Artico nero è l'antropofiction che spiega perché non dobbiamo partire da Chernobyl

0
In foto, la copertina del libro Artico nero, di Matteo Meschiari, edito da Exòrma Edizioni. Foto di Ylenia Del Giudice

In foto, la copertina del libro Artico nero, di Matteo Meschiari, edito da Exòrma Edizioni. Foto di Ylenia Del Giudice

Una mattina, durante una lezione di antropologia culturale, imparai il significato della caccia non solo come ricerca di cibo ma come «partecipazione al massacro». La spiegazione di questo concetto sarebbe stata un’ottima prefazione accademica per Artico nero.

Ricordo questo documentario sull’antropologo Franz Boas: era tra i ghiacci, a contatto con una popolazione eschimese,  e stava applicando – se non ricordo male – la tecnica dello shadowing: senza nessuna intromissione diretta, come fosse appunto un’ombra, osservava la comunità e appuntava minuziosamente le sue osservazioni in un quaderno. Mi innamorai così tanto dello studio dell’uomo e dei suoi comportamenti che, tutt’ora, cerco di studiare da autodidatta questa materia così vasta e affascinante.

Exòrma Edizioni può avvicinare i lettori alla magnificenza dell’antropologia: la casa editrice, attiva dal 1985, non pubblica infatti solo i generi letterari più comuni ma anche – e soprattutto – quella letteratura che racconta aspetti artistici, estetici, sociali e antropologici. Il logo è strutturato come fosse un messaggio da decriptare: l’alfabeto greco e un invito a «mollare gli ormeggi» catalizzano l’attenzione. Da questa costante ricerca nasce Artico nero, di Matteo Meschiari, che viene inserito nella collana Scritti Traversi.

Artico nero: racconti già raccontati

Un dettaglio della copertina del libro Artico nero, di Matteo Meschiari, edito da Exòrma Edizioni, in una foto di Ylenia Del Giudice

Un dettaglio della copertina del libro Artico nero, di Matteo Meschiari, edito da Exòrma Edizioni, in una foto di Ylenia Del Giudice

Non sono la prima che ne parla e ogni articolo proposto, bene o male, è un ulteriore microcosmo di bellezza. Per raccontare Artico nero bisogna andare indietro nel tempo, ripristinare una memoria collettiva per poi distruggerla con una sola domanda: l’individuo dov’è?

In apertura ho raccontato della mia esperienza universitaria con Boas, perché fu il primo antropologo ad aver vissuto in America e ad affermare che non è la razza a determinare il comportamento umano e che non esiste perciò nulla che possa attestare la supremazia di un determinato gruppo etnico.

Un discorso ancora attuale, poiché molti – nonostante le varie rivoluzioni in diversi campi – cercano ancora di discutere su chi meriti il primo posto come miglior razza. Per questo non serve ricordare noi stessi solo dagli anni Ottanta: Chernobyl, di cui tanto si è parlato, è solo uno degli aspetti che riguardano l’uomo.

Cos’è Artico nero?

Artico nero si compone di sette storie accompagnate da foto: sette voci dei popoli dei ghiacci che assumono l’aspetto di una serie televisiva.


Un giornale ha parlato di antrace zombie. La cosa ci dà la misura di quale immaginario mediatico la notizia di Tarko-Sale possa alimentare oggi. Una pandemia boreale, una renna di settantacinque anni fa diventa il ‘paziente zero’ di una serie di mutazioni batteriologiche fantastiche.

– Inozemtsy, Artico nero, Matteo Meschiari


Artico nero, con la sua domanda, intacca quel concetto di pluralità di cui gli stessi antropologi spesso abusano. Qualunque popolazione, anche la più coesa, sarà sempre composta da singoli. Meschiari punta dritto verso questo obiettivo: descrivere una popolazione con gli occhi di un individuo.

I racconti confondono il lettore e non sono mai portatori di verità assoluta – lo stesso Meschiari lo sottolinea nella sua prefazione. Da questi, l’unica cosa certa è che la storia della colonizzazione dei popoli dei ghiacci emerge ancora come una novità, qualcosa di lontano da noi non solo geograficamente, ma anche storicamente. Qualcosa di quasi inconcepibile, per noi.

Artico nero: lezioni di antropologia

Una delle pagine di Artico nero, di Matteo Meschiari, edito da Exòrma Edizioni. Foto di Ylenia Del Giudice

Una delle pagine di Artico nero, di Matteo Meschiari, edito da Exòrma Edizioni. Foto di Ylenia Del Giudice

Raccontando dei popoli del Nord, Meschiari parla chiaramente di condizioni di vita e operazioni culturali che riguardano non solo coloro che abitano tra i ghiacci ma anche il Sud, come gli indiani d’America e le isole a est. Con la preparazione di un professore e l’abilità di un etno-antropologo mostra, per esempio, come siano aumentati i suicidi in Groenlandia dopo la colonizzazione da parte dei danesi.

Un altro aspetto su cui Artico nero riflette è la concezione di casa: non è la razza a determinare il comportamento degli individui ma è la stessa cultura, specialmente quando viene imposta. Non sono stati i danesi in quanto tali ad aver contribuito, probabilmente, a quelle morti, bensì l’imposizione di un nuovo regime di pensiero – a cominciare dalla semplice scolarizzazione.

Riflette sul bisogno dell’uomo moderno di dover salvare qualcosa di diverso, come un popolo, per adattarlo e sfruttarlo ove possibile, senza tener conto della specificità di quella popolazione, dei suoi usi, della sua storia.


La colonizzazione ha causato ovunque gli stessi problemi. Ha preso, restituito, saccheggiato ed eretto musei in nome di una cultura da osservare e studiare che è finita per essere la principale attrazione.


Meschiari non offre un banale commento politicizzato: spiega, con il suo stile diretto e senza paura di ferire il lettore, il risultato inverso che è scaturito dall’attenzione verso culture differenti.

La colonizzazione ha causato ovunque gli stessi problemi. Ha preso, restituito, saccheggiato ed eretto musei in nome di una cultura da osservare e studiare che è finita per essere la principale attrazione. Quando ci si spinge verso il confine brandendo la bandiera della cultura, cadiamo rovinosamente nella commercializzazione delle vite: l’idea di salvare, di correggere qualcosa di sbagliato.

C’è un solo e unico problema: Artico nero non è un libro di facile comprensione, un libro per tutti, perché presuppone che il lettore sia, seppur minimamente, preparato ad ascoltare una storia dell’uomo diversa da quella che rammentiamo.

About author

Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

No comments

Potrebbero interessarti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi