A Luis Sepúlveda, storia di uno scrittore ambientalista che ci insegnò l'antifascismo

0
In foto, lo scrittore cileno Luis Sepúlveda

In foto, lo scrittore cileno Luis Sepúlveda

Luis Sepúlveda: esule politico, guerrigliero, ecologista, autore tenero e poetico, attento alle piccolezze e alla bellezza della natura, dalle lumache alle balene.

La morte di uno scrittore è sempre un evento che raccoglie e accoglie, dalle voci prestigiose a quelle delle persone normali. Noi oggi vogliamo dedicare un pensiero a otto mani a Sepúlveda e vogliamo pensare che sarebbe felice di osservare quanta diversità, mano nella mano, lo sta pensando e lo sta ricordando.

C’è chi lo ricorda per l’impegno politico. Chi lo ha conosciuto grazie al film dell’italiano Enzo D’Alò, La gabbianella e il gatto, trasposizione cinematografica del suo libro più famoso, nella quale lo scrittore si cimenta anche in un piccolo doppiaggio. Chi torna indietro nel tempo proprio nel momento in cui ha avuto per la prima volta tra le mani Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare.

Il libro racconta la storia della piccola Fortunata che, prima di schiudersi, viene affidata dalla propria madre al gatto Zorba. Infatti la mamma della gabbianella, dopo essere stata intrappolata da una pozza di petrolio nel mare, riemerge con le sue ultime forze e vola arrivando al balcone di Zorba, a cui chiede di promettere tre cose: non mangiare l’uovo, prendersi cura della piccola e insegnarle a volare. Zorba e i suoi amici gatti crescono e proteggono insieme Fortunata, che si sente una di loro – tanto da iniziare a miagolare – e quando sta per spiccare il suo primo volo, vedendola impaurita, Zorba le ricorderà che lei sarà il primo gatto a saper volare.


Forse a 7 anni non lo sapevamo, ma oggi siamo convinte che Sepúlveda ci abbia insegnato l’antifascismo.


Gli occhi di una bambina trovano lì una storia emozionante, con un imprevedibile legame tra Zorba e Fortunata e una meraviglia in più da scoprire a ogni pagina. Oggi possiamo dire che lo stupore ce l’hanno insegnato quelle pagine. Leggere di Fortunata e Zorba ci ha fatto scoprire quanto sia importante e prezioso essere diversi. Sepúlveda ci ha saputo raccontare con grande maestria la solidarietà e l’empatia. Prendersi cura: il gatto Zorba fa questo con Fortunata, anche se lei è diversa, è una gabbianella. Eppure, nella diversità nasce un’amicizia destinata a essere indissolubile. Fortunata, d’altro canto, ritrova in Zorba e negli amici gatti la propria famiglia: inusuale, ma piena d’amore.

Sepúlveda è lo scrittore che sta accanto ai deboli, accanto ai diversi, accanto agli inascoltati. Sì, con Fortunata ci ha insegnato a volare, ma tra quelle righe ci ha anche – e soprattutto oggi – insegnato a restare coi piedi per terra per non voltare le spalle, per riconoscere le ingiustizie e combatterle. Forse a 7 anni non lo sapevamo, ma oggi siamo convinte che Sepúlveda ci abbia insegnato l’antifascismo.

Sepúlveda, la responsabilità politica delle parole

Dettaglio della copertina di Trilogia dell'amicizia, di Luis Sepúlveda, edito da Guanda Editore. La raccolta contiene i racconti Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico e Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza

Dettaglio della copertina di Trilogia dell’amicizia, di Luis Sepúlveda, edito da Guanda Editore. La raccolta contiene i racconti Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico e Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza

Infatti la storia politica di Sepúlveda è inscindibile dalla sua letteratura. Innanzi tutto, prima di essere scrittore, Luis Sepúlveda è stato un grande lettore; lettore di poesie, soprattutto, da Gabriela Mistral, a Machado o Benedetti, ma anche di narrazioni, saggi. Da lì, dalla carta e dall’inchiostro, nasce l’amore per le parole. E attraverso le parole Sepúlveda, che riconosceva l’importanza della funzione politica e la responsabilità della parola scritta, negli anni ha sempre preservato con cura e ostinazione la memoria del suo Paese, il Cile.

