Eleonora Sabet: i «ritratti scritti a mano» di Quarantine project

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Autoritratto di Eleonora Sabet, dal progetto Quarantine project, diretto dalla stessa fotografa

Autoritratto di Eleonora Sabet, dal progetto Quarantine project, diretto dalla stessa fotografa

Il riflesso dell’anima nell’iride azzurro, lente trasparente usata per carpire e rubare la realtà e l’umanità celati in un volto trasformato poi, in pura emozione e rilasciato al mondo circostante in tutta la sua forza dirompente attraverso la macchina fotografica. È lo sguardo della fotografa e fotoreporter Eleonora Sabet, nata a Milano nel 1995, che ha fatto della curiosità la sua linfa vitale, conducendola in Tanzania, Egitto, Libano, Palestina, Tailandia e infine Jordania, dove attualmente vive.

Nomade esploratrice di culture e della singolarità, nella fotografia trova il suo porto sicuro, con la quale esprime le sue emozioni e in cui ripone le radici per brevi istanti, prima di ripartire alla ricerca di altri sguardi e visi, elementi che l’appassionano sin dell’età di 16/17 anni, quando sperimenta i primi autoritratti con la macchina digitale della nonna. «Stavo vivendo un periodo particolarmente buio della mia vita, che è durato fino all’età di 20 anni. Mi stavo curando con la fotografia senza rendermene conto. Esprimermi e liberami delle mie emozioni è diventata una necessità che non mi ha mai abbandonata. Fotografare me stessa è tuttora una necessità».


La sua nuova creatura, Quarantine project, è l’evoluzione di una serie di autoritratti prodotti all’inizio della propria quarantena e accostati a pensieri scritti a mano, che ha poi coinvolto moltissime altre persone.


Autodidatta, il suo è uno stile scevro di tecnicismi, investito da emozioni, sensazioniimpulsività. Proprio a questi sentimenti guarda la sua nuova creatura, Quarantine project, l’evoluzione di una serie di autoritratti prodotti all’inizio della propria quarantena e accostati a pensieri scritti a mano, che ha poi coinvolto moltissime altre persone. «Guardando i primi scatti, mi sono resa conto che sarebbe stato più interessante raccontare la quarantena di più persone, affinché il punto di vista potesse evolvere dal singolo al collettivo. In maniera istintiva ho contattato la mia famiglia, al momento in Italia, chiedendo di partecipare al progetto e il giorno stesso ho deciso di rendere la call pubblica su Instagram, invitando chiunque a partecipare».

Dalla sua quarantena ci ha parlato di sé e dell’obiettivo di questo nuovo progetto.

Autoritratto di Kimberly Dela Cruz, dal progetto Quarantine project, diretto da Eleonora Sabet

Autoritratto di Kimberly Dela Cruz, dal progetto Quarantine project, diretto da Eleonora Sabet

La fotografia per te è…

«Il mezzo migliore per veicolare i miei pensieri e le mie emozioni. Amo quando riesco a realizzare uno scatto che non ha bisogno di una spiegazione. Da quel punto di vista trovo che i miei autoritratti siano il lavoro più riuscito».

Gli strumenti che un buon fotografo deve avere sempre con sé?

«Mi sento di dire lo sguardo e la curiosità. Saper osservare con i propri occhi per me è più importante di qualsiasi macchina fotografica».

Fotografo preferito?

«Vado a periodi, non ne ho uno preferito in assoluto. Da mesi sono molto affascinata da Alec Soth, trovo i suoi lavori molto sensibili ed esteticamente impeccabili. Conoscevo vagamente i suoi lavori, ma dopo aver seguito il suo percorso, quando scatto ripenso ai consigli e alle parole che ho ascoltato da lui».


Ho sempre pensato che l’assenza di una figura umana all’interno delle mie fotografie fosse sinonimo di uno scatto non riuscito. Nell’ultimo anno mi sono ricreduta.


Quali soggetti ami immortalare?

«Non ne ho uno preferito. Nel mio percorso ho sempre fotografato persone e ho sempre pensato che l’assenza di una figura umana all’interno delle mie fotografie fosse sinonimo di uno scatto non riuscito. Nell’ultimo anno mi sono ricreduta: sto scoprendo il piacere di fotografare anche soggetti inanimati. Uno dei miei ultimi progetti, ancora da pubblicare, ne è la prova: su 23 foto, quelle contenenti persone sono 5».

Il particolare che attrae di più il tuo obiettivo?

«Sicuramente lo sguardo».

Come prende vita un tuo scatto?

«Dipende dallo scatto. Gli autoritratti sono impulsivi, nel momento in cui sento la necessità di farne uno, lo faccio immediatamente senza programmare troppo ciò che accadrà. Per i progetti personali e shooting che organizzo, il processo richiede più tempo: tutto parte da un’immagine finale che ho in mente o, comunque, quella a cui vorrei avvicinarmi. Penso al mezzo adatto, digitale o analogico, alla condizione di luce, a quale sarà il mezzo predominante per presentare il lavoro. Terminato questo lungo processo, organizzo lo shooting e cerco di tenere a mente le linee guida che mi sono data. Considerando che la maggior parte del tempo la passo a chiacchierare per mettere a proprio agio il soggetto, raramente i miei shooting durano più di due o tre ore. Negli anni mi sono resa conto che avere un alto numero di scatti al termine di uno shooting non è funzionale. Cerco di scattare il minor numero possibile di fotografie, anche in digitale».

Autoritratto di Denise Basta, dal progetto Quarantine project, diretto da Eleonora Sabet

Autoritratto di Denise Basta, dal progetto Quarantine project, diretto da Eleonora Sabet

In che modo capisci di avere davanti una foto che può essere valida?

«Non so mai come rispondere a questa domanda. L’unica cosa che so è che me ne rendo conto nel momento in cui l’ho scattata. Durante un workshop, ci era stato dato un assignment di street photography. Dopo aver scattato una decina di foto, mi ritrovo davanti questa scena: un uomo, sdraiato su una panchina che legge il giornale. Mi avvicino lentamente e scatto una foto, la guardo e penso “Ce l’ho”. Dopo aver scattato quella fotografia, nonostante il tempo a disposizione non fosse ancora terminato, mi resi conto di aver ottenuto lo scatto che stavo cercando e quindi terminai la mia sessione. Sicuramente il mio istinto è guidato da un insieme di cose: la luce, che tipo di sensazione ho avuto quando ho scattato la scena e l’inquadratura».

Una foto che ami e una che avresti preferito non scattare?

«Decisamente, una delle foto che amo di più è l’autoritratto usato nel progetto Quarantine (immagine in intestazione, ndr). Avrei preferito non scattare, probabilmente, la maggior parte delle fotografie realizzate in Tanzania: è stata la mia prima lunga esperienza all’estero e, riguardando le fotografie a distanza di anni, mi rendo conto che possono veicolare il messaggio sbagliato o essere un cliché. Tutto ciò che ora non apprezzo delle fotografie scattate in situazioni simili. È molto difficile fotografare situazioni di questo genere: la linea che separa dal suscitare pena per il soggetto è molto sottile e per non oltrepassarla bisogna avere una forte etica personale e fotografica che si sviluppa negli anni, cosa che, all’inizio, non è facile trasmettere tramite uno scatto».


Da anni ho perso interesse nell’approvazione altrui, in particolare sui social, e questo ha solo giovato al mio processo creativo.


L’elemento essenziale che non deve mai mancare nelle tue foto?

«Dipende molto da cosa mi ha spinto a fotografare una determinata situazione. Se qualcosa ha suscitato in me un’emozione, l’elemento essenziale è quello. Se decido di fotografare qualcosa semplicemente perché mi piace a livello estetico, la cura dei dettagli e l’utilizzo della luce sono fondamentali. Se voglio raccontare una storia, la sequenza fra gli scatti e la narrazione visiva sono ciò che ricerco di più».

Emozione, impatto, condivisione sui social. Quanto li valuti?

«Emozione e impatto spesso hanno la stessa importanza per me: molte volte è l’emozione che suscita interesse nella foto, però è sempre molto personale e dipende da ciò che ci attrae. Molte persone sono attratte da ciò che è esteticamente bello, e non c’è nulla di male; per me è un insieme fra emozione e bellezza estetica.

«Per quanto riguarda la condivisione sui social, da anni ho perso interesse e ha solo giovato al mio processo creativo. Continuo a utilizzare il mio account Instagram per condividere i miei lavori, ma l’approvazione altrui non influisce più su ciò che voglio creare».

Autoritratto di Alexis Lefevre, dal progetto Quarantine project, diretto da Eleonora Sabet

Autoritratto di Alexis Lefevre, dal progetto Quarantine project, diretto da Eleonora Sabet

Con i social siamo bombardati da foto simili tra loro. Secondo te si può parlare di conformismo a determinati modelli fotografici?

«Sui social, in particolare su Instagram, siamo molto influenzati ed è stato molto difficile non farmi influenzare da ciò che vedevo online. Quando ho iniziato a scattare autoritratti, non funzionavano sui social ed ero presa in giro da molte persone che conoscevo nella vita reale. Negli anni hanno poi avuto un discreto successo online ed il motivo, secondo me, è per il mio approccio estremamente naturale. Nonostante nella storia della fotografia ci siano molti fotografi famosi per la tecnica dell’autoritratto, all’inizio non traevo ispirazione da nessuno perché non li conoscevo.

