I racconti di un pizzaboy di Damiano Lenaz

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Dettaglio di una foto di Latrach Med Jamil per Unsplash

Dettaglio di una foto di Latrach Med Jamil per Unsplash

Cos’è un racconto? Un frammento di vita, una scintilla di esistenza, una briciola di storia, un pizzaboy, un modo per «essere», per raccontarsi. Un respiro, un sorso di whisky, una boccata di fumo. Questi I racconti di un pizzaboy, la prima creazione di Damiano Lenaz.

La raccolta di racconti dello scrittore abruzzese è prossima alla pubblicazione. Le storie all’interno, inizialmente lontane l’una dall’altra, si scoprono in realtà cucite insieme nella corteccia di un fusto che, dal sottosuolo, arriva fino a bucare il cielo. Radici ben piantate nell’oscurità, tra una bottiglia di whisky e l’amaro di sigarette scadenti in bocca. Correndo tra le dense righe affiora un’assenza di speranza, la condanna dell’uomo e una via d’uscita che sembra però preclusa a chi sopravvive all’interno dei racconti. Tuttavia, vi è un messaggio contenuto nel dettaglio, un sussurro cerca la complicità del lettore per emergere, affinché si crei l’alchimia che rompa il velo e riveli ciò che Damiano Lenaz ha mascherato con l’inchiostro.

Nelle storie, sapientemente raccontate, l’ambiente esterno e il mondo sembrano non interessare il racconto: predominano infatti l’interiorità e l’essenza del personaggio, che prendono la scena centrale facendo apparire il paesaggio marginale. La dimensione interna dei protagonisti diventa lo sfondo, forte e onnipresente, che incombe e inevitabilmente li imprigiona.

In foto, Damiano Lenaz, autore de I racconti di un pizzaboy

In foto, Damiano Lenaz, autore de I racconti di un pizzaboy

Partiamo dal titolo: I racconti di un pizzaboy. Nella raccolta c’è un racconto interamente dedicato al mestiere, ha un significato preciso ed è legato in qualche modo a vicende personali?

«Un pizzaboy è quello che per lungo tempo, durante gli studi, sono stato. Non sono però nella mia biografia le motivazioni che mi hanno portato a scrivere questi racconti. Alla fine tutte le storie parlano in qualche modo di un pizzaboy: un fattorino è qualcuno che sfioriamo a malapena, a cui non prestiamo attenzione. Condividiamo con lui un momento per poi dimenticarlo, un soggetto di una utilità e una perizia ignorata e mai ripagata. Tutte le storie comprese in questa raccolta parlano di tipi del genere. Il pizzaboy che è in queste non sono io, ma ognuna è il racconto di un pizzaboy».

Nonostante i molti personaggi e le tante sfaccettature di personalità, c’è qualcosa che li accomuna tutti, come se si potessero sintetizzare in uno. Cosa lega insieme i racconti e i personaggi al loro interno?

«I personaggi sono nati da spunti, probabilmente ogni spunto è passato attraverso lo stesso filtro. In effetti credo che ci siano poche sfumature che differenziano i protagonisti di queste storie. Potrebbe infatti essere una voce unica, anche se hanno caratteristiche che li distinguono. Qualcuno è rassegnato, qualcuno ha voglia di reagire, qualcuno è ingenuo e qualcun altro invece la sa troppo lunga. A unirli è sicuramente il punto di partenza; a differenziarli ci sono il punto di arrivo e il percorso che fanno nel racconto».


I protagonisti tutti da anfratti, da margini, da periferie. Sono degli sfigati, per scelta loro o del mondo: uomini con l’anima di pizzaboy, appunto.


I protagonisti dei tuoi racconti vengono sempre da quello che potremmo definire un sottosuolo. Sembrerebbero gli ultimi, gli invisibili. Si percepisce una lotta continua contro il mondo. Chi sono in realtà?

«Il sottosuolo è un luogo molto complesso e, per starci, ci vuole una certa consapevolezza. Non tutti i personaggi sono consapevoli. Qualcuno è caratterizzato dall’incoscienza della sua condizione, per esempio il Beccamorto. Vengono però tutti da anfratti, da margini, da periferie. Sono degli sfigati, per scelta loro o del mondo: uomini con l’anima di pizzaboy, appunto».

La forma del racconto consente una fruizione molto più leggera e immediata, ma non sul piano del significato e della tensione emotiva. Come mai hai scelto il racconto?

«Un vecchio proverbio dice che scrivere è come un incontro di pugilato che mette di fronte il lettore e l’autore. Ci sono incontri che vanno avanti per round e round, altri invece necessitano di poche riprese. Probabilmente mi trovo più a mio agio con quest’ultima forma di “lotta”, o queste storie per lo meno si adattavano meglio al racconto. Hanno la pretesa di essere un pugno diretto e rapido, non sanno che farsene di pagine e pagine di colpi di alleggerimento e studio dell’avversario. Altre storie, invece, vivono di questo: semplicemente non è il caso di questi racconti».

Foto di Maria Labanda per Unsplash

Dettaglio di una foto di Maria Labanda per Unsplash

Nella tua scrittura e nel lessico si sentono tante influenze, da quelle letterarie citate direttamente, come Bukowski e Salinger, a quelle meno in vista, tanta letteratura americana e musica. Quali sono i tuoi modelli?

«È inevitabile essere influenzati, quando si scrive lo si fa pescando anche inconsapevolmente da tre bacini: biografia, ispirazione e libri altrui. Mi piace pensare di aver fatto una buona pesca da tutti e tre. Quelli che hai citato sono di certo due autori che mi hanno lasciato molto. Giusto per proseguire la lista, allontanandomi dagli americani, potrei dirti De André, Pirandello, Marquez. Ci sono tantissimi riferimenti in effetti, anche diretti, ma nascosti. Molti sono racchiusi in un racconto in particolare, ma non voglio dare indizi».

Il libro è in prevendita con una casa editrice particolare. Cos’è Bookabook e come avviene la pubblicazione del libro?

«Il progetto è molto intrigante. Bookabook è ormai più che una realtà emergente nel contesto editoriale nazionale e si fonda su un modello molto semplice, ma efficace: il passaparola. Dopo una prima selezione fatta da critici qualificati, il testo passa al vaglio di una seconda schiera di critici, che sono i lettori. Il testo viene proposto in prevendita, una volta raggiunti determinati obiettivi si sbloccano alcuni servizi aggiuntivi. In pratica ogni testo prima di arrivare sugli scaffali delle librerie deve guadagnarsi un pubblico. La cosa permette a tutti di lavorare al meglio senza gravare sulle spalle degli autori, come spesso accade, e dà al testo un punto di slancio già prima della sua uscita».

Quali sono i programmi per il futuro? Una nuova raccolta o un romanzo?

«C’è un personaggio in questa raccolta che necessita di più spazio. Stiamo lavorando per fare in modo che possa prendere vita in pagine ancora troppo bianche».

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