Freud di Netflix: psicanalisi o esoterismo?

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L'attore Robert Finster nei panni di Sigmund Freud, in una foto promozionale per la serie Freud (Netflix)

L’attore Robert Finster nei panni di Sigmund Freud, in una foto promozionale per la serie Freud (Netflix)

Tra le novità di aprile, sulla piattaforma streaming Netflix ha fatto la sua comparsa Freud, una serie austriaca di otto episodi il cui intento è raccontare – in modo molto romanzato – la storia e le origini del grande psicologo viennese, pioniere della psicanalisi. Il prodotto si è conquistato per più giorni la prima posizione nella Top 10 di Netflix Italia ma, dopo aver visto la serie, temo che il successo sia derivato dai motivi sbagliati.

Avete presente quando si guarda una serie non per effettivo interesse, ma perché è talmente assurda che ormai la si prosegue la visione per riderne? Ecco, Freud è proprio così. Dispiace, perché il comparto tecnico si presenta molto bene, e non solo quello. Freud, a prima vista, arriva sulla scena come un prodotto sicuramente ambizioso, ma già dalla prima puntata si possono notare i segnali delle due pecche maggiori della serie: la sceneggiatura e la recitazione.

I difetti di Freud, la serie

Fleur Salomé (Ella Rumpf) in una scena di Freud, durante una seduta d'ipnosi

Fleur Salomé (Ella Rumpf) in una scena di Freud, durante una seduta d’ipnosi

Per quanto riguarda le interpretazioni, solo Robert Finster, Ella Rumpf e Anja Kling (rispettivamente Freud, Fleur Salomé e la contessa Von Szápáry) riescono a dare prova di talento; il resto del cast, purtroppo, non riesce a pareggiarne carisma. Forse alcuni sono stati penalizzati dal minutaggio ristretto, come l’attore che interpreta Schnitzler o l’attrice che veste i panni di Martha Bernays, la fidanzata di Freud. Una nota di merito va sicuramente al doppiaggio italiano, che ha letteralmente salvato alcune performance di questa prima stagione.

La sceneggiatura rimane comunque il problema più evidente. Freud, in questa rivisitazione, va a caccia di serial killer aiutato da più personaggi e, nel frattempo, approfondisce i suoi studi su ipnosi e isteria. Non è il suo coinvolgimento in un’indagine poliziesca a essere ridicolo, quanto le situazioni che talvolta si vengono a creare, così come alcuni dialoghi involontariamente comici.


È davvero tutto riconducibile all’inconscio o è la serie a protendere verso il fantastico?


Benché il soggetto si ponga come uno spunto interessante, purtroppo lo sviluppo della trama si trova a mescolare continuamente psicanalisi ed esoterismo e, quando la prima tenta di spiegare il secondo, questo si rivela fondamentale per la risoluzione del pericolo maggiore. Lo spettatore è dunque lasciato continuamente con un dubbio: è davvero tutto riconducibile all’inconscio o è la serie a protendere verso il fantastico?

Ciononostante, come dicevo prima, non è tutto da buttare: la regia riesce a porsi come l’elemento più riuscito di Freud, sperimentando e coinvolgendo lo spettatore in una storia che, fosse stato per la scrittura, avrebbe perso il pubblico molto presto. Un esempio lampante è la scena della prima seduta spiritica, in cui si nota tutto il virtuosismo registico. Allo stesso modo (e per gli stessi motivi) può essere promossa anche la fotografia.

Consiglio comunque di dare un’occhiata a Freud perché, nonostante le cavolate nella sceneggiatura, voglio lasciare a voi, gentile pubblico, l’ultima parola: questa serie è riuscita a proporci una storia diversa del grande psicanalista viennese o il tentativo è stato vano? Per quel che mi riguarda, apprezzo lo sforzo, ma non riesco a promuovere una serie in preda alla confusione.

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Sara Sgarbossa

Sara Sgarbossa

Immaginate una ragazza (quasi) completamente persa nei suoi sogni, sempre alla ricerca di storie da ascoltare o raccontare, innamorata del teatro e del cinema, nerd riscoperta, e avrete come risultato me.

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