Apologia della sorte, l'arte del pensiero sofisticato di Lucrezia Lombardo

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In foto, Apologia della sorte, di Lucrezia Lombardo, in una foto di Ylenia Del Giudice

In foto, Apologia della sorte, di Lucrezia Lombardo, in una foto di Ylenia Del Giudice

Apologia della sorte, un titolo che non si dimentica difficilmente. Sono le poesie di Lucrezia Lombardo per la collana Nuova poetica 3.0 della Transeuropa. Una silloge complessa, difficile e probabilmente alla portata dei pochi che apprezzano il classicismo e aborrano l’arte contemporanea di fare poesia.

Poco tempo fa vi avevo parlato dei versi in rima di Riccardo Zanin, un contrasto fra il vecchio e il nuovo modus operandi. Nella sua silloge, invece, Lucrezia mantiene ancor più viva la tradizione classica, richiami a un mondo distante di cui portiamo i segni sulle spalle di liceali ormai cresciuti.

Apologia della sorte: la prima impressione

A metà lettura ho appuntato: «Difficile da leggere, dispendio di energie, chi lo leggerà?». Il lettore medio, che già non perpetra abitualmente letture di poesie, come potrebbe mai approcciarsi a una lettura così sofisticata? Sono giunta a una conclusione: non siamo obbligati a leggere tutto come non siamo obbligati a essere letti da tutti. In questo senso, dunque, non è necessaria una riforma protestante della poesia.

Lucrezia, che proviene da un percorso di studi filosofici, ha scelto di concentrare la sua silloge su una sola domanda: c’è una sorte, un destino già scritto o siamo noi stessi che costruiamo la nostra strada? Non è possibile dare una risposta certa e la stessa Lucrezia non si cimenta in questo gioco. Bensì produce un percorso di riflessione che cela fra le righe il suo pensiero.

Il libro viaggia su due binari. Il primo, quello dell’apologia, come discorso in difesa delle proprie idee; il secondo, quello delle preghiere della liturgia antica, è atto invece a chiedere perdono dei propri peccati. Lucrezia Lombardo riesce a trascrivere un Gran Tour nel cosmo umano usando la stessa penna di Cioran, con un inchiostro altrettanto reale quanto pessimista. La silloge poetica si apre con una scelta della casa editrice: la biografia dell’autrice. Era necessario lasciare la quarta di copertina libera, affinché il lettore potesse concentrarsi sul contenuto.

L’inizio di Apologia della sorte

La specie e il destino è il primo poemetto, composto da tre canti che ripercorrono la storia dell’umanità, mantenendo uno stile critico. Lucrezia vuole riflettere sulla libertà e sulla predestinazione: crediamo di essere liberi o crediamo che la nostra libertà sia invece condizionata da un Dio?

«Non occorrevano spiegazioni / che rendessero accettabile / ciò che m’era intorno. / Conoscevo reietti / che mi offrivano il loro pane, / tutto il loro pane, / e senza preoccuparmi d’esser sfamata / vivevo come i dimenticati dal mondo».

Alla fine di questo primo canto emerge la figura nobile del reietto, colui che, abbandonato l’agio, si veste di iuta e cammina scalzo. Sullo sfondo, Il sultano di babilonia di Branduardi inizia a danzare. Un motivetto che rimanda a un passato quasi più puro e naturale.

Il secondo canto, sempre in chiusura, riassume la condizione attuale, la discesa dei barbari nelle terre un tempo fertili («Vennero i barbari / in cerca d’una rivoluzione / che desse alle fiamme tutto ciò / che rimaneva dell’innocenza»). Nell’ultima parte invece avviene la vera e propria scena conclusiva, quella in cui si tirano le somme e si prova a costruirsi una propria apologia («Ecco giunta l’epoca / in cui l’uguaglianza ha davvero trionfato / rendendo tutti parimenti schiavi. / Schiavi che ignorano / la loro tragedia e / preferiscono non pensarci»).

Iconografie e santi blasfemi

Notte stellata sul Rodano (1888), di Vincent van Gogh

Notte stellata sul Rodano (1888), di Vincent van Gogh

Senza proseguire oltre con la liceale analisi del testo, è importante sottolineare come Lucrezia Lombardo riesca a mantenere intatta l’iconografia artistica e religiosa che, seppur di non facile comprensione, ci permette di identificare autori, opere e personaggi. Le parole sembrano ruotare come stelle nel cielo di Van Gogh, la narrazione delle storie odora delle sinopie di Palazzo Trinci, la mano di Raphael Urbinas che tesse una storia contemporanea.

Così accade per Poemetto dell’aspirazione al cielo, composto anch’esso da tre parti – Paradiso, Purgatorio e Inferno. Un richiamo che rimanda all’opera allegorica del noto Guelfo Bianco e che viene sovvertito secondo l’ordine della poetessa. Si sceglie di partire dall’alto, invertendo il cono e così la ritmica. Da un aulico paradiso si cade nell’Inferno terreno, non per errore, bensì per sottolineare una fedeltà alla terra, all’animale-uomo che, probabilmente, si allontana sempre più dallo spirito.

Non c’è voglia di animare il lettore fino al raggiungimento dell’estasi. La vecchia maniera di Cioran si percepisce a ogni punto e si prospetta chiaro al fruitore l’intento di annichilire l’uomo e il suo credo.

Apologia della sorte, polvere di morte

In foto, la scrittrice Elizabeth Bishop

In foto, la scrittrice Elizabeth Bishop

«Ma il gesuita non aprì la porta / dell’immensa cattedrale lattescente / poiché era certo che il regno dei cieli / andasse conquistato con il pianto.
«E mentre quei disperati bussavano senza sosta e / la sera lentamente avanzava / ci fu chi osò dire: / “È giusto che avvenga! / È bene, dunque, che quel ch’era per pochi / divenga adesso per molti! / È il momento che tutti possano comprendere / la menzogna e distaccarsi da essa, / affinché ciò ch’era stato edificato sull’inganno / non resti intatto. / È il destino che vuole che solo in pochi / varchino la soglia sacra, / poiché essa è in mano a serpenti!”».

Queste due strofe sono estratte da Jugoslavia, addio: Breve racconto di un viaggio in versi, secondo canto. Una terra martoriata dalla guerra per mano di cavalieri moderni. Leggere di questo suo viaggio – o guardare le foto del massacro di Srebrenica – rimanda il lettore alla stessa sensazione di polvere ingoiata e secchezza della gola. La lettura si prosegue in apnea: ci si chiede quale sia la realtà, quale sia la percezione corretta del mondo.

Nel VII canto di questo poemetto, Antonijo, si riassume la papabile risposta alle domande precedenti: «Schiaccia i suoi figli / con accanimento feroce / la vita, la sorte… / quale il suo vero nome?». Si può notare come, anche in questo caso, viene posta una domanda al lettore che spinge a una riflessione. Lucrezia non fornisce alcuna risposta certa.


Con l’incertezza di chi ancora vuole maturare il proprio pensiero ultimo, Lucrezia Lombardo esprime pienamente questa sua propensione ad accettare l’arte di perdere.


Da qui in poi il ritmo cambia, si piega la parola al proprio bisogno di realtà. Poesie e poemetti diventano così racconti poetici di vita vissuta, fotografie di antenati e, soprattutto, espressione di saper soffrire. Lucrezia non rinnega il dolore, mai. Lo accoglie e non lo costringe («Il vuoto che non già in noi / prendeva forma, / ma fuori, / laddove tentammo di abitarlo / per fare del mondo / qualcosa di nostro»).

Se l’uomo è davvero libero – e tale si considera – è costretto a fare i conti con la perdita. Elizabeth Bishop aveva reso noto questo aspetto nella sua poesia L’arte di perdere. Con l’incertezza di chi ancora vuole maturare il proprio pensiero ultimo, Lucrezia Lombardo esprime pienamente questa sua propensione ad accettare l’arte di perdere. Ne I passeggiatori sul ponte e Proverbio ebraico emergono immagini nostalgiche e si mastica vuoto. Si sente nello stomaco mentre si espande.

La riflessione prosegue oltre, scava nel concetto di realtà oggettiva e soggettiva che spesso serve solo all’essere umano per non affogare. È un bene affiliarci a una realtà che richiedere di essere rimodellati? «Nessun colore che s’imponga sugli altri, / nessun abito da donna che spicchi per originalità, / tutto è livellato».

Desiderio è parte del percorso di riflessione su questi archetipi indotti, acquisiti e involontari. Il culmine di queste riflessioni è proprio Apologia della sorte, una poesia che serve quasi a mettere un punto, a fermare il protrarsi di un ragionamento che rischia di far precipitare nel baratro. Troppa carne sul fuoco, e quella carne è la carne di chi legge. È bene dunque non indurre il lettore a una conclusione guidata, bensì lasciarlo pensare.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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