Covid-19: che succede alla street art?

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Un'opera di street art a via Port'Alba, Napoli © Loredana Desiato / partedeldiscorso.it

Un’opera di street art a via Port’Alba, Napoli © Loredana Desiato / partedeldiscorso.it

Se state leggendo questo articolo, siete probabilmente il tipo di persona che entrerebbe in un museo e a cui è capitato, in passato, di farlo. Fate parte di quel target di persone educate a riconoscere senza sforzo e senza porsi troppe domande che, una volta valicata la porta d’ingresso, ciò che si parerà di fronte al proprio sguardo sarà – non c’è dubbio – arte. Perché è il museo stesso, o la galleria, ma in ogni caso l’istituzione, che lo ha deciso per noi. Attenzione e sguardo sono guidate dalle già definite condizioni di fruizione. Siegfried J. Schmidt avrebbe detto che il visitatore detiene unicamente il giudizio estetico, mentre è chiamato solo a confermare il giudizio artistico, cioè il riconoscimento o la negazione dell’artisticità dell’opera. Non funziona così nel caso della street art.

Arte pubblica, di strada, urbana, site-specific: comunque la si voglia chiamare, emerge fin dal gesto di nominarla un imprescindibile legame con lo spazio cittadino, quindi l’idea di un’arte fuori dai musei. Immersa nel tessuto urbano, questo tipo di arte segue un percorso opposto a quello delle opere esposte negli spazi chiusi delle gallerie. Qui la tensione del pubblico verso l’opera non è prevista, premeditata; l’opera deve anzi irrompere nel flusso d’attenzione dello spettatore, richiamarne lo sguardo e conquistarlo all’interno della caotica «giungla urbana». In altre parole: se nel primo caso lo spettatore andava a casa dell’opera, nel secondo è l’opera che va a casa dello spettatore. Allora si scontra con un pubblico che non è più un «tipo», un target, ma che è anzi quello eterogeneo e stratificato che abita le strade e che potrebbe riconoscere l’artisticità di quello che vede oppure, al contrario, non farlo. È un pubblico, questo, che non si accontenta di accettare, ubbidiente, un giudizio artistico, ma che vuole esprimerlo.


Ma se arriva una pandemia a svuotare le strade, che succede all’arte pubblica? Se non vi sono più gli sguardi da conquistare, né il caos da cui emergere, come cambia l’identità (anche politica) della street art?


La street art è allora un linguaggio soprattutto politico, perché ribalta le gerarchie del dominio dell’arte, togliendo dalle mani delle istituzioni il privilegio di validare l’opera. È un’arte che esiste soprattutto – se non esclusivamente – in relazione col pubblico e il suo sguardo: l’aura dell’artista non basta a definirne il valore. È infine un’arte fondata sul conflitto, perché se è vero e sacrosanto che il fruitore ha tutto il diritto di esprimere un giudizio artistico su un’opera che occupa gli spazi di sua «proprietà» (la facciata del proprio palazzo, la strada che percorre tutti i giorni per andare a lavoro, il quartiere in cui trascorre il tempo libero…), è anche vero che la street art compare senza prima bussare alla porta di tutto il vicinato, accettando di conseguenza proteste e tentativi di intervento.

Ma se arriva una pandemia a svuotare le strade, che succede all’arte pubblica? Se non vi sono più gli sguardi da conquistare, né il caos da cui emergere, come cambia l’identità (anche politica) della street art?

L’ho chiesto a più di venti artiste e artisti, che mi hanno inviato le loro riflessioni.

Hanno risposto:
Millo | MissMe | Manu Invisible | La Fille Bertha | Iabo | Göla Hundun | Iena Cruz | Neve | Fabio Petani | Alessandro “Dado” Ferri | FLYCAT | Alessandra Carloni | Giulio Vesprini | Coquelicot Mafille | Gummy Gue | Nico Lopez Bruchi x EDFcrew | Gonzalo Borondo | XEL | Ale Senso | Kiki Skipi | Andrea Tarli | Zibe (Nabla&Zibe) | Giulia “Noeyes” Salamone | Luigi Loquarto

Millo: «Le mie opere vengono rilette alla luce delle sensazioni attuali»

In foto, l'opera Handle with care (2019), di Millo, Casablanca

In foto, l’opera Handle with care (2019), di Millo, Casablanca

«Personalmente sto vivendo questo periodo per dedicarmi a passioni parallele e anche per lavorare su altri supporti. Non sto vivendo questa quarantena come qualcosa di immutabile, pertanto mi sento come semplicemente messo in attesa, fino al giorno in cui risalirò su di un cestello.

«In questo ultimo mese, complice la situazione attuale, ho assistito a un’attenzione quasi maggiore verso i miei lavori. Il ruolo dei social è quello di permettere la condivisione con il prossimo di ciò che vogliamo, così è capitato che tanti miei lavori trovassero una nuova destinazione. Sono state diverse le persone che hanno pubblicato sulle proprie pagine foto di mie opere murarie perché in linea con le loro sensazioni attuali e hanno permesso così al prossimo di vedere, attraverso le loro immagini, quello che al momento non è visitabile di persona.

«Non credo che non si possa più guardare la street art, semplicemente al momento è cambiato il punto di vista».


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MissMe: «Meglio infondere coraggio a una persona che essere osservat* da cento»

In foto, l'artista MissMe in posa con uno degli esemplari della sua opera-firma, The Portrait of a Vandal

In foto, l’artista MissMe in posa con uno degli esemplari della sua opera-firma, The Portrait of a Vandal

«Credo che tutto dipenda dall’intenzione all’origine dell’arte stessa. Sono convinta che qualcuno stia guardando, a seconda di dove ci troviamo: qui in Canada ci è ancora permesso di uscire liberamente. Qundi seppure ci siano poche persone o quasi nessuno in strada, se il tuo lavoro è visto anche da una persona soltanto e riesce a infondergli speranza e coraggio, allora è meglio che se fosse osservata in circostanze normali da cento persone».


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Manu Invisible: «La visione virtuale non è esperienza reale»

In foto, l'opera Conforto. Tributo Covid-19 (2020), di Manu Invisible, Milano

In foto, l’opera Conforto. Tributo Covid-19 (2020), di Manu Invisible, Milano

«Nel rapporto tra contesto, fruitore e opera d’arte – pilastro portante del mio processo creativo – credo che un elemento importante si trovi nei “non luoghi” delle città. Mi è capitato infatti di realizzare opere permanenti in Piazza del Duomo a Milano, un contesto che è sì caotico, ma non fatiscente, e molto vicino alla realtà espositiva museale, in cui l’impatto col fruitore è di forte vicinanza (per via della bolla abitativa centrale, a se stante, che crea una percezione “di quartiere”).

«Queste riflessioni mi fanno pensare che, all’interno della città, l’opera murale gode per un 50% dell’impatto col fruitore, mentre il rapporto con chi osserva si compone – per il restante 50% – di altri aspetti: processi cognitivi che vengono attivati nella visione di un’opera murale e che sono strettamente legati al contesto e alla natura “in prima persona” dell’esperienza. La visione virtuale dell’opera equivale a una “esperienza di lettura”, che non consente lo stesso genere di coinvolgimento. In questo periodo in cui il pubblico della street art si fa inesistente, però, i social restano l’ultimo e unico filtro di interazione tra arte e fruitori. Si tratta quindi di una forma di street art “modificata”, ma le condizioni cambieranno e si tornerà alla normalità».


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La Fille Bertha: «L’arte è diventata guardiana della città»

In foto, l'opera Rifiorire e ricostruire pensieri (Rebuilding Thoughts, 2017), di La Fille Bertha, per l'Ordine degli Psicologi della Sardegna, Periferie esistenziali, Cagliari

In foto, l’opera Rifiorire e ricostruire pensieri (Rebuilding Thoughts, 2017), di La Fille Bertha, per l’Ordine degli Psicologi della Sardegna, Periferie esistenziali, Cagliari

«La urban art in questo periodo ha senza ombra di dubbio perso la maggior parte degli interlocutori: gli spettatori casuali e totalmente eterogenei che si imbattono in essa in modo imprevedibile e incontrollato. I suoi fruitori, che sono poi i fruitori degli spazi pubblici, sono ora essenzialmente impossibilitati a muoversi liberamente nel tessuto urbano, di conseguenza la loro possibilità di imbattersi in tali opere e produzioni, è essenzialmente ridotta, se non quasi del tutto assente.

«Si proiettano nel mio pensiero e nel mio immaginario tutte queste opere. Sono immagini malinconiche e romantiche, di raffigurazioni come assopite nelle città desolate. Sebbene velatamente nostalgiche, tali immagini delle opere sospese sono belle: sono divenute guardiane delle città, spettatrici del tempo sospeso.

«Mi piace pensare al fatto che sono sempre lì, anche ora che noi non abitiamo più le strade come prima, intonse perlopiù, protette, ma allo stesso tempo esposte come sempre alla loro natura effimera e mutevole, all’erosione più o meno accelerata. Nessuno le osserva, meno spettatori le possono contemplare, eppure loro ci sono, come sempre sono state da che sono nate, al mutare delle condizioni, al mutare delle stagioni, al mutare della loro considerazione all’interno della società.

«L’arte urbana in questo momento è anche ridotta nella sua produzione, se non quasi assente: nessuno la guarda ma nessuno la produce, è assopita anche in tal senso. Potrà rinascere in nuove forme e nuove produzioni come avremo la possibilità di riabitare gli spazi. Nel frattempo le opere sono lì, senza fretta vivono e convivono sui muri; sono ancora presenti anche per quei pochi passanti che ancora possono osservarla. L’arte urbana vive di vita propria».


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Iabo: «Tutto è cambiato già prima del Covid-19»

In foto, l'opera War Brands (2018), di Iabo, Napoli

In foto, l’opera War Brands (2018), di Iabo, Napoli

«Attualmente, vista la situazione di emergenza che ci tiene costretti in casa, è difficile per chi lavora esclusivamente a cielo aperto portare al “chiuso” la street art. Gli stessi street artist nascono in strada e hanno bisogno di essere divorati, osservati e consumati da tutti, analogicamente parlando. Se togliamo questo fattore, i “pezzi” non hanno senso di esistere: rimangono soli con le città e senza l’elemento più importante, il pubblico.

«Per quanto mi riguarda, già da tempo per me è cambiato tutto. Da ex writer e poi street artist, per vostra definizione, tutta la mia esperienza nell’inserimento delle immagini nel contesto urbano – con un certo terrorismo comunicativo e di imposizione stilistica – nel tempo si è trasferita e trasformata in digitale, venendo consumata soprattutto attraverso i social e nel web in generale. Paradossalmente, oggi penso che sia più importate imporsi nel web che in strada. La percezione delle immagini agli occhi delle persone sta cambiando radicalmente e rapidamente, proprio alla velocità di un click».


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Göla Hundun: «Il mio lavoro è potenziato, ora che possiamo riflettere sul nostro impatto sul mondo»

In foto, l'opera Causa prima (2017), di Göla Hundun, Bruxelles

In foto, l’opera Causa prima (2017), di Göla Hundun, Bruxelles

«Per quanto riguarda il mio lavoro, non potrebbe esserci momento migliore, in quanto ciò che anima il mio fare è proprio il ritorno della natura in città. I miei muri non sono altro che inni alla riomogenizzazione tra lo spazio regolato dalle dinamiche umane e quello delle esigenze delle altre specie viventi.

«In questo momento, in cui gli esseri umani sono confinati nelle loro scatole abitative, gli altri animali hanno trovato lo spazio urbano pronto ad accoglierli. Un territorio di nuovo fruibile, silenzioso e ospitale, privo dei gas di scarico e dell’ultra-velocità delle macchine. La missione dei miei murales si è cosi compiuta paradossalmente venendo meno i fruitori umani degli stessi. Spero che gli animali possano beneficiare in maniera positiva dei miei interventi outdoor, soprattutto di quelli che incorporano casette-nido per uccelli o altri animali.

«Spero che questo momento di quarantena sia recepito sia dalla popolazione tutta che dai vertici del potere economico e politico come un momento per riflettere sul nostro impatto sul mondo, su cosa è necessario e cosa è superfluo, su quale dovrà essere la nostra posizione nei confronti del mondo dopo la pandemia di Covid-19, affinché noi esseri umani potremo coesistere finalmente in armonia con le altre specie e il mondo, abbandonando una volta per tutte lo schema piramidale che vede l’umano al vertice. Questa concezione che ci ha portato al momento storico che stiamo vivendo oggi».


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Iena Cruz: «Realizzare un murale non è lo stesso se manca l’interazione»

In foto, l'opera Hunting Pollution (2018), di Iena Cruz, quartiere Ostiense, Roma. Il murale è realizzato con un particolare tipo di pittura, in grado di assorbire gli agenti inquinanti presenti nell'aria

In foto, l’opera Hunting Pollution (2018), di Iena Cruz, quartiere Ostiense, Roma. Il murale è realizzato con un particolare tipo di pittura, in grado di assorbire gli agenti inquinanti presenti nell’aria

«Penso che la street art ora più che mai sia sempre più vista. Sono anni che, grazie ai social media, la street art è diventata sempre più seguita e fruibile da tutti, semplicemente standosene sul divano di casa propria. Non importa più dove si realizza un murale, perché alla fine verrà sempre postato su Instagram, Facebook o addirittura Google Art & Culture, permettendo a tutti di vederlo da qualsiasi parte del mondo.

«Mi è capitato di parlare con amici di Milano che si complimentavano per il mio ultimo lavoro, realizzato proprio nella città meneghina. Quando ho chiesto loro se lo avessero visto dal vivo, alcune persone mi hanno risposto di non averlo ancora fatto, ma di averlo visto su Instagram. Quindi la street art viene ancora guardata da tutti, in quanto non bisogna più scendere in strada per farlo, ma la fruizione dal vivo resta necessaria per apprezzarne colori e dimensioni, però questa non è una necessità per tutti.

«Quello che è sicuramente cambiato per noi mural artist in questo momento di lockdown è ovviamente il limite di non poter uscire di casa e, di conseguenza, non poter dipingere in spazi pubblici. Anche qualora trovassimo la possibilità di realizzare un muro per strada, perdiamo comunque una delle sensazioni più belle di quando realizzi un muro in uno spazio pubblico, ovvero l’interazione con le persone che si fermano, osservano, fanno domande ed eventualmente si trasformano in nuove conoscenze o amicizie».


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Neve: «Con le emozioni di oggi tessiamo le opere di domani»

In foto, l'opera Leucosia (2017), di Neve, Castellabate (SA)

In foto, l’opera Leucosia (2017), di Neve, Castellabate (SA)

«Ho sempre considerato l’arte come un dialogo tra ciò che l’autore prova e canalizza e il suo pubblico. L’arte in strada non fa eccezione, semplicemente si rivolge a un pubblico più vasto ed eterogeneo, ma al momento anche i musei sono chiusi, quindi a soffrire è l’arte in generale.

«Nelle attuali circostanze, un buon artista ha il dovere di vivere intensamente il presente per poter poi essere influenzato dalle emozioni e raccontarle in seguito. I muri e i quadri già fatti continuano a vivere nella documentazione, ma sono quelli futuri che si stanno tessendo ora. Per troppi anni la stagnazione emotiva ha forgiato opere troppo celebrali per poter diventare immortali.

«L’arte non perde di significato se nessuno la guarda, è il pubblico che ne viene penalizzato non potendo fruire della sua azione catartica. I muri continuano a parlare anche se nessuno li ascolta. Il dialogo si interrompe solo quando l’opera è vuota».


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Fabio Petani: «Lo stop ci permette di fermarci a ragionare»

In foto, l'opera Silicon & Arum Italicum (‘O sciore cchiù felice, 2018), di Fabio Petani, Parco dei Murales (INWARD), quartiere Ponticelli, Napoli

In foto, l’opera Silicon & Arum Italicum (‘O sciore cchiù felice, 2018), di Fabio Petani, Parco dei Murales (INWARD), quartiere Ponticelli, Napoli

«Sicuramente in questo momento storico, come in tutti i settori, anche per il nostro c’è stato un deciso colpo d’arresto. Naturalmente noi tutti stiamo rispettando le direttive e perciò i nostri interventi, non essendo di prima necessità, sono rimandati a data da destinarsi.

«Un fatto di cui mi sto rendendo conto con piacere è che questo stop forzato mi permette, come agli altri artisti, di fermarmi a ragionare e studiare il mio lavoro al meglio. Sembra una cosa banale ma, con i tempi caotici e frenetici a cui eravamo abituati, i momenti per riflettere e fare il punto critico del proprio lavoro erano pochi. Spesso da marzo a novembre sono in giro per lavoro: tra viaggi, murales, opere e progettazione il tempo era sempre limitato. Ora ci si ferma forzatamente, ma non è un male irrimediabile, pur sperando che le cose migliorino il prima possibile.

«Nel frattempo, dall’unione degli urban artist si stanno generando numerose iniziative sociali e benefiche, legate alla realizzazione di sketch o aste benefiche, con donazioni dirette a ospedali ed enti sanitari».


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Alessandro “Dado” Ferri: «Considerate inutile l’arte di strada non vissuta»

In foto, l'opera Without Frontiers (2019), di Dado Ferri, festival Lunetta a Colori, quartiere Lunetta, Mantova

In foto, l’opera Without Frontiers (2019), di Dado Ferri, festival Lunetta a Colori, quartiere Lunetta, Mantova

«La street art come arte pubblica o decorativa, come oggetto artistico o messaggio, perde il fruitore, dunque il proprio pubblico e il proprio senso, come del resto perde senso il fregio, il decoro, l’orpello e ogni accessorio decorativo o funzionale. Allo stesso modo, le strade perdono la funzione di unire, insieme al loro carattere di frenesia e movimento.

«È al confine con l’inutile che si rivela il senso più profondo della street art. Invece il writing, la mamma di tutto ciò che oggi è la street art, non ha mai necessitato di un pubblico, ma di una scena; non si muove per creare bellezza o per cercare una funzionalità o un motivo per esistere. La condizione per la quale il “graffito” regge è data dal linguaggio e dal gioco della composizione delle forme. Ciò che rende virtuoso un linguaggio non è la sua bellezza, ma l’atto pratico e creativo del comunicare.

«Penso possa essere utile esercitare e condividere un linguaggio come se fosse un gioco, dunque vivere la condizione della strada non come fruitore ma come “giocatore”. Invito tutti a considerare inutile l’arte di strada se essa non è partecipata e diviene un luogo non vissuto, un ufficio dove nessuno lavora. Torniamo al senso primario delle cose: la street art senza il sostantivo “art” rimane una strada vuota. Il gioco e la partecipazione fanno dell’arte legata alla strada un modo per creare una poetica che raccoglie i segni dello stare insieme».


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FLYCAT: «È con l’energia che emanano le persone che sopravvive l’arte urbana»

In foto, l'opera Magnificat (2019), di FLYCAT, Milano

In foto, l’opera Magnificat (2019), di FLYCAT, Art building, Milano

«Inizio con lo specificare che sono parte del movimento chiamato writing, di conseguenza il mio lavoro si incentra nella cura dell’elemento-lettera. In qualità di writer, sin dai tempi in cui agivo in clandestinità con la mia crew PWD, non si è mai data troppa rilevanza alla questione che l’opera (pezzo) realizzata dovesse essere per forza vista da tante persone. Io, nello specifico, mi sono sempre concentrato sulla mia ricerca e sull’impatto emotivo che il mio lavoro avrebbe potuto ottenere su me stesso e quindi sulla mia vita artistica e personale.

«Non guardo a Milano come una città spopolata. Le persone ci sono e lo si sente attraverso l’energia che emanano. Ieri sono dovuto uscire per andare al supermercato e osservavo le finestre e i balconi delle case attorno alla mia via: anche se non vedevo persone, sapevo che c’erano e questo – averne coscienza! – è stato importante per me. Gli artisti possiedono tutti, ognuno in varia misura, un’energia unica capace di sovvertire l’ordine delle cose, quantomeno filosoficamente, se non spiritualmente. L’arte non si può fermare, ma si può rigenerare: per questo credo che lo stretto rapporto tra le mie espressioni artistiche urbane e l’architettura di fondo non muoia in assenza di un osservatore, ma anzi si alimenti di quell’energia evocativa che è nascosta, come le persone alla finestra.

«L’arte urbana è sempre stata per pochi, per chi va oltre quel muro! Il nostro movimento, da ben prima della quarantena, è al centro di un isolamento, determinato dal voler mantenere una certa indipendenza rispetto alla cosiddetta “intelligentia” dell’arte. Nessuno può arrogarsi il diritto di imporre la propria visione di arte: lo spettatore involontario deve poter sentenziare il suo giudizio, sia esso positivo o negativo, nei confronti di qualsiasi intervento pittorico urbano.

«Molti sono propensi a inglobare il writing all’interno di una definizione “accademica” come street art, ma per me la strada non ha nulla a che fare con l’arte. La strada ha a che fare con la sopravvivenza, con il dolore e quella bellezza che si cela dietro il dolore stesso. Non ho scelto la strada come scuola di vita, ci sono capitato, ma lo stesso l’ho accettata; con essa e in essa sono cresciuto. Una delle differenze sostanziali tra il movimento del writing e la street art sta proprio qui: nell’accettare le regole del gioco e, se si riesce, anche cambiarle. Io credo, in parte, di esserci riuscito».


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Alessandra Carloni: «La street art condivisa ora sui social ci rimanda col pensiero al futuro»

In foto, l'artista Alessandra Carloni in posa con la sua opera Cuci la ferita (2019), Baronissi (SA)

In foto, l’artista Alessandra Carloni in posa con la sua opera Cuci la ferita (2019), Baronissi (SA)

«La domanda è pienamente centrata, perché normalmente questo sarebbe stato il periodo dei festival di arte urbana, di inviti pubblici o privati per la realizzazione di murales un po’ in tutta Italia. Questo lavoro, per forza di cose, è interrotto nel periodo che stiamo attraversando.

«In questo momento la street art non può avere quella relazione con il territorio e il pubblico in cui normalmente risiede il suo fine principale, ovvero lasciare un messaggio, risollevare il degrado culturale e urbanistico di alcuni quartieri nelle città o le sorti di borghi abbandonati.

«Tuttavia l’arte urbana è stata anche e soprattutto in questi anni una forma di espressione artistica fra le più condivise sui social media, facendola diventare quasi un’arte di costume e di moda. Sotto questo punto di vista, anche in un periodo oscuro e fermo come quello attuale, il linguaggio dei muri può continuare a sopravvivere proprio attraverso i social, con le immagini e le fotografie realizzate tanto dai professionisti quanto dalle persone in giro per il mondo prima della quarantena mondiale, diventando così potenzialmente un ulteriore strumento di condivisione in questa fase di chiusura, in cui sentiamo il bisogno di input e di immagini che ci rimandino con il pensiero al domani».


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Giulio Vesprini: «La cultura dovrà ripartire come motore centrale del Paese»

In foto, l'opera E N D (2019), di Giulio Vesprini, Eternelles Crapules Festival, Moutiers (FR)

In foto, l’opera E N D (2019), di Giulio Vesprini, Eternelles Crapules Festival, Moutiers (FR)

«Le realtà espositive istituzionali e quelle indipendenti, circoscritte e confinate in un preciso spazio fisico, vivono oggi, come i “musei urbani”, un vuoto assoluto mai verificatosi prima. Oggetti urbani fatti per essere vissuti in un continuo scambio tra interno ed esterno diventano luoghi deserti. L’uomo si trova improvvisamente privato di quella cultura fatta di presenza, forse spesso data per scontata. Le opere di arte urbana rimangono orfane del suo pubblico migliore, quello spontaneo, casuale o ricercato; manca cioè di tutto quell’aspetto democratico che questa disciplina possiede rispetto ad altre. Pensare che ci siano tantissimi dipinti inosservati, non più accessibili allo sguardo furtivo del passante, indebolisce molto il messaggio.

«Forse ci stiamo rendendo conto di quanto sia importante e decisiva la cultura del progetto per un Paese. Lo vediamo dalla mole di contenuti diffusi in rete dai più grandi musei del mondo, dai tanti eventi artistici che riempiono le nostre giornate: la rete diventa culturalmente più inclusiva, si accorciano le distanze e si scoprono iniziative interessanti che soddisfano questo bisogno di arte e cultura, non necessariamente parlando del virus.

«La street art nasce in un contesto preciso ed è li che va vissuta, realizzata, criticata, osservata: in strada e per la strada. Il web può momentaneamente coprire lo spazio bianco generato dalla crisi attuale, ma seguire da dentro uno schermo fotografie asettiche o tour virtuali di muri dipinti non può durare per molto. Dobbiamo avere la consapevolezza che Internet non potrà essere la soluzione esclusiva: la voglia di evadere e riprendersi gli spazi urbani è molto sentita e mi auguro si trasformi in una nuova consapevolezza, per non commettere gli errori del passato. Torneremo in strada e lo faremo necessariamente nuovi, più centrati sul necessario. Dovremo sostenere con più forza il valore alto della cultura, che non dovrà più sostare nelle opzioni di un Paese, ma essere il motore centrale della vita sociale ed economica di una società civile».


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Coquelicot Mafille: «Abbiamo un tipo di sguardo nuovo, dovremo cercare di mantenerlo»

In foto, l'opera Le vent tourne (Il vento gira, 2019), di Coquelicot Mafille, Parigi

In foto, l’opera Le vent tourne (Il vento gira, 2019), di Coquelicot Mafille, Parigi

«Non so se la street art sia cambiata per il fatto che nessuno possa guardarla al momento, credo piuttosto che questa situazione nuova abbia cambiato gli artisti stessi. Per quanto mi riguarda, in questo periodo non mi sono sentita di uscire a dipingere spontaneamente in città, così come facevo prima del confinamento. Per prima cosa perché ho spostato le mie priorità mentali ed emotive su altro e meno sulla creazione vera e propria. Secondo, nonostante mi dicessi che per assurdo la situazione era perfetta – strade vuote, città deserta – per fare arte urbana, non ho avuto lo slancio per sfruttarla. Per rispetto, per cautela, per buon gusto.

«Credo che l’aver sperimentato in questo periodo lo spazio e il tempo allargati e amplificati della città, il fatto che fuori dalle nostre case il mondo continuasse a esistere senza la nostra presenza effettiva e che noi stessi abbiamo preso ad attraversare le strade con un intento modificato, abbia portato maggiore attenzione al nostro guardare. Sono sempre stata solita a alzare lo sguardo in alto, verso il cielo, a notare terrazze e tetti, ma nella città vuota ho potuto soffermarmi sui dettagli, su particolari minori che forse non avrei colto tra la confusione e il rumore. L’arte urbana in questo contesto si manifesta con più evidenza, ha un palco tutto per sé.

«Nel caso di una fruizione virtuale, viene meno l’aspetto casuale e di ricerca personale, o di “caccia” e scoperta per certi amanti di arte urbana. In effetti vi è sempre un gioco tra l’artista che inserisce un pezzo nel contesto urbano e chi lo troverà. Nel camminare tra le vie deserte ci saremo accorti di dettagli che non avevamo visto prima e sarebbe interessante mantenere questo tipo di sguardo anche quando le strade si riempiranno di nuovo. Quando si potrà finalmente uscire di nuovo, riprenderemo le strade e sarà interessante vedere la trasformazione».


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GummyGue: «La street art rimane nell’immaginario collettivo»

L'opera Playground (2016), di Gummy Gue, parco Carlo Carrà, Alessandria, in una foto di Ugo Galassi

L’opera Playground (2016), di Gummy Gue, parco Carlo Carrà, Alessandria, in una foto di Ugo Galassi

«Questo particolare momento che stiamo vivendo ha trasformato le nostre città in deserti urbani. Le strade che si percorrevano ogni giorno, gli angoli, le facciate, le piazze, hanno assunto l’aspetto di uno scenario immobile e silenzioso, avvolto in un’atmosfera metafisica. Tutto sembra essersi fermato per l’effetto di un incantesimo e quello che nutriva e ispirava l’arte urbana pare svanito improvvisamente. Le insegne e le vetrine si sono spente e, con loro, si è interrotto il fluire della gente. I vagoni della metropolitana, dove tutto ha avuto inizio, dove è nata l’avventura dei graffiti, si sono fermati.

«Difficile mettere in relazione questa espressione artistica con un’emergenza sanitaria, perché a essere vuote non sono solo le strade, ma anche i musei, i teatri, le sale cinematografiche. Tutto ciò che s’intende per comunicazione, incontro, socialità e scambio culturale si è interrotto. Possiamo provare a fare delle similitudini e immaginare l’effetto che fa aprire un sipario a scena vuota.

«La street art ha esteso gli spazi della creatività e può continuare a essere guardata tramite la documentazione fotografica ed editoriale e la diffusione mediatica, non sarà certo un momento tragico come questo a estinguerla. Anche se si tratta di una forma d’arte temporanea, soggetta al naturale degradarsi delle superfici, è un segno che persiste e che rimane nell’immaginario collettivo. Si può solo attendere che ritorni il sereno».


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Nico Lopez Bruchi x EDFcrew: «Questa pausa ci permette di curare il rapporto con la cittadinanza»

L'opera La via si fa andando (2017), di Nico Lopez Bruchi e Umberto Staila x EDFcrew, ITT Marco Polo, Firenze, in una foto di Vittorio Marrucci

L’opera La via si fa andando (2017), di Nico Lopez Bruchi e Umberto Staila x EDFcrew, ITT Marco Polo, Firenze, in una foto di Vittorio Marrucci

«Non crediamo che la street art cambi. Come molte altre attività culturali e artistiche, sta subendo un forzato momento di stallo, ma questo è legato esclusivamente alle azioni performative in strada. Sul web, dove anche la street art trova da sempre la propria second life, le attività stanno solo incrementandosi. Buona parte dei fruitori della street art, per assurdo, sono da sempre su Internet. È anche normale, dato che per vedere un’opera è spesso necessario viaggiare. Quanti di noi hanno visto L’ultima cena di Leonardo dal vivo? L’abbiamo tutti sicuramente conosciuta prima sui libri e oggi sul web. Questo vale anche per l’arte pubblica.

«Per come la vediamo noi, fermarsi ogni tanto può essere un’occasione importante. Abbiamo il tempo per pensare, per approfondire e accrescere stile, tecnica, idee, messaggi. L’arte pubblica sta subendo solamente una indotta fase di studio. Avendo più tempo per curare le relazioni, siamo tutti più attivi e vicini adesso che prima della quarantena. Per chi come noi cura molto gli aspetti sociali dell’arte, le relazioni con il territorio che ospita i nostri interventi, e cerca sempre il coinvolgimento partecipativo delle cittadinanze e degli enti, questo è anche un momento per avvicinarsi a chi ci sostiene. In questo stato d’emergenza sanitaria, l’arte può tentare di sostenere le persone con contenuti che esaltano la bellezza e stimolano la riflessione. La street art è da sempre anche questo.

«Di per sé disegnare è una forma d’isolamento paragonabile a un atto meditativo, un modo come un altro per indagare fuori dai confini della vita, della strada, delle proprie mura. Quando è fatta bene, l’arte porta anche l’osservatore in uno stato di coscienza lontano da quello più razionale, vicino a degli istinti che abilmente questa società cerca di reprimere in ognuno di noi. Se continuiamo a fare buona arte, continueremo a crescere e a far crescere anche gli altri.

«La street art non è cambiata in un mese di stop, probabilmente subirà solo dei miglioramenti. Gli artisti che lo fanno con amore, forza, cura e solida intenzione cresceranno; chi lo sta facendo solo per bisogno di appartenenza o distrattamente, per moda e con poco amore, probabilmente passerà più rapidamente ad altro».


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Gonzalo Borondo: «L’arte pubblica rinascerà dal desiderio di ri-abitare gli spazi»

L'opera Mites Terram Possident (2018), di Gonzalo Borondo, Malegno (BS), in una foto di Davide Bassanesi

L’opera Mites Terram Possident (2018), di Gonzalo Borondo, Malegno (BS), in una foto di Davide Bassanesi

«Credo che ciò che oggi chiamiamo street art non sia molto cambiata in questo periodo, essendo molto più vista tramite i social che non dal vivo. Non sappiamo che fine farà al termine di questa quarantena, ma voglio essere ottimista e pensare che l’arte pubblica, l’arte nello spazio pubblico – non la street art, da cui faccio una distinzione – potrà avere una sua rinascita, dovuta magari alla destabilizzazione del mercato, ma soprattutto al desiderio di ri-abitare gli spazi pubblici.

«Chissà se dopo tutto questo l’arte nello spazio pubblico acquisirà più valore o se invece la gente diventerà “agorafobica”, preferendo avere solo le opere d’arte a casa. Qualora dovessimo restare nelle nostre case per tutta la vita, probabilmente l’arte pubblica non avrebbe più senso, ma l’essere umano è sempre creativo e troverebbe altri modi di condividere le proprie creazioni in modo libero e gratuito. Ad esempio, io al momento sto lavorando a una mostra che sarà interamente allestita nello spazio pubblico, col vantaggio di essere fruibile sempre e in modo sicuro, poiché non ci sarà alcun rischio di contagio, non trattandosi di uno spazio chiuso o affollato. Speriamo possa essere effettivamente vissuta».


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XEL: «Difficile riprodurre virtualmente le sensazioni legate al territorio»

In foto, un'opera di XEL, stazione Eav di Sorrento (2019)

In foto, un’opera di XEL, stazione Eav di Sorrento (2019)

«Lo scenario urbano durante la quarantena è più simile a un museo: il modo di guardare risulta indubbiamente diverso e anche l’atto in sé di guardare è una libera scelta in misura minore rispetto a prima, ma credo che il senso politico della street art credo sia cambiato ben prima di questa distopia. Quello legato alla quarantena non è l’unico cambiamento che la street art ha affrontato in questi ultimi anni, pur essendo un fatto completamente diverso rispetto a tutto ciò che abbiamo visto e vissuto prima e, indubbiamente, rende l’arte urbana temporaneamente muta. È inevitabile sia così per una forma espressiva che si palesa in contesti urbani e dove proprio il contesto acquisisce un’importanza fondamentale per la valorizzazione dell’opera.

«Ipotetici tour virtuali, come quelli pensati per musei e gallerie, nel caso della street art credo possano rivelarsi meno efficaci. In parte perché – ragionando da esecutore, da street artist  – il mio punto di osservazione è strettamente legato al momento della realizzazione: agli odori del luogo, a quel tessuto sociale o a quei giorni trascorsi sul posto durante la lavorazione. Tutta una serie di sensazioni, quindi, direttamente legate al territorio, che stanno dentro a quel muro dipinto e che non potrebbero essere in un altro muro se non quello. È questo che trovo difficilmente riproducibile virtualmente. Ma sarò un romantico io, sicuramente.

«Personalmente considero più importante il fatto che un artista abbia delle cose da dire, a prescindere dalle modalità di esecuzione della propria arte. Una volta superata questa fase temporanea, sarà tutto un po’ diverso rispetto a prima: auspico che tale diversità si traduca in un miglioramento».


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Ale Senso: «Non lasciamo che siano gli algoritmi a scegliere l’arte per noi»

In foto, l'opera Germogli d'inverno (2020), di Ale Senso, Brandeburgo

In foto, l’opera Germogli d’inverno (2020), di Ale Senso, Brandeburgo

«Mi domando se, al di là degli addetti ai lavori, dei colleghi o dei pochi fortunati che vivono nelle vicinanze delle opere, la street art qualcuno l’abbia “veramente” fruita e non solo guardata, più o meno distrattamente, scorrendo tra i post su Instagram (anche trovandosi, paradossalmente, nelle immediate vicinanze dell’opera stessa).

«Una cosa è la fruizione dell’opera di street art dal vivo con il contesto in cui (e, sperabilmente, per il quale) è stata creata e un’altra è l’effetto che fa guardarla su uno schermo attraverso l’obiettivo di una camera che sceglie per te il punto di vista, la temperatura colore e, perché no, con l’aggiunta di qualche bell’effettone. Così come è ben diverso incontrare un’opera sulla propria strada o divertirsi a cercarla e trovarla, invece, lì comodamente sul proprio schermo ove è arrivata accuratamente selezionata da un freddo algoritmo incapace di distinguere un’opera d’arte da un tenero gattino che si rotola sul parquet, ma che misura la diffusione della stessa tramite una ventaglio di condivisioni, se non di sonanti sponsorizzazioni, in un universo virtuale, a parole aperto e libero, ma spesso teatro del mancato riconoscimento dell’autore dell’opera a favore dell’autore del post, se non addirittura luogo di concreta censura.

«I mezzi digitali hanno cambiato profondamente tutto, tanto gli aspetti sociali quanto l’arte – e in particolare la street art – già prima di questa emergenza. La street art non è cambiata, l’unica differenza è che per il momento non possiamo produrre nuove opere».


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Kiki Skipi: «L’arte parla del proprio tempo»

In foto, l'opera Un ponte di incontri (2019), di Kiki Skipi, Manufactory Festival, Comacchio

In foto, l’opera Un ponte di incontri (2019), di Kiki Skipi, Manufactory Festival, Comacchio

«Trovo la domanda di partenza interessante perché mi spinge a farmene tante altre, del tipo: in questo momento, la street art manca al pubblico? A che tipo di pubblico? Le persone, ora che non vedono arte, si stanno rendendo conto della sua importanza e del suo valore?

«Il punto non è, secondo me, se sta cambiando la street art o no. L’arte di strada è sicuramente assente, perché gli artisti sono chiusi in casa come tutti, ma non credo ci sia un cambiamento nelle loro intenzioni. L’arte segue il proprio tempo e parla del tempo in cui vive: ultimamente ho visto tantissime iniziative in cui, mettendo a disposizione il proprio lavoro, è possibile dare un contributo alle tante raccolte benefiche che si organizzano in questo periodo, in supporto a ospedali e famiglie in difficoltà. Chi prende parte a queste iniziative sono street artist, illustratori, grafici, fotografi… Questo mi fa capire che l’unica cosa importante è che ci siano solidarietà e voglia di fare arte; perché c’è bisogno di fare arte e supportare l’arte».


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Andrea Tarli: «Ti salvi dallo zampino delle istituzioni solo se fai arte illegale»

In foto, un'opera di Andrea Tarli, Comunanza (2019)

In foto, un’opera di Andrea Tarli, Comunanza (2019)

«Non credo nessuno guardi la street art in tempi di pandemia. Una buona parte del successo della street art viene  dalla rete e dai social network. Non necessariamente chi conosce un murale l’ha mai visto dal vivo e in un momento come questo, chi vuole, ha ancora più tempo per documentarsi e magari programmare un prossimo viaggio. La grande differenza si avrà nella produzione di nuove opere, questo di certo, ma per chi guarda attraverso la rete c’è ancora molto da scoprire, vista la produzione esponenziale degli ultimi anni.

«È chiaro che, in un momento del genere, il significato socio-politico della street art muti o, almeno, venga sospeso. Il paragone con i musei potrebbe essere calzante, ma permane una differenza: i musei sono chiusi, le opere d’arte di
strada sono aperte! D’altra parte, più che quello con i musei, sarebbe adeguato un parallelismo con un monumento o una bella piazza: il Colosseo sta lì, ma chi lo vede? È un periodo di sospensione per tutti. Certo, la fruibilità si limita al proprio quartiere o poco più, ma è una situazione temporanea e tra qualche mese si spera finisca. Questo tempo non basterà a cambiare ulteriormente l’arte de rua.

«Bisogna però riconoscere che, nella street art, le istituzioni hanno messo lo zampino già da un po’. In moltissimi casi già fanno da sponsor, filtro e censura, trasformandola pian piano in neodecorativismo urbano, proprio per limitare al massimo quel conflitto su cui dovrebbe fondarsi. Non ti salvi, se non fai [graffiti] illegali. Magari dopo questa situazione si avrà più voglia di colorare e riqualificare i quartieri, ma voglio essere sincero: in questo momento mi manca molto di più il mare di un qualsiasi murale».


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Zibe (Nabla&Zibe): «Le commissioni si fermano, ma l’arte no»

In foto, il tributo ad Alan Turing e Rosa Parks (2016) realizzato da Nabla&Zibe

In foto, il tributo ad Alan Turing e Rosa Parks (2016) realizzato da Nabla&Zibe

«La domanda presuppone che sia avvenuto un cambiamento, per quanto riguarda la street art, nel periodo di emergenza Covid-19, ma tocca fare un passo in dietro e capire cosa si intende per street art realmente. Si è venuta a creare una vera differenza quando per alcuni questa è diventata una professione e basta, quando invece è, era, e dovrebbe essere uno stato d’animo, una ragione di vita, un’attitudine, uno sfogo, una maniera di esprimersi. Poi, se uno riesce anche a remunerarci, chapeau!

«Le grandi commissioni per certo – e com’è giusto che sia – non si fanno: i brand, il capitalismo in parte sono fermi. Ma chi fa i “graffiti” – che sono la parte più essenziale, più vera, quella che ha realmente ha generato questa farsa chiamata street art – invece no, non si ferma. Per lavoro mi è capitato di uscire e constatare che certe persone non hanno mai smesso [di realizzare graffiti], neanche un giorno: chi può continua a dare il suo apporto, a disegnare sui muri grigi, senza aver bisogno di sponsor o simili, spinti unicamente dalla passione.

«Non sono d’accordo nel dire che nessuno in questo momento guardi la street art. In giro, a Milano, è pieno di persone senza fissa dimora; persone che non frequentano gallerie e musei, ma che in questo momento sono “padrone” delle città, assieme a runner, forze dell’ordine e altre piccole realtà. Loro la vedono, ma in primis è chi la realizza che lo fa ed è questo che conta davvero. La street art andrebbe fatta innanzitutto per noi stessi e non per gli altri: quello vien da sé».


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Giulia “Noeyes” Salamone: «La street art non è mai stata così utile»

In foto, l'opera Ci siamo oggi (2020), di Giulia

In foto, l’opera Ci siamo oggi (2020), di Giulia “Noeyes” Salamone, a cura dell’associazione Rosso Tiepido, Montale (MO)

«La street art, decorazione artistica urbana, diventa un tutt’uno con le strutture o i muri che ricopre, fa parte del paesaggio complessivo. Credo quindi che abbia un po’ “salvato” le strade da quella visione retro-futuristica che spesso s’immagina o si rappresenta in periodi storici di catastrofe e desolazione delle città.

«La cosa più importante è che la street art rimanga lì, in strada, e che non venga mai vista come un’opera museale. Non devono bastare le città vuote a rendere le due forme equiparabili, né possiamo avere misura di un rapporto autentico con la street art nel mondo virtuale, dove nulla è tangibile e gustabile come nella realtà, non solo le opere d’arte (penso ai rapporti umani, ad esempio).

«Mi auguro proprio che in un momento del genere si possa comprendere meglio il significato e l’utilità dell’arte pubblica. E spero che a quei pochi che si muovono, per lavoro o altro dovere, il colore che incontrano per le strade regali un pensiero di speranza e positività. È questo il principale motivo per la quale vado in giro a portare la mia arte. A prescindere dall’attualità, il mondo vive sempre da qualche parte dei momenti bui e la bellezza dell’arte aiuta».


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Luigi Loquarto: «La fruizione online limita lo sguardo a una sola parte del fenomeno street art»

In foto, un'opera di Luigi Loquarto, stazione Gerolomini (linea cumana), rione Terra, Pozzuoli (2019)

In foto, un’opera di Luigi Loquarto, stazione Gerolomini (linea cumana), rione Terra, Pozzuoli (2019)

«Penso che in questo momento storico l’arte urbana, legale e illegale, rimanga più che altro sospesa. Un intervento urbano il più delle volte ha dietro di sé una fase progettuale o, se non è così, sicuramente una riflessione critica sulla direzione della propria ricerca. Dunque personalmente sto sfruttando questo momento, in cui le restrizioni a cui siamo sottoposti a tutela della salute pubblica non ci consentono di uscire, per analizzare i miei obiettivi e continuare la mia ricerca in studio.

«L’arte urbana anche quando commissionata da un soggetto isituzionale, o in genere da un soggetto mediatore, non può essere paragonata all’arte che si trova nei musei e nelle gallerie. Questo perché in contesto urbano, o comunque pubblico, a uno scarabocchio sul muro viene fortunatamente riconosciuto lo stesso spazio di una pittura di un artista noto. A fare la differenza è il valore (non economico) che la collettività può attribuire ad uno e all’altro.

«Quando si studia l’arte urbana non bisogna guardare solo alle opere imponenti, che il più delle volte sono il frutto di una curatela molto simile al lavoro fatto in una galleria: l’arte urbana è di più. È fatta soprattutto di interventi spontanei, che ad alcuni (tra cui me) appaiono suggestivi, mentre da altri vengono associati al degrado.  Ma è a partire da questi che si possono scoprire nuovi linguaggi, nuove tematiche, nuovi modi di fare arte.

«La fruizione virtuale di un’opera in contesto urbano attraverso la fotografia, quella sì, rischia di diventare fuorviante se ci si limita a immortalare soltanto le imponenti opere sulle facciate e se le si decora con l’epiteto “street art”. Così facendo certamente si veicola lo sguardo e l’attenzione del fruitore verso qualcosa che è solo una parte del fenomeno».


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Lucia Liberti

Lucia Liberti

Lucia è nata nel 1996 e porta il nome della santa convenzionalmente considerata "la protettrice della vista", eppure è costretta a indossare un fastidioso paio di lenti a causa della sua miopia. Studentessa DAMS, è un'aspirante critica e un'attivista per Amnesty International. Il suo amore per il cinema è paragonabile solo a quello per i diritti umani. Ha conosciuto poche persone interessanti e visto un numero non sufficiente di posti affascinanti. Vede un futuro migliore (ma deve essere la miopia).

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