Tra realismo e fantascienza: la pandemia raccontata dall'Argentina

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Córdoba, Argentina © La tinta

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di Gabriel Montali per La tinta
traduzione di Giulia Di Filippo

La fantascienza è il nuovo realismo? Come cambierà il mondo dopo il virus? Il giornalista argentino Gabriel Montali offre spunti di riflessione sulla pandemia e sullo scenario apocalittico attuale.


Quarantena totale: giorno uno. Le strade sono immerse nel silenzio, come fosse domenica. Un silenzio così assoluto che riesco a distinguere senza problemi le conversazioni dei vicini. In particolare i lamenti di Ana, la mia dirimpettaia, che, con la veemenza della gente di paese – tipico retaggio italiano ancora presente nella provincia di Córdoba –, saluta triste per telefono il nipote che non vede da giorni e di cui sentirà la mancanza per chissà quante altre settimane. Nonna Ana ha già superato i sessantacinque anni e si porta dietro qualche acciacco che la fa respirare a fatica, a causa dell’amore per le sigarette, e uno stent che da tempo avrebbe bisogno di un controllo.

Io, che ho la metà dei suoi anni e sono sano come un pesce, cerco di immaginarmi la sensazione: sapere di non avere via di scampo; sapere, se il virus arriva, di lasciarci le penne. Una condanna che si aggiunge alla miseria della pensione, alla discriminazione quotidiana che subisce chi ormai viene considerato una ferraglia da buttare, un oggetto improduttivo. Quelle persone amate che «purtroppo» perderemo, come ha affermato il primo ministro inglese, Boris Johnson, in una prima, folle dichiarazione.

Come ci si deve sentire a sapersi materiale di scarto? Cosa starà provando chi conferma quello che in fondo non era un segreto, ovvero che per il sistema i più vulnerabili non contano niente o, peggio ancora, che lo stronzo di turno si compiace, forse fino a eccitarsi, del fatto che la loro morte non sarà che un risparmio per il bilancio pubblico? Cerco di immaginare, ma non ci riesco. Non posso farci nulla. Toccherà anche a me; tocca a tutti.

Córdoba, Argentina © La tinta

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Sono le nove del mattino e, mentre il canto di un grillo mi trapana la testa, ripenso al concetto più volte ribadito dallo scrittore Jorge Carrión: l’idea secondo cui la fantascienza è il nuovo realismo. Si tratta di una visione interessante, che consente una doppia lettura. Da un lato, abbiamo reso possibile, nel terreno della realtà, quasi tutte le ipotesi che avevano immaginato i padri delle grandi distopie, mancano all’appello solo gli eventi che non dipendono da noi: che finalmente arrivino gli alieni, o che la Terra venga distrutta da un asteroide. Dall’altro, sembra che questo momento stia esaurendo le basi su cui si fonda il genere stesso, perché è diventato difficile proiettarsi nel futuro, immaginare che tra cent’anni, per dirne una, si verifichi una tragedia come conseguenza della nostra irresponsabilità nel presente. Sembra che stia succedendo tutto qui, ora, in questo tempo che ha assunto la forma del nostro edonismo, che vuole avere tutto per sé.


È da tempo ormai che la reclusione è diventata la nostra forma di sicurezza, nonché di comunicazione.


Vediamo un po’: la velocità della globalizzazione, le gigantesche disuguaglianze – tra cui l’eliminazione dei confini per il capitale e le epidemie, ma non per la maggior parte delle persone –, i poli che si sciolgono, la pioggia avvelenata dagli agrochimici, il terrore xenofobo che dilaga a macchia d’olio. Non ci è bastato essere riusciti a rispettare le date mitiche di Orwell e di Blade Runner, né l’aver fondato una nostra versione della Tyrell Corporation. Oggi, questa situazione ha come vittima l’intero pianeta, un surrogato di Io sono leggenda in cui le nostre case sono diventate la zona sicura; questo, un altro surrogato: è da tempo ormai che la reclusione è diventata la nostra forma di sicurezza, nonché di comunicazione.

Córdoba, Argentina © La tinta

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Mentre la curva del contagio si alza sul pianeta con la forza di uno tsunami, si moltiplicano le fantasie cospirative: il virus l’hanno diffuso gli Stati Uniti, è una strategia dei cinesi per far crollare l’economia mondiale, è colpa di chissà quale laboratorio che vuole lucrare sulla nostra salute e che ha già il vaccino pronto da tempo. Insomma, un generatore di opinioni deliranti che hanno reso evidente, con maggior enfasi rispetto ad altre occasioni, la crisi di interpretazione che stiamo vivendo. L’eccesso e la rapidità delle interconnessioni fanno sì che sia sempre più difficile distinguere cosa è vero da cosa è fake, cosa è logico da cosa è incoerente. Contribuisce a peggiorare il quadro la pigrizia intellettuale verso cui ci spingono gli algoritmi, sistemi in grado di offrirci un racconto dei fatti tarato a misura delle nostre posizioni ideologiche.

Episodi come le reazioni canagliesche di Trump, Bolsonaro e Johnson davanti alla pandemia, o gli irresponsabili che, sapendo di essere potenziali contagiati, non rispettano la quarantena, o ancora gli idioti che, convinti di essere in vacanza, si sono messi in macchina verso le loro seconde case, ci obbligano a cambiare il riferimento letterario sin qui evocato: più che La peste di Camus, trovo che la metafora più adatta sia La Divina Commedia, il grottesco di Dante.


Un tratto distintivo della nostra epoca: ripudiamo gli irresponsabili senza fermarci a pensare alle nostre, di miserie.


La paura legittima nei confronti del virus si scontra con i tentativi di mistificazione dettati da un clima di paranoia generale, come il «non me lo deve di certo dire il presidente cosa devo fare» di Aníbal Pachano o l’economismo spiccio di Javier Milei, secondo cui la quarantena totale imposta dal governo è una misura «omicida» che danneggia in maniera innecessaria la produzione, in un contesto in cui, tanto, «sappiamo che alcune persone moriranno», come lui stesso ha dichiarato in un’intervista in cui difendeva la tesi del premier britannico.

Córdoba, Argentina © La tinta

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Attenzione, non voglio passare per il pessimista di turno. Sono numerose le immagini che infondono positività: il coraggio dei medici, donne e uomini, di infermiere e infermieri, o il gesto di quanti si sono offerti per aiutare le persone più a rischio con la spesa o qualche commissione. Anche la classe politica si è dimostrata all’altezza della crisi, così come molti funzionari dei diversi servizi pubblici: gli impiegati di banca, dei trasporti, i docenti che passano ore a ripensare il loro lavoro su piattaforma virtuale per evitare che gli alunni perdano le lezioni.

Ma sarebbe un errore lasciarsi trasportare dall’ottimismo. Del resto, ogni parola strappalacrime, sentimentalista, banale, opera secondo la stessa logica di una critica feroce e urlata. Rappresentano entrambe il nostro capro espiatorio, un invito che facciamo a noi stessi per pulirci la coscienza. Un gesto comodo, quasi come un post su Facebook; forse come questo articolo. Quanti di noi hanno evitato in questi giorni la mano che ci chiedeva una moneta? Quanti hanno guardato con diffidenza chi ha occupato il posto accanto a noi sull’autobus? Un tratto distintivo della nostra epoca: ripudiamo gli irresponsabili senza fermarci a pensare alle nostre, di miserie; come se l’egoismo individuale non riguardasse mai noi, ma un altro luogo, un altro corpo.

Rileggo il frammento di una poesia di Martín Gambarotta: «Nadie lo va a decir, nadie / lo va a decir / pero: / para salir de la casa oscura / primero hay que haber entrado / haber estado largo rato / en situación mercurial, rotando / en el ojo mismo del vacío / haber pensado que se salió / todavía estando adentro»[*]. Tutti gli esseri umani nella storia del mondo si sono fatti, a un certo punto, la stessa domanda: questa situazione riuscirà a cambiare le cose? La domanda ritorna, si rinnova, si ripete. È uno stato costante di sospensione: un corpo che ruota nel vortice indefinito di un buco nero.


* Nessuno lo dirà, nessuno / lo dirà / ma: / per uscire dalla casa oscura / bisogna prima esserci entrati / essere stati a lungo / in situazione mercuriale, ruotando / nell’occhio stesso dell’oblio / aver pensato di esserne usciti / essendoci ancora dentro». Le opere di Gambarotta sono inedite in Italia; la traduzione dei versi citati nell’articolo è mia.

Gabriel Montali è un giornalista e docente argentino, nonché ricercatore presso l’Universidad Nacional de Córdoba. Si occupa di scienze sociali e studi culturali. In particolare, negli ultimi anni ha approfondito lo studio delle politiche statali argentine nell’ambito della comunicazione e della cultura, e il tipo di impatto che queste hanno sulla realtà intellettuale.

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Giulia Di Filippo

Giulia Di Filippo

Classe ’94, Roma. Mi piacciono il viaggio, la letteratura, l'editoria, la traduzione, il buon vino e il cinema argentino. Più di tutto, mi piace lo spagnolo. Tra le altre cose, imparo come tenere in piedi una casa editrice e a ballare tango.

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