Hygge: «Nella musica, fare rete è la vera risorsa»

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In foto, il cantautore Antonio Pietrarosa, in arte Hygge

In foto, il cantautore Antonio Pietrarosa, in arte Hygge

Hygge, nome d’arte di Antonio Pietrarosa, è un cantautore di Potenza adottato dalla scena bolognese. Il suo terzo singolo, dal titolo Vetro, parla di rapporti semplici in tono sincero e diretto, proprio come lui.

Lo abbiamo incontrato virtualmente durante il periodo di quarantena e abbiamo parlato con lui di musica leggera, di autobiografie inconsapevoli e del bisogno di nuove uscite quando siamo soli.

Com’è pubblicare un brano “leggero”, in questo momento così strano? Come stai passando le giornate?

«Sicuramente è strano. È un’enorme coincidenza: la data era programmata da tempo e un po’ forse doveva andare così. La penso come una cosa positiva: il compito della musica è alleggerire i momenti pesanti e, nei limiti del possibile, posso definirmi contento che il singolo sia uscito ora, spero di aver rallegrato qualcuno.

«Le giornate le passo tra una partita alla play e un salto tra pianoforte e chitarra, ogni tanto provo a scrivere. Pensavo che la quarantena forzata mi avrebbe dato tempo di dedicarmi a nuovi pezzi, ma ho scoperto che non essere circondato da stimoli esterni è un ostacolo non da poco».

È vero che in questo periodo forse c’è bisogno di più musica?

«C’è sempre bisogno di musica. Secondo me ora c’è ancora più necessità di fare rete, è importante. Parlo quotidianamente con le persone che mi seguono, mi faccio una chiacchierata, ascolto musica nuova e scrivo agli artisti. È questa la chiave della musica indipendente secondo me: non finire in una playlist o fare i numeri – che di sicuro è bello –, ma creare e scambiarsi idee con altri musicisti è la vera risorsa».


Mi piace calarmi in quel mondo così ‘primi anni Duemila’, mi ricorda quando ero bambino. C’era un sapore diverso nell’aria, è fondamentale evidenziarlo.


Come si riprenderà la sub-cultura in una città come Bologna dopo il Coronavirus?

«Bella domanda: non lo so. Sono sicuro che alla fine Bologna si riprenderà, non credo ci metterà molto. Il mio pensiero sinceramente ora come ora è rivolto a Potenza, la mia città: vorrei che questa pausa facesse sentire ai ragazzi di qui la necessità di emergere, di creare, di raccontare quello che succede. Mi piacerebbe veder nascere qualche collettivo, qualcuno che proponga un’alternativa. Se mai un giorno dovessi avere la visibilità giusta, mi dedicherei notte e giorno alla sub-cultura a Potenza, dove davvero c’è bisogno, dove è difficile tirare la testa fuori».

Da dove arriva quest’immaginario vintage e questa fascinazione per le VHS?

«Arriva dal voler creare un’atmosfera attorno al progetto. Sono uno di quelli che pensa che nel 2020 la musica non debba essere l’unico veicolo di comunicazione di un musicista, bisogna curare bene la parte grafica, la produzione, l’immagine. Il musicista ora deve saper stare dietro a tutto e, personalmente, cerco di delegare il meno possibile e, se lo faccio, voglio sempre avere la supervisione del progetto. Sono mie fisse, mi piace calarmi in quel mondo così “primi anni Duemila”, mi ricorda quando ero bambino. C’era un sapore diverso nell’aria, è fondamentale evidenziarlo. Anche l’universo skate mi appassiona, per esempio, come il calcio: cerco di porre sempre l’attenzione su questi dettagli, sembrano solo accessori ma rimangono nella testa di chi mi ascolta, mi immaginano in un certo modo».

Come nasce un brano come Vetro è in che modo è un seguito degli altri due singoli?

«Parto sempre dal titolo quando scrivo: è un approccio insolito ma è stato così per tutti i pezzi, tranne che per Vetro. È uscito fuori spontaneamente, prima ancora di poterci ragionare, e a quel punto il danno era fatto e il titolo son stato costretto a metterlo dopo. È un seguito perché voglio descrivere i mesi a cavallo tra la fine del liceo e l’inizio dell’università. Andare a vivere da solo, cambiare vita è strano. Voglio raccontare quei mesi in cui ti senti ancora un ragazzino ma ti rendi conto che in un attimo sei diventato più grande. Sono mesi pieni di emozioni».

C’è una storia dietro? Parlano di te e di qualcosa che hai vissuto?

«Parlano di me, dei miei amici, di cose che vedo, cose che immagino».

È possibile scrivere di qualcosa che non si è vissuto?

«Certo che si può. In futuro voglio provare a insistere su quell’aspetto, provare a inventare, creare da zero. Immaginare persone e luoghi è qualcosa di potente, puoi essere ovunque anche se non ci sei mai stato. C’è qualcosa di simile nell’EP su cui sto lavorando: adesso non posso spoilerare troppo ma, insomma, sono soddisfatto del lavoro che ho fatto. Speriamo bene».

About author

Giulia Perna

Giulia Perna

Meglio conosciuta come @machitelhachiesto. Salernitana di nascita e bolognese per amore di questa città. Ha conseguito il titolo di Laurea specialistica in Comunicazione pubblica e d'impresa presso l'Università di Bologna. Si definisce "malinconica per vocazione". Da grande vorrebbe osservare le stelle. Crede nella forza delle parole, nella bellezza che spacca il cuore e nella gentilezza rivoluzionaria. Le piace andare ai concerti, mischiarsi tra la gente, sentire il profumo del mare e camminare sotto i portici.

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