«Il mio pensiero è che sui social rincorriamo e ammiriamo tutto ciò che ottiene un riscontro positivo e in qualche modo cerchiamo di replicarlo con la nostra fotografia. In molti casi viene fatto inconsciamente, in altri viene preso come modello di ispirazione. Instagram è un mezzo molto efficace per comunicare chi siamo e cosa stiamo realizzando, però bisogna saper scindere ciò che è bello perché di moda da ciò che funziona nel settore professionale fotografico. Secondo me, trarne ispirazione è importante se si ha una base personale su cui lavorare».


Ho convinto mio nonno a tornare a Il Cairo con me, dopo più di 40 anni: abbiamo ripercorso il suo passato e lì ho iniziato a lavorare a un progetto personale sulla mia famiglia.


Tra tutte le città che hai visitato quali sono quelle che hai nel cuore?

«Milano, perché è la città in cui sono cresciuta, di cui sono sempre stata innamorata ed è lì che ho conosciuto la mia compagna, con cui ho fatto la maggior parte dei miei viaggi. Il Cairo, perché è la città di mio nonno; nel 2018, quando ho iniziato il mio viaggio in Medio Oriente, quella è stata la prima meta. Dopo più di 40 anni sono riuscita a convincerlo a tornare insieme a me: abbiamo ripercorso il suo passato e lì ho iniziato a lavorare a un progetto personale sulla mia famiglia, che è ancora in fase di realizzazione».

Hai dichiarato: «La street photography è un genere che mi ha sempre messo un po’ in difficoltà». Perché?

«Perché il mio processo fotografico è per l’80% parlare con il soggetto e per il 20% realizzare lo scatto».

È vero che spesso piangi davanti all’obiettivo?

«Sì, molto spesso, quando scatto autoritratti. Quelli in cui piango sono quelli che mi piacciono di più».

Autoritratto di Marika Alfieri, dal progetto Quarantine project, diretto da Eleonora Sabet

Autoritratto di Marika Alfieri, dal progetto Quarantine project, diretto da Eleonora Sabet

Recentemente il nuovo lavoro Quarantine project. Qual è il suo obiettivo?

«L’obiettivo è quello di ascoltarsi, per sentirsi meno soli durante un periodo complesso che ci ha portati a minimizzare le interazioni sociali. Condividere con sconosciuti le proprie sensazioni, paure e speranze per il futuro può avere un impatto sul singolo e sulla relazione che ha con la propria quarantena. Attualmente, le submissions sono più di 300 e il progetto è ancora aperto a chiunque. Non escludo la possibilità di realizzare un libro fotografico».

Come mai hai deciso di accostare i pensieri scritti alle foto?

«Molte fotografie, se non hanno una descrizione, non possono essere colte. Pensare di chiedere solo un autoritratto, per come ho immaginato il progetto, sarebbe stata solo una raccolta di volti. I pensieri sono ciò che fa funzionare il progetto e il fatto che siano scritti a mano, a parer mio, rende il tutto molto emotivo».


Mi auguro che le persone abbiano avuto modo di riflettere sulle priorità della vita. Spero che questo virus non amplifichi la diffidenza, che già prima era molto alta, fra le persone


Che messaggio vuoi dare?

«Che è importante condividere e ascoltarsi, soprattutto in un momento come questo».

Stiamo attraversando un momento difficile e la tua regione ne sta risentendo più di tutteCosa ti auguri, quando tutto sarà finito?

«Mi auguro che le persone abbiano avuto modo di riflettere sulle priorità della vita. Spero che questo virus non amplifichi la diffidenza, che già prima era molto alta, fra le persone».

Come stai vivendo la tua quarantena?

«In realtà, la sto vivendo molto bene. Anche prima della quarantena stavo molto a casa a lavorare ai miei progetti personali. Non mi manca scattare perché lo faccio già: in questo periodo sto realizzando molti autoritratti».

Quali esperienze vorresti mettere nel tuo futuro bagaglio?

«Vorrei continuare a viaggiare per conoscere nuove storie e persone. Partecipare di più a workshop internazionali per aver modo di conoscere nuovi colleghi, condividere idee e punti di vista diversi».


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Un post condiviso da Eleonora Sabet (@elesabet) in data: 8 Apr 2020 alle ore 3:05 PDT

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Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco le mie dita, le mie idee, le mie emozioni, un desiderio irrefrenabile di dire la verità, irriverenza, ironia. Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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