezzi indimenticabili quali Yesterday, Let it be, All you need is love si aggiungono tra migliaia di film e documentari dedicati al loro operato – basti pensare al più recenteYesterday, uscito nelle sale nel 2019, in cui ci si ritrova catapultati in un mondo distopico senza Beatles. «Un mondo senza Beatles è mondo decisamente molto triste» è una frase che mi segnerà per sempre.

Perché questo è: un mondo triste. È un mondo triste da immaginare, senza una Lucy che se ne sta nel cielo con i diamanti, senza la melodia squillante e ironica di Obladì Obladà, senza tutte le iconiche immagini scattate in giro per il mondo – e che hanno fatto il giro del mondo.

Come diceva saggiamente George Harrison: «Mi piacerebbe pensare che i vecchi ammiratori dei Beatles siano cresciuti, si siano sposati, abbiano tutti dei figli e siano tutti più responsabili, ma che nei loro cuori ci sia ancora un posto per noi». E rassicuriamolo, George, ovunque egli sia. Perché per i Beatles, un posto nel nostro cuore ci sarà sempre.

About author

Claudia Fontana

Claudia Fontana

Claudia nasce nel 1996 a Pesaro, per metà cubana, conosce cinque lingue, appassionata di arte (sì è una di quelle che piange in tutti i musei) e letteratura, studia - cliché - lettere moderne nella rossa Bologna ma è sempre da qualche altra parte del mondo; da grande vorrebbe lavorare nel mondo dell’editoria, però anche viaggiare però anche fare la fotoreporter però anche vincere il premio Nobel per la pace. Perennemente indecisa, promessa sposa del Regno Unito, del rock classico, di Francesco Guccini e delle tisane allo zenzero.

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