Matteo Faustini: «Quando scrivo le mie canzoni, sono io davvero»

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Il cantante Matteo Faustini in una foto di Marco Pirraccini

Il cantante Matteo Faustini in una foto di Marco Pirraccini

Pochi mesi fa, Matteo Faustini è stato uno dei protagonisti del Festival di Sanremo nella categoria Giovani. Sul palco dell’Ariston ha proposto il brano Nel bene e nel male. Oggi, a distanza di tempo, ha pubblicato un nuovo singolo. Ecco la nostra chiacchierata.

Matteo, vorrei iniziare questa nostra chiacchierata dal secondo capitolo del tuo disco, Figli delle favole. Vorrei (La rabbia soffice) è il nuovo estratto dal disco ed è un brano intimo, personale.

«Vorrei (La rabbia soffice) è uno dei brani ai quali voglio più bene. Nella vita riesco a dire qualche bugia, ma nella musica no. In questo brano ho scritto tutte quelle qualità che mi piacerebbe possedere per diventare un essere umano migliore, tutti quei limiti che non vedo solo in me stesso, ma anche nella società, e che vorrei curvare. Secondo me siamo qui per raffinare la nostra energia e per migliorare le cose un po’ più brutte in belle e tra queste la rabbia, per renderla, appunto, un po’ più soffice».

La cover dell'album Figli delle favole, di Matteo Faustini

La cover dell’album Figli delle favole, di Matteo Faustini

Facciamo un passo indietro, torniamo a febbraio. Calcare il palcoscenico dell’Ariston dev’essere stata un’emozione importante.

«È stato un po’ il terrore che abbraccia la gioia, una dicotomia particolare. È come se avessi sfregato la lampada di Aladino e il genio avesse esaudito venti desideri tutti d’un colpo. È un privilegio unico, un bellissimo sogno, un grande megafono per la mia musica».

A Sanremo hai cantato Nel bene e nel male. Com’è nato il brano che ti ha permesso di vincere il Premio Lunezia per Sanremo?

«Io sono ossessionato dai testi, dal contenuto che vince sul contenitore, quindi un mio testo che vince un premio così importante è stato l’apoteosi, come ricevere dieci pacche sulla spalla. Questo brano è nato, come tutti i miei brani, dal bisogno di esprimere un contenuto. In questo caso, ho deciso di scrivere una canzone che si riferisse a tutti coloro che abitano in modo permanente le stanze del nostro cuore, a tutte le certezze, a quelle persone che decidono di esserci anche nel male e che non scappano di fronte ai primi problemi e alle difficoltà».


Fare musica oggi non è una passeggiata. La musica è bellissima, il mondo della musica un po’ meno. C’è una sorta di meritocrazia secondo me, la strada è sempre più lunga ma, se continui, con la pazienza della quale non sono dotato, “Ce la si fa”.


Cantante, sì, ma anche insegnante. Come si conciliano queste due attività, apparentemente così diverse?

«Sì, sono anche “maestro Matteo”, ma al momento sto vivendo solo di musica, cioè il mio piano A, conscio che nel tempo potrebbe non essere più così – sperando però che duri il più a lungo possibile. L’attività di insegnante ha aiutato tanto la mia musica e, viceversa, la mia musica ha aiutato tanto il mio mestiere di maestro. Tra le materie insegnavo anche musica, quindi era tutto collegato. È un lavoro che ti dà tanti spunti sui quali riflettere e che puoi convertire in musica».

Parliamo di paura, del resto in Vorrei (La Rabbia Soffice) non fai mistero delle tue. Quali sono le tue più grandi paure?

«La mia più grande paura è di ciò che c’è dopo la morte, perché ho le mie idee di cui non ho prova e quindi sono terrorizzato perché potrebbe esserci qualcosa di bello così come qualcosa di brutto, e non parlo di paradiso e inferno. Mi spaventa molto».

Facciamo ancora un altro passo indietro. Ricordi la prima canzone che hai scritto, l’emozione che hai provato?

«Volevo abbandonare la musica, mi faceva stare tanto male anche per varie esperienze passate. Mi sono messo a scrivere una canzone, mi sono detto “Provaci, anche se farai schifo”. E così ci ho provato, mi ricordo di aver partecipato a un concorso dove si potevano presentare degli inediti e avevo vinto tanti premi. È stato bello, da quel momento ho capito che quella era la strada che dovevo seguire perché mi faceva stare meglio. È stato bello perché ho sempre saputo di voler far parte del mondo della musica, ma non sapevo in che forma, quindi ho fatto teatro, lirica, musical, sono stato in giro per l’Europa con una tribute band, però non avevo ancora scritto. Quando ho iniziato a scrivere mi sono riconosciuto, mi sono detto “Questo sono io”».

Quali sono stati e sono i tuoi miti musicali?

«Uno dei miei miti è stato Michael Jackson, che ho avuto modo di omaggiare con un tour in Europa con la tribute band di cui facevo parte, gli Smooth Criminals. Poi, da piccolo, ricordo che ero rimasto incantato da Giorgia e dalla sua esibizione a Sanremo con Di sole e d’azzurro: in quel momento avevo capito che anche io volevo essere su quel palco!».

Il cantante Matteo Faustini in una foto di Marco Pirraccini

Il cantante Matteo Faustini in una foto di Marco Pirraccini

Fare musica oggi non è esattamente una passeggiata. Ne è la prova il fatto che, nelle ultime settimane, si sia parlato tanto della mancata attenzione verso i lavoratori dello spettacolo. 

«Hai ragione, fare musica oggi non è una passeggiata. La musica è bellissima, il mondo della musica un po’ meno. Ma è un po’ come in tutti i lavori, ci sono dei pro e dei contro, ovviamente, soprattutto quando lo fai a un certo livello. Io ho fatto una gavetta infinita e ancora devo farla, devo ancora migliorare su tantissimi punti di vista, ma so che sacrificio e costanza ripagano. