Con la paura ci mangiamo la notte è la Fauve italiana della letteratura

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In foto, il libro Con la paura ci mangiamo le parole, di Raffaela Musicò, edito da Paginauno. Foto di e con Ylenia Del Giudice

In foto, il libro Con la paura ci mangiamo le parole, di Raffaela Musicò, edito da Paginauno. Foto di e con Ylenia Del Giudice

Perché la fauve? Perché Raffaella Musicò è l’autrice di un romanzo, Con la paura ci mangiamo la notte, che sembra più una spremitura violenta di colore sulla tela che non una carezza. Polpastrelli che si contraggono con la rabbia scaturita dall’arresa. Un tubetto di colore, una penna, dei tasti. Non c’è alcuna differenza.

Con la paura ci mangiamo la notte mi è stato regalato da una mia carissima amica. Abbiamo affrontato la lettura insieme ed entrambe abbiamo avuto lo stesso problema. Si fatica a leggere, si fatica a lasciar scorrere le immagini e passare a quelle successive senza provare un vuoto che si allarga nello stomaco. Vuoto apparente, è tutta una questione di sensazioni.

Con la paura ci mangiamo la notte: il libro e la casa editrice

Centosessantatre pagine avorio, leggere, ottanta grammi di carta rilegata con una brossura a caldo. Un taglio netto delle pagine stampate in digitale.

La copertina però confonde. La casa editrice indipendente, Paginauno, è più visibile dell’autrice, che si identifica dal colore bianco del carattere. Il titolo ha una sfumatura più scura rispetto allo spazio rigido che include tutte queste prime informazioni.

La plastificazione si consuma lungo i bordi, regalando al libro l’aria tipica dell’oggetto vissuto. La quarta di copertina disturba: immagine sgranata, codice a barre invadente. L’oggetto libro è freddo, come fosse inanimato. Un prodotto ad uso e consumo per una veloce sostituzione di qualcosa, come un carica batteria dal basso costo e dalla bassa durata, insomma.

Con la paura ci mangiamo la notte: la trama non basta

Questo è uno dei casi dove la sola trama in quarta di copertina non basta per raccontare il romanzo. Quattro vite di quattro donne che si intersecano quasi come per errore, come uno dei tanti passaggi della network analysis. Il punto di incontro è quello di un parco di una Milano notturna. Il motivo principale è la presenza di una quinta persona e del suo cane.

Dalla sola quarta di copertina sembra tutto casuale, tutto già visto. È un peccato perché di già visto non c’è nulla. La difficoltà di digestione emotiva (digestione, non di-gestione, intendo proprio digerire) non compare nella trama, come non compare la fauve dell’alienazione che si scioglie nel momento in cui si apre la possibilità di una nuova vita.

Forse è giusto così, forse non è opportuno lasciare questo mattone come primo incontro fra libro e lettore.

La bellezza del dolore: la porta socchiusa al lettore

La trama non basta per questo motivo, perché la bellezza di questo romanzo si nasconde nelle storie e nei loro intrecci; nelle descrizioni incredibilmente realistiche e nella forza distruttiva della parola. Niente volgarità. Il linguaggio diventa qui strumento di espressione di molte più cose del semplice incontro fra le vite. Raffaella Musicò sfrutta la sua conoscenza per ricreare vere e proprie immagini, come fosse un film.

La storia di Giulia, la prima che incontriamo, è quella che apre la voragine come fosse l’inizio del Big One californiano.


La sua vita si accumulava intorno a lei, gli avvenimenti prendevano posto l’uno accanto all’altro, qualcuno si sovrapponeva o passava avanti, ma poi tornava a sistemarsi nel suo alveolo, cosicché lei potesse tornare a disporne a piacimento, senza che l’elaborazione dovuta al passare del tempo potesse incidere sulle sensazioni che a quell’atto erano legate.

– Raffaela Musicò, Con la paura ci mangiamo la notte, Paginauno, p. 19


Il ritmo è lento, cadenzato dalle riflessioni di queste vite raccontate.

Raffaella Musicò, pur raccontando di vite lontane da noi, lascia la porta socchiusa. Il lettore è libero di interpretare e di scegliere l’immagine che più gli appartiene. Per ogni rigo subisce un cambio di rotta: questa frase mi appartiene. Poi però no, mi appartiene questa; anzi no, è quest’altra.

Personaggi che si identificano con dei nomi, dunque poco propensi a essere liberamente associati alla nostra esistenza. La profondità delle immagini e delle descrizioni ribalta però le figure che si muovono e le rende così elastiche. «Questo abito si chiama Elena, ma puoi aggiungere e togliere ciò che vuoi», sembra dire.

Con la paura ci mangiamo la notte: sentimenti e colore

Il romanzo è ricco di ossimori, di anadiplosi e analogie. Il climax che sembra non esplodere mai davvero. Al pari di un orgasmo che non arriva, al pari di una libertà che desideriamo ma che ci fa paura.

Questa è la sensazione che si ha durante tutta la lettura. Un romanzo estremamente glaciale all’apparenza che si presenta con gli stessi toni freddi di un corpo all’obitorio o di un cielo all’alba di gennaio. I colori, le immagini e i sentimenti dominano come la forza dei pigmenti primitivi dei pittori francesi post-impressionisti e pre-cubisti. Quella fase di mezzo che non si può accostare a nessuna metodologia tecnica, se non alla stessa esperienza di rifiuto e accettazione.

Si legge online che il sentimento di solitudine è da rimandare alla città. Una Milano come la conosciamo tutti: fredda, spoglia e piatta, senza animus. Sono certa che non sia la città, ma i corpi stessi che la compongono. La solitudine è un sentimento che queste vite coltivano da tempo, che cresce a ogni insoddisfazione, ogni rabbia. C’è chi, come Roberta, si concentra nel suo lavoro per non sentire. C’è chi come Giulia, oramai adulta, tira le somme della solitudine di cominciare una vita senza più quella paura.

I colori cupi e freddi li hanno già dentro, queste vite. Escono fuori come fiamme al contatto con l’ossigeno. C’è liberazione in questo romanzo, nonostante le allarmanti catene autoimposte dalle vite. La liberazione culmina nell’unione, a contatto col buio di una notte milanese.

Il peggior incubo da affrontare, le peggiori paure che spingono per emergere nel conscio, abbandonando lo stato selvaggio dell’Es.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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