Aya Mohamed: racconto collettivo del Ramadan in Quarantena

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In foto, Aya Mohamed, attivista e autrice del blog Milan Pyramid

In foto, Aya Mohamed, attivista e autrice del blog Milan Pyramid

Nome: Aya. Cognome: Mohamed. Nata il: 27 luglio 1996. Segni particolari: determinata, ambiziosa, diplomatica, testarda quanto basta, innamorata della moda e della città in cui vive, Milano. Ah dimenticavo: musulmana. Eh sì, perché la prima cosa che viene in mente quando si ha davanti Aya, studentessa di Scienze Politiche, attivista e femminista, non è la sua religione o il velo che porta, dal profondo significato spirituale, ma la luce che ha negli occhi nel discutere sulla parità dei sessi e sui diritti di ciascun individuo.

A tre mesi, dall’Egitto arriva nella città dei Navigli, dove vive un’infanzia giocosa e serena e, proprio alle scuole medie, dopo una ricerca sui diritti degli afroamericani, capisce che la sua strada è la difesa dei diritti delle minoranze e di persone oggetto di discriminazione. A 18 anni la sua personalità camaleontica, espressa con capelli rossi e tagli a cresta, subisce una battuta d’arresto. Inizia così il suo percorso di introspezione spirituale, che la porterà a decidere di indossare l’hijab, copricapo spesso oggetto di stereotipi e inteso dagli islamofobi di turno come «gabbia», nella quale sono costrette controvoglia le donne musulmane. Niente di più falso!


A maggio è iniziato il Ramadan e Aya ha dato vita a Ramadan in Quarantena, una finestra sul mondo dei musulmani italiani e sulla loro vita durante il periodo di preghiera e restrizioni.


Nel 2017, dalla consapevolezza dell’identità conquistata e dal binomio tra le sue due culture, nasce il blog Milan Pyramid, dove si può osservare la realtà di «una ragazza musulmana arrivata in Italia, non stereotipata, ma personale come quella di qualsiasi altra ragazza».

A maggio è iniziato il Ramadan, commemorazione della prima rivelazione del Corano a Maometto, vissuto quest’anno in maniera più intima a causa del Covid-19, che ha ispirato il progetto documentaristico Ramadan in Quarantena, una finestra sul mondo dei musulmani italiani e sulla loro vita durante il periodo di preghiera e restrizioni.

Al motto di «vivi e lascia vivere», Aya ci ha raccontato la sua storia e i diritti inalienabili in cui crede.

In foto, Aya Mohamed, attivista e autrice del blog Milan Pyramid

In foto, Aya Mohamed, attivista e autrice del blog Milan Pyramid

A che punto pensi sia oggi il femminismo?

«Quando parliamo di femminismo, spesso ne prendiamo in considerazione un solo tipo, quello occidentale, pensando che sia universale. In realtà esistono diversi femminismi in Asia, Africa, Sud America e stanno portando maggiori diritti alle donne di quelle zone del mondo. Questi tipi di femminismo sarebbero da approfondire, perché in Occidente ci sono anche donne appartenenti a quelle zone del mondo. Bisognerebbe capire quali problematiche e difficoltà specifiche vivono, dato che il femminismo è un movimento per la lotta di tutte le donne. Oggi in Occidente sono state raggiunte tantissime conquiste, però abbiamo ancora tanta strada da fare, sia collettivamente, contro il patriarcato, sia tra noi donne».

Il femminismo spesso è sbandierato sui social, quasi come un concetto modaiolo. Cosa significa per te essere femminista?

«Femminismo è il movimento di lotta per il raggiungimento dei diritti politici, sociali ed economici per entrambi i sessi. Si tratta di parità, che per me è essenziale, e non di eguaglianza, che può invece portare a ingiustizia. Se metti tutto sullo stesso livello, non si può pretendere di avere le stesse opportunità. La cosa essenziale per me nel femminismo è il rispetto per le scelte delle donne, anche se queste non si accordano alle proprie scelte personali».


Quando ho iniziato a usare il velo e ho cominciato a notare l’islamofobia, ho sentito un richiamo all’impegno civile e alla lotta a discriminazioni e ingiustizie.


Il tuo idolo femminista ?

«Linda Sarsour, una delle fondatrici della Women’s March, donna americana che porta il velo e vive nel Bronx. Super tosta. Circa un mese fa ho avuto la possibilità di intervistarla in una diretta Instagram e per me è stato un sogno».

Quando hai deciso di dedicarti all’impegno civile?

«Fin da piccola. Ricordo che in terza media, dopo una ricerca approfondita sulla lotta per i diritti civili degli afroamericani, sentivo che dovevo parlare di questa cosa anche se non mi apparteneva, perché era giusto farlo. Quando ho iniziato a usare il velo e ho cominciato a notare l’islamofobia, in un periodo in cui gli attentati dell’Isis in Europa si erano fatti frequenti, ho deciso di tenere un seminario nella mia scuola, con una presentazione e una petizione, per spiegare che i musulmani non sono terroristi. Sentivo questo richiamo all’impegno civile e alla lotta a discriminazioni e ingiustizie».

In foto, Aya Mohamed, attivista e autrice del blog Milan Pyramid

In foto, Aya Mohamed, attivista e autrice del blog Milan Pyramid

Quando hai iniziato a portare il velo?

«A 18 anni, dopo un percorso d’introspezione personale durato circa 2 o 3 anni, durante il quale mi sono posta domande sulla mia identità, sulle culture alle quali appartenevo. Quando andavo in Egitto mi dicevano “l’italiana” e in Italia “l’egiziana”: non sapevo cosa fossi. La fase di quesito sulla mia identità mi ha fatto capire che esisteva un terzo fattore che non avevo approfondito: la religione. Mi sono posta delle domande: perché le donne musulmane indossano il velo? Perché preghiamo cinque volte al giorno? Dio esiste? Nelle risposte che mi sono data ho trovato la sicurazza e la mia identità».

Cosa hai notato dopo averlo messo?

«Arrivata a scuola, ho notato che i miei compagni erano straniti e non capivano. Pensavano mi avessero obbligato. Poi hanno capito che ero la stessa persona di sempre e mi hanno trattato come prima. Forse è stato più difficile con i professori, che hanno reso palese la loro ostilità. Non mi hanno discriminata apertamente, ma facevano battutine velate ed è stato deludente riceverle da loro. I miei genitori, invece, erano contenti. Non si aspettavano che avrei messo il velo e i parenti mi chiamavano per farmi gli auguri».


Privarsi delle prime necessità per 18 ore al giorno in forma di adorazione a Dio e avvicinare il tuo cuore, controllando la tua mente e i tuoi bisogni, ti rende umile e grato, quando arrivi a rompere il digiuno.


Quando nasce l’idea del blog Milan Pyramid?

«Nel 2017, due anni dopo aver iniziato a indossare il velo. Ho trovavo delle difficoltà nella quotidianità, come nel trovare lavoro o nel relazionarmi con persone estranee, per via di pregiudizi e stereotipi. Non avendo persone come me attorno, dal momento che la mia famiglia non ha mai fatto parte della comunità musulmana in maniera stretta, sentivo il bisogno di confrontarmi con altre persone, soprattutto ragazze, a cui raccontare le mie difficoltà. Così, ho deciso di condividerle, insieme a fatti sociali e politici. Poi ho aggiunto anche il make-up e la moda. Il blog nasce inizialmente per rompere qualche stereotipo e cercare di cambiare i pregiudizi sull’Islam e sulle persone che indossano il velo, poi come luogo di condivisione per persone, non necessariamente musulmane, che vivono esperienze complesse di diversità».

Per te essere musulmana vuol dire…

«Avere un senso di rispetto, gratitudine e umiltà verso ciò che mi circonda. L’Islam è una religione basata sulla pace, anche se magari non si pensa sia così. Tramite le pratiche legate a questa religione e a questo stile di vita impari la gratitudine, a essere umile. Apprendi la disciplina, soprattutto durante il Ramadan, esercizio di rigore mentale, fisico e spirituale essenziale per il musulmano, perché privarsi delle prime necessità, come bere e mangiare, per 18 ore al giorno in forma di adorazione a Dio e avvicinare il tuo cuore, controllando la tua mente e i tuoi bisogni, ti rende umile e grato, quando arrivi a rompere il digiuno».


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Hai mai subito discriminazioni?

«Sì, per fortuna nulla di grave o fisico e solo dopo aver messo il velo. Quando si parla di islamofobia sfortunatamente la maggioranza delle discriminazioni sono subite dalle donne musulmane velate: se vedi un ragazzo per strada non sai se è musulmano o meno, così come non puoi sapere se una ragazza senza velo è musulmana, mentre il simbolo associato all’Islam è il velo, come se fosse un target».

I preconcetti sui musulmani che non sopporti?

«Li prendo molto sul ridere, però potrebbe essere il fatto che gli uomini musulmani sono sempre dipinti come cattivi e aggressivi, quando solo una piccola percentuale lo è e questo non è legato alla religione, ma a un problema sociale che troviamo in tutte le comunità del mondo. Questo stereotipo lo sopporto poco. Altri invece mi chiedono: “Fai la doccia con il velo? Sotto sei pelata?”, ma queste sono sciocchezze».


Nella storia dell’umanità non c’è mai stata tanta accessibilità alle informazioni e dobbiamo sfruttarla, se ci interessa davvero conoscere la realtà delle persone.


In una scala da 1 a 10, quanta intolleranza pensi ci sia in Italia nei confronti di persone di religione e culture differenti?

«Dopo aver osservato le reazioni alla conversione di Silvia Romano, sia con persone molto intolleranti sia con persone non musulmane a difenderla, direi forse intorno al 6. Finora ho ricevuto racconti da ragazzine vittime di bullismo perché portano il velo e che, dopo averne parlato alle professoresse, si sono sentite dire che è solo uno scherzo, nonostante sia un’aggressione islamofoba. Le cose vengono ancora prese con troppa leggerezza».

A tal proposito, assistendo alle recenti critiche nei confronti di Silvia Romano , secondo te quali sono i passi in avanti che dovrebbe fare l’Italia per una maggiore inclusione?

«Iniziare a condividere storie vere di musulmani veri, non quelle che sentiamo sempre nei telegiornali. Assumere più persone musulmane, perché nel campo lavorativo, soprattutto per le ragazze che indossano il velo, è difficile trovare occupazione. Infine, informarsi. Nella storia dell’umanità non c’è mai stata tanta accessibilità alle informazioni e dobbiamo sfruttarla, se ci interessa davvero conoscere la realtà delle persone».

In foto, Aya Mohamed, attivista e autrice del blog Milan Pyramid

In foto, Aya Mohamed, attivista e autrice del blog Milan Pyramid

«Il problema non è la libertà delle religioni ma la libertà dalle religioni», diceva l’attore e scrittore Pino Caruso. Se non esistessero le religioni, come sarebbe secondo te il mondo?

«Le religioni sono alla base dell’umanità, sono nate per dare senso alla vita e hanno anche aiutato a formare un sistema civile di regole, un senso di giusto e sbagliato. La morale ha origine religiosa. Il mondo senza religioni lo immagino immerso del caos, più di quanto non siamo già in questo momento».

Hai dichiarato che la situazione in cui viviamo non è etnocentrica ma di forte xenofobia, nata dal disagio economico e alimentata dalla corruzione. Lo pensi ancora?

«Assolutamente, perché il disagio economico porta alla formazione di gruppi interni ed esterni. Se un gruppo è povero e ha carenza di risorse, questo gruppo deve trovare una causa e dei colpevoli e li trova sempre nell’altro gruppo, quello diverso. Solitamente accade quando c’è una crisi economica o carenza di risorse, poi questo viene manipolato per raggiungere un obiettivo politico».


Il progetto Ramadan in Quarantena mi ha risollevato l’umore. È un momento speciale, pur non potendo passarlo in compagnia di amici e parenti.


Pensi che il Covid-19 abbia esasperato sentimenti di diffidenza e atteggiamenti xenofobi?

«Sì, la natura umana continuerà ad agire in questa maniera. Abbiamo bisogno di dare la colpa a qualcun altro, però abbiamo sempre modo di migliorare e dobbiamo cercare di farlo, soprattutto in questa situazione di stop globale, dalla quale dovremmo imparare qualcosa e che dovrebbe spingerci a riflettere sui nostri comportamenti».

Come stai vivendo la quarantena?

«All’inizio è stato difficile, perché mi piace lavorare tutto il giorno e la mia routine è stata stravolta a causa della quarantena. Ho avuto bisogno di tempo per ristabilire le mie abitudini e il progetto Ramadan in Quarantena mi ha risollevato l’umore. Per noi è come se fosse Natale per 30 giorni: provo una carica di gioia continua, che non ho negli altri mesi dell’anno. È un momento speciale e, nonostante non possiamo passarlo in compagnia di amici e parenti, ha permesso ai fedeli di avvicinarsi ancora di più alla propria dimensione spirituale e ai propri obiettivi».

In foto, Aya Mohamed, attivista e autrice del blog Milan Pyramid

In foto, Aya Mohamed, attivista e autrice del blog Milan Pyramid

Dicci di più del tuo nuovo progetto Ramadan in Quarantena.

«È un progetto documentaristico, per dare a coloro che non fanno parte della comunità musulmana uno sguardo all’interno delle case dei fedeli in un momento così speciale come il Ramadan e delicato come quello della Quarantena. È adatto ai musulmani e non: dato che siamo tutti distanti e non possiamo festeggiare insieme il Ramadan, speravo che con questo progetto si potesse creare un momento di condivisione, sentirsi uniti, ma anche mantenere uno scopo informativo e divulgare in maniera intima e personale la realtà dei musulmani italiani. Con testimonianze scritte e foto si possono conoscere le persone senza vederle. Sta avendo un grande successo, non me lo aspettavo».

La cosa più difficile a cui rinunciare durante il Ramadan?

«Durante il Ramadan devi essere sempre la versione migliore di te. Ho due sorelle più piccole e magari capita qualche bisticcio: devo trattenermi dal rispondere. Questo, più della fame e la sete».

Tra le tue passioni, la moda. Ci sono stereotipi nel mondo del fashion che non ti vanno giù?

«Il mondo della moda ci ha visto più lungo, a livello economico. Ha capito che c’era un buco nel mercato, vestire le donne che indossano il velo, ed è corsa per prima su questa necessità. Sta sfruttando al meglio il trend della diversità e dell’inclusione, il che è positivo, ma si deve fare attenzione a come queste persone sono rappresentate. Bisogna stare attenti a non sfruttare questo trend solo per un vantaggio economico».

Con quale capo di abbigliamento ti senti a tuo agio?

«Mi piace cambiare sempre, ma sono ossessionata dalle sneakers».

Lo stile che ti caratterizza?

«Un po’ retrò anni ’90 o anni ’30, gli stili old school. Mi capita di prendere alcune cose dall’armadio dei mie genitori».


L’arte e la Storia italiana non hanno pari al mondo, siamo un Paese pieno di cultura. Dell’Egitto invece mi piace il senso di famiglia, dell’aiutarsi a vicenda.


Qual è il tuo sogno?

«Di poter continuare a portare un impatto sociale positivo».

La libertà alla quale non rinunceresti mai?

«Di professare la mia fede e di mostrare la mia identità».

Una cosa bella e una meno bella dell’Italia e dell’Egitto?

«L’arte e la Storia italiana non hanno pari al mondo, siamo un Paese pieno di cultura. Negativo: la xenofobia e la mancanza di informazione dell’italiano medio. Una cosa bella dell’Egitto è il senso di famiglia, dell’aiutarsi a vicenda. Negativo: il fatto che – in termini di istruzione, economia e sanità – sia un Paese da Terzo Mondo».

Ci lasci con un proverbio egiziano?

«Fai del bene e gettalo al mare. Cioè: fai del bene e non aspettarti di essere ringraziato, ma gettalo al mare, perché quello che getti a mare va perso. È un proverbio legato a una favola di un re che aveva un castello su uno scoglio. Era generoso, amato dal suo popolo e ricco, ma un giorno, mentre guardava il panorama dal balcone, vide in mare un’isola e pensò: “Se c’è della gente lì, come fanno a mangiare essendo isolati?”. Così ogni settimana mandava una barca sull’isola con del cibo. Quando i nemici del re attaccarono il castello, lui scappò e si rifugiò su quell’isola, accorgendosi che non c’era nessuno. Tutto quel bene che gettava ripetutamente in mare gli era tornato indietro».

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Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco le mie dita, le mie idee, le mie emozioni, un desiderio irrefrenabile di dire la verità, irriverenza, ironia. Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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