L’11 settembre del 1973, il giorno nero della storia cilena, quello del golpe che pose fine all’esperimento socialista del governo di Unidad Popular, Sepúlveda non era al Palacio de la Moneda, né assistette ai bombardamenti. Lui, di sinistra dacché aveva aperto gli occhi sul mondo e membro del GAP, scorta del presidente compañero Salvador Allende, era di guardia a un pozzo d’acqua, spesso bersaglio di incursioni fasciste, ma poté comunque ascoltare il discorso del presidente su Radio Magallanes: «Sigan ustedes sabiendo que, mucho más temprano que tarde, de nuevo se abrirán las grandes alamedas por donde pase el hombre libre, para construir una sociedad mejor. ¡Viva Chile! ¡Viva el pueblo! ¡Vivan los trabajadores!»[*].


Luis Sepúlveda come scrittore sente il dovere morale di essere pedagogico e non lo ha mai nascosto.


Sepúlveda non riuscì a mettersi in salvo dalla violenza dei militari. Fu arrestato e torturato nel reggimento Tucapel, a Temuco, quasi 700 chilometri a sud di Santiago, alle porte della Patagonia cilena. Solo un paio di anni più tardi Amnesty International riuscì a ottenerne la liberazione, in cambio di otto anni di esilio che avrebbe poi trascorso in parte in Sud America, partecipando alla Rivoluzione Sandinista in Nicaragua, nel 1979, e in parte in Europa.

Dopo aver attraversato l’Atlantico, Sepúlveda si trasferì ad Amburgo, dove divenne parte dell’equipaggio di una nave di Greenpeace. Diceva che si sentiva a suo agio sul «lato sinistro del muro, […] fra quanti sognano ancora un mondo più giusto, fra quanti conservano il meraviglioso fiore della memoria e non lo lasciano appassire».

Etica e ambientalismo non solo hanno caratterizzato la vita dello scrittore, ma sono anche i capisaldi del suo messaggio letterario. Luis Sepúlveda come scrittore sente il dovere morale di essere pedagogico e non lo ha mai nascosto.

Il generale e il giudice: Sepúlveda racconta la Storia

Dettaglio della copertina de Il generale e il giudice, di Luis Sepúlveda, edito da Guanda Editore

Dettaglio della copertina de Il generale e il giudice, di Luis Sepúlveda, edito da Guanda Editore

Ci piacerebbe ricordare oggi anche uno dei suoi libri meno conosciuti, La locura de Pinochet, pubblicato in Italia da Guanda con il titolo Il generale e il giudice (2003, traduzione di Ilide Carmignani), che raccoglie una serie di articoli pubblicati su varie testate del vecchio e del nuovo continente tra il 1998 e il 2003.

Il 16 ottobre del ‘98 Augusto Pinochet viene arrestato a Londra su mandato del giudice spagnolo Baltasar Garzón con l’accusa di genocidio, terrorismo e tortura. Il generale era arrivato nel Regno Unito un mese prima per un’operazione chirurgica e non si fece scappare l’occasione per prendere il tè delle cinque insieme alla Iron Lady, Margaret Thatcher, che aveva sostenuto nella guerra delle Falkland contro l’Argentina.


È vero che in questi undici anni di democrazia vigilata dalle forze armate e dal Fondo Monetario Internazionale sono cambiate molte cose in Cile, ma le caratteristiche fondamentali dei due paesi (il Cile di Allende e quello di Pinochet, ndr) che convivono sullo stesso territorio sono ancora le stesse.

– Luis Sepúlveda, Il generale e il giudice, Guanda 2003, p. 54


Oltre a ripercorrere la Storia, Sepúlveda affronta diverse tematiche a lui care – la memoria, la verità, la giustizia, il linguaggio –, offrendo una panoramica sul Cile di oggi. Attraverso la sua scrittura cristallina e dirompente, si scaglia contro il perbenismo imperante di quella classe sociale e politica che «fece festa a ogni crimine, ballò a ogni assassinio, brindò ogni volta che un uomo si aggiungeva alla lista dei desaparecidos» e che, oggi, continua ancora a difendere il dittatore in nome di un futuro impossibile da realizzare, negando il passato. Il futuro utopico di un mondo migliore, come frutto di una transizione democratica mai compiuta per intero, che metta fine una volta per tutte ai retaggi culturali, politici, sociali ed economici della dittatura e in cui al primo posto non ci sia il profitto, ma la persona e la sua libertà.


Così, finché il Cile non ritroverà anche l’ultimo dei suoi desaparecidos, finché non si saprà quando e come è morto, chi sono i suoi assassini e soprattutto dove sono i suoi resti, la ferita rimarrà aperta, ed è compito degli uomini onesti tenerla aperta e pulita, perché quella ferita è la nostra memoria storica. […] Al di là dello schifo che provocano i richiami all’unità nazionale, tutti costoro, quelli che mantengono aperti le ferite, non smetteranno di esercitare il ‘sacro ufficio della memoria’.

– Luis Sepúlveda, Il generale e il giudice, Guanda 2003, pp. 28-30


Con la sua parola lucida e struggente, arma di difesa contro l’«Alzheimer politico» e le mistificazioni del potere, Sepúlveda colpisce dritto nel segno e mantiene viva la memoria collettiva.

Dopo l’ardore guerrigliero della gioventù, nell’ultimo periodo della sua vita, Sepúlveda si dedica principalmente a favole, ma sempre moralmente indirizzate.

Sepúlveda e quella favola che ci spinge a cercare risposte

Illustrazione contenuta nel libro Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, di Luis Sepúlveda, edito da Guanda Editore. Foto di Milena Vesco

Illustrazione contenuta nel libro Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, di Luis Sepúlveda, edito da Guanda Editore. Foto di Milena Vesco

Il 27 ottobre 2015 Sepúlveda apriva un ciclo di incontri al Centro per l’Arte Contemporanea ‘Luigi Pecci’ a Prato. Era l’anniversario della morte di Pasolini e si parlava del ruolo della letteratura come denuncia contro i soprusi. In questa occasione, dopo aver dato voce alla sua ultima storia pubblicata, Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà, si spinse sulla riflessione di una società contemporanea priva di grandi persone. Parlando di Pasolini disse: «Se l’Italia avesse ancora scrittori come lui sarebbe migliore. Penso a Sciascia e a Calvino. Non ci sono più autori con una voce così incisiva».

Ed è vero. Sepúlveda, per quanto adorato e compianto almeno fino a sabato mattina, sarà dimenticato fino alla prossima condivisione errata. Non è cinismo ma realtà. Nei gruppi di lettura sono più quelli che hanno letto Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare solo perché regalato, come succedeva con Pattini d’argento ad esempio. Molti sono andati oltre le favole. Qualcuno invece, come noi, è attaccato alle sue così come a quelle di Rodari, al punto che oggi scegliamo di raccontare anche la storia di una lumaca dimenticata da tutti.

Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza (Guanda) è probabilmente la favola più brutta di Sepúlveda. Nonostante sia poco apprezzata, ha uno stile leggero e incarna la vita di un bambino qualunque e quel costante non-andare-lì-che-poi-cadi che ci costringe dall’alba dei tempi a restare nel gregge, lo stesso della lumaca senza nome.


Sepúlveda, con la sua lumaca, invita ad agire, a muoversi, anche solo per capire che è ora di tornare.


Le lumache nel prato che non si pongono nessuna domanda sono l’immagine della rassegnazione adulta. Gli abitanti di una caverna di Platone che non vogliono in alcun modo rischiare di uscire fuori. E poi c’è la nostra lumaca, che è vuota di risposte e piena di spazi da riempire con queste. Movimenti lenti di una sovversiva che si allontana e rischia tutto.

Ribelle diverrà il suo nome. La tartaruga Memoria sarà il varco di accesso verso una realtà nascosta dal buio della caverna. La sua lentezza le aveva fornito le risposte nello stesso modo in cui un bambino scopre che il forno scotta e un adulto scopre che attesa e lentezza sono momenti importanti che ci regaliamo per riflettere, creare e crescere.

Saramago, nel suo Il racconto dell’isola sconosciuta, concludeva che non era necessario cercare l’isola non ancora scoperta, bastava guardarsi dentro. E Sepúlveda, con la sua lumaca, è il valore aggiunto, inestimabile che invita ad agire, a muoversi, anche solo per capire che è ora di tornare. Probabilmente è per questo che è una storia mai piaciuta al gregge.

Tra ricordi e stima, tra disillusione e ideali, salutiamo a quattro voci: ciao Luis, ci mancherai!


* «Andate avanti, con la consapevolezza che presto si apriranno di nuovo grandi viali da cui passerà l'uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!».

Articolo scritto da Virginia Ciambriello, Giulia di Filippo, Milena Vesco, Ylenia Del Giudice.

About author

Redazione

Redazione

Attualità, cultura e confronto. Parte del discorso vuole rappresentare ogni lettore e renderlo partecipe al dibattito.

No comments

Potrebbero interessarti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi