Storie di ordinaria emancipazione: depilazione e sguardo maschile

0
Foto di Noemí Elias

Foto di Noemí Elias

di Paula Bonet per El Diario
traduzione di Giulia Di Filippo

«Diventare la persona che qualcun altro ha immaginato per noi non è libertà: è ipotecare la vita per la paura di un altro»[*]: a partire da questa citazione dell’autrice inglese Deborah Levy, l’artista spagnola Paula Bonet scrive in difesa della libertà di scelta delle donne sul proprio corpo.


«Guarda, basta che alzi la gamba e metti l’indice al centro. Con l’altro separi il grande labbro. Con il dito messo così puoi passare il rasoio senza rischiare di farti male. Ci puoi mettere un po’ di balsamo per farlo scivolare meglio. Il risultato è pazzesco. Liscissima. Gli uomini ci diventano scemi». Ana si abbassa i pantaloni e mi fa vedere la sua vulva appena depilata mentre io mi finisco la lattina di birra.

Stasera usciamo e Ana vuole fare colpo su una possibile conquista con la sua rasatura integrale. Le chiedo di ripetermi la manovra. Io mi limito a depilarmi gli inguini con le pinzette quei giorni in cui so di andare al mare. Sudo in bagno mentre effettuo lo sradicamento. Poi ritocco con le forbicine da ricamo di mia madre. Ma rinuncio spesso alla potatura perché mi piace la mia foresta nera. Mi piace affondare le dita nella mia soffice peluria pubica. Ascolto Ana ancora una volta, non so se riuscirei a farlo. Penso alla Huppert, lametta alla mano, che si automutila nella vasca da bagno. Sono sicura che se facessi quella roba lì con il dito e il rasoio farei la stessa fine della pianista, macchiando tutto di sangue. Magari scivolo pure e sbatto la testa. Un taglio sulla vulva deve fare parecchio male.

Andiamo all’Electropura. Incontro un amico di un’amica e dopo la serata finiamo a casa mia. Dopo tutto quello strusciarci nel locale e dopo avermi slinguazzata faccia e tette, il tipo mi abbassa la gonna. «Cazzo, Bonet, pensavo la tenessi più in ordine». Cazzo-Bonet-Ordine. Sì, avete letto bene: «Pensavo la tenessi più in ordine». Non sono stata capace di mandare a fanculo il signorino e ho cominciato a «tenerla in ordine». E a stare anche attenta alle ascelle e alle gambe. Alla soglia dei trent’anni la battuta «Sai, io frequento Belle Arti» mentre alzavo un braccio non faceva più ridere.


Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da Paula Bonet (@paulabonet) in data: 1 Mag 2019 alle ore 8:46 PDT

Qualche giorno fa in una storia di Instagram mi sono interrogata sul tempo che perdiamo ad adattarci a quell’odioso sguardo maschile (l’aggettivo ha dato fastidio a diversi uomini che ancora non capiscono che il problema non sono loro, ma il sistema; be’, in realtà anche quelli che non si mettono in discussione ma fanno i femministi, sì, loro sono un grande problema) che ci esclude dall’azione principale: guardare. Essere il soggetto dello sguardo e, di conseguenza, del desiderio.

Valanghe di risposte e terrore:

«Quanto tempo perso a non conoscere noi stesse per compiacere l’altro».

«Metà della mia vita».

«Tantissimo… Il problema è che non mi rendo conto di farlo… e poi è troppo tardi. Continuo a sprecare energia, tutto il giorno, per paura di essere abbandonata».

«Mamma mia, tanto da non accettare la persona che vedevo nello specchio, e tutto per credere di essere invisibile allo sguardo maschile».

«Una parte del mio essere, preziosa e unica, che non tornerà mai più».

«A tal punto da sentire che se non mangiavo non avremmo fatto sesso, peso 59 kg e sono alta 1,65, ci ha messo quattro mesi a chiedere scusa».

«La mia gioventù».

«Per non voler restare da sola ho perso me stessa».

«Mi hanno ricoverata per una disfunzione della colecisti, pesavo 41 kg, 15.4 IMC».


Non sono io, tutti i miei amici la pensano allo stesso modo, mica vanno a letto con quelle che hanno i peli.


Come dice la scrittrice Deborah Levy, anche se ci siamo sentite in colpa sempre, per qualsiasi cosa, non abbiamo mai capito bene cosa avessimo fatto di male. Sembra che stiamo cominciando a capire che non è normale che il tuo desiderio più grande sia che mamma e papà ti regalino una liposuzione per i diciott’anni. O che compiuti i venticinque una senta l’urgenza di avere delle tette più grandi.

«Pelle scorticata a causa della depilazione, odio verso me stessa».

«Mi sono depilata con il laser le ascelle e il pube, me ne pento profondamente, mi mancano i miei peli».

Un’amica mi ha raccontato che stava scopando con il suo ragazzo e al tipo è sceso tutto quando, alzandole un braccio, le ha visto i peli sotto le ascelle. Ne sono seguite così tante discussioni che anche lei è passata per il calvario di martoriarsi ascelle, gambe e pube. «Non sono io, tutti i miei amici la pensano allo stesso modo, mica vanno a letto con quelle che hanno i peli», argomentava il coglione. Poveri, loro, che vedono le nostre vulve come se fossero un piatto di pasta del ristorante dietro casa e ne parlano nelle loro chat di macho-femministi moderni.

Sono loro che ci perdono.

Torno alle storie di Instagram:

«“L’odioso sguardo maschile” attacca tutti gli uomini. Cosa abbiamo fatto di male noi XY per essere odiosi? Sono un ragazzo, posso parlare o non sono autorizzato?».

No, caro mio, non sei autorizzato. Il tuo punto di vista già lo conosciamo. Il fascino dolce e attraente e l’obbedienza cieca e docile non ci interessano più. Siamo stufe che la nostra storia sia quella del silenzio, sarebbe gradito che chiudessi la bocca per un momento e ci ascoltassi. «Diventare la persona che qualcun altro ha immaginato per noi non è libertà: è ipotecare la vita per la paura di un altro»[*]. Molte di noi non hanno più peli pubici, ma neanche paura. Alla paura le abbiamo dato fuoco, coscienti di quello che stavamo facendo, gettandoci litri di benzina mentre ballavamo come cagne, ci abbracciavamo e celebravamo noi stesse.


* La citazione è tratta dal libro The cost of living (2019), uscito in Spagna con il titolo El coste de vivir (2019) e inedito in Italia. La traduzione è mia.

Paula Bonet è una scrittrice, pittrice e illustratrice spagnola. Con la pubblicazione del suo libro La sed si dichiara femminista al pubblico: un impegno, questo, che continua a portare avanti quotidianamente. Nelle sue opere, inedite in Italia ma molto conosciute in Spagna e in America Latina, affronta temi come l’aborto, le violenze sulle donne, la sororità.

About author

Giulia Di Filippo

Giulia Di Filippo

Classe ’94, Roma. Mi piacciono il viaggio, la letteratura, l'editoria, la traduzione, il buon vino e il cinema argentino. Più di tutto, mi piace lo spagnolo. Tra le altre cose, imparo come tenere in piedi una casa editrice e a ballare tango.

No comments

Potrebbero interessarti

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi