Galeffi: «Resistere al presente significa rinascere nel futuro»

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Marco Cantagalli, in arte Galeffi, in una foto di Sara Pellegrino

Marco Cantagalli, in arte Galeffi, in una foto di Sara Pellegrino

Galeffi, all’anagrafe Marco Cantagalli, giovane cantautore romano e romanista, ha appena pubblicato il suo secondo disco di inediti, Settebello. Un lavoro, il suo, fatto di leggerezza, romanticismo e di immagini che richiamano stati d’animo precisi. Settebello è un disco da guardare, perché racconta sentimenti comuni in modo assai poco convenzionale, in un gioco di parole e metafore che sa essere brillante.

Galeffi è un ottimo esemplare di cantautore pop: la sua penna è coinvolgente, apparentemente scanzonata, a volte ironica. E Settebello è il seguito perfetto di Scudetto, che aveva già messo in luce le qualità di un cantautore giovane, sì, ma con una personalità ben a fuoco.

Ecco cosa mi ha raccontato durante la nostra chiacchierata.

Il 20 marzo hai pubblicato Settebello. Non dev’essere stato facile tornare all’intimità della scrittura dopo un anno di live.

«All’inizio ho avuto qualche difficoltà, soprattutto nel riabituarmi alla vita normale, dopo un anno di concerti in giro per l’Italia. Poi, una volta chiusi i primi due provini, la strada è stata tutta in discesa».

Settebello è un titolo importante, direi persino ambizioso. È la tua carta vincente?

«Settebello è, prima di tutto, il titolo di uno dei brani contenuti nel disco. Poi, quando dovevo decidere il nome dell’album, ho avuto la sensazione che fosse anche un grande titolo da dare a tutto il lavoro. In qualche modo lo descrive nella sua totalità e poi l’ho scelto per l’importanza che spero avrà nel mercato e nella storia della musica italiana. Quindi sì, l’ambizione c’era».


Il disco in qualche modo trarrà beneficio da questo momento delicato, poiché all’interno ci sono anche canzoni che non arrivano subito e bisogna ascoltarle più volte per assimilarle.


Settebello è uscito in un momento delicato per il mondo intero. Una scelta senza dubbio coraggiosa, visti i tempi che corrono, in cui apparire è fondamentale.

«C’era la possibilità di posticiparne l’uscita, ma abbiamo pensato due cose: la prima è che il disco in qualche modo ne avrebbe beneficiato poiché all’interno ci sono anche canzoni che non arrivano subito e bisogna ascoltarle più volte per assimilarle, con tanto tempo a disposizione sarebbe stato perfetto; la seconda motivazione è che mi piaceva l’idea di esserci in un momento che rimarrà nella memoria collettiva per molti di noi».

Il tuo primo album risale a tre anni fa, ma pochi sanno o ricordano che sei stato uno dei concorrenti di The Voice, nel 2013. Se oggi fossi ancora alla ricerca di una tua dimensione, rifaresti un talent show?

«The Voice è stato un capitolo così breve, essendo uscito quasi subito, che gli do poca importanza. In quel momento suonavo già nei locali, ma la musica che veniva dal basso non riusciva a emergere. Contestualizzando il tutto, sì, lo rifarei: in quel momento e in quella condizione, era la cosa giusta da fare».

Si parla di te come uno degli esponenti più apprezzati del cosiddetto itpop, a cui appartengono anche i vari Paradiso, Calcutta, Gazzelle, giusto per citarne alcuni.

«Non mi piacciono le categorie in generale, la gente può etichettarmi come vuole, poi mi auguro che saranno le canzoni a darmi un ruolo».

Facciamo un salto indietro, Galeffi adolescente: quali sono gli artisti che hanno accompagnato la tua crescita personale e professionale?

«Sicuramente Cremonini è stata un’importante figura di riferimento, con cui ho sempre avuto un rapporto che definirei monogamo. In assoluto gli artisti che mi hanno maggiormente influenzato sono stati i Beatles, Bowie e Amy Winehouse».

Immagina di poter rubare una canzone dal repertorio di un altro artista, quale sarebbe?

«La donna cannone di De Gregori».


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Qual è il disco della tua vita?

«Sono più legato alle canzoni che agli album, quindi è difficile rispondere. Ora come ora mi viene da dirti Parachutes dei Coldplay».

Se da domani si potesse tornare a uscire, quale sarebbe la prima cosa che faresti?

«Vorrei passare una giornata al mare, mangiare in un ristorantino carino, con una bella vista, e bere del buon vino bianco».

Concludo tutte le mie interviste con questa domanda: qual è la parola più importante della tua vita?

«Bella domanda. “Resistere”. Sto imparando che le cose cambiano, che l’esperienza di vita ti modella e tu diventi ciò che vivi. E nel flusso della vita ci sono momenti bui e momenti luminosi, entrambi complicati da gestire emotivamente. Resistere al ritmo della vita, specie nei momenti brutti, è sopravvivenza, è mettere le basi per il momento che sta per arrivare. Resistere al presente significa rinascere nel futuro».

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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