Elogio alla lentezza

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Ritorno a casa © partedeldiscorso.it / Anna Scassillo

Ritorno a casa © partedeldiscorso.it / Anna Scassillo

Il signor Diego ha quasi 60 anni ed è un designer di lampade bellissime. Per lui traduco la comunicazione con i suoi clienti all’estero. L’altro giorno ci siamo sentiti per una traduzione, gli ho chiesto come stesse. Bene, mi ha detto, abituato com’è alla creazione e alla contemplazione. «Anna, sono abituato all’isolamento. Mi sto godendo la casa come non ho fatto mai. È un elogio alla lentezza».

/len·téz·za/, «notevole o esagerato impiego di tempo, connesso alla riduzione o limitazione di una serie di movimenti o all’accumulo costante di ritardi», cita il dizionario Google. Nell’epoca delle «passioni tristi», come direbbe Benasayag, siamo in costante ritardo. Piccoli e inutili, facciamo parte di un ingranaggio così grande che forse non ha neppure bisogno di noi. Non ci sentiamo mai abbastanza, né all’altezza di ciò che dovremmo o vorremmo essere. Altaleniamo tra sfrenate esaltazioni e ben più gravi perdite di entusiasmo. Siamo schiavi delle autolimitazioni, corriamo in una maratona in cui man mano che avanziamo perdiamo la nostra unicità, eppure non siamo mai tutti uguali.


Ma che cosa succede quando quello stesso ingranaggio che ci spinge a correre, che esige da noi un’estenuante produttività e alimenta tutta una serie di contraddizioni, deve lasciarci andare, almeno per un po’?


Cerchiamo di mostrare agli altri quanto valgono quando ci confessano di sentirsi inadatti, ma accogliamo con ironia e scetticismo gli incoraggiamenti altrui. Condividiamo i sintomi della sindrome dell’impostore, non osiamo provare, crogiolandoci nella confortevole convinzione di fallire. Semmai a seguito di un impeto di coraggio dovesse riuscirci qualcosa, è solo un’illusione, un losco inganno. Respiriamo poco, ignoriamo la voce nella nostra testa che ci dice che tutto questo non è ciò che vogliamo perché non possiamo fermarci, non possiamo perdere tempo. Fermarci mentre cerchiamo di raggiungere cosa? Raramente sappiamo rispondere e, esausti, ci abbandoniamo a frivoli piaceri oziosi a fine giornata.

Sfioriscono le nostre passioni, i nostri sogni, le nostre esigenze. Svaniscono i contatti con le persone importanti e, soprattutto, la comunicazione con noi stessi e con ciò che ci circonda rischia di azzerarsi. La sordità del caos è un’altra malattia di cui si muore, lentamente. Ma che cosa succede quando quello stesso ingranaggio che ci spinge a correre, che esige da noi un’estenuante produttività e alimenta tutta una serie di contraddizioni, deve lasciarci andare, almeno per un po’?

Trasformiamo la quarantena in un’occasione

Quella che stiamo vivendo adesso non solo è una tragedia senza precedenti, ma anche un’imperdibile occasione. Non voglio essere cinica, né ignorare tutte quelle categorie di persone che in questo momento stanno soffrendo più che mai. Ma vorrei riflettere sul fatto che questa potrebbe essere l’opportunità che abbiamo di riprendere ad ascoltarci.

«Non ho tempo» diventa «Ho (ri)cominciato a» ed è una cosa bellissima. Siamo tutti improvvisamente più vicini senza toccarci e siamo tutti sulla stessa, enorme barca del mondo. Ma soprattutto, il silenzio delle nostre case ci permette di sentire quella parte di noi che abbiamo ignorato a lungo bussare fiaccamente alla porta.

E so benissimo che riprendere ad ascoltarsi non è necessariamente una cosa facile: non dimentichiamoci di tutti i posti bui che la frenesia ci aiuta a dimenticare. Ma questo potrebbe anche essere un buon momento per affrontarli o per prenderne coscienza. Non abbiamo più scuse: siamo disarmati di fronte a noi stessi, possiamo parlarci, conoscerci meglio. Possiamo osservare ciò che ci circonda con attenzione, riflettere sulla fragilità dei legami e sul darsi per scontato, innamorarci delle ombre che disegnano i palazzi ai primi soli primaverili senza sentirci pretenziosi.

Non so quanto tempo durerà questa presa di coscienza inoculata dalle circostanze, ma per adesso possiamo ricominciare a respirare come quando eravamo incoscienti e sognavamo di avere tutto il tempo del mondo.

About author

Anna Scassillo

Anna Scassillo

Anna sarebbe felice se ricevesse una lettera al giorno, ognuna con una storia diversa. Estremamente curiosa, vorrebbe conoscere e saper fare fin troppe cose. Intanto lavora come graphic designer a Vienna, scrive canzoni, beve caffè, legge e suona.

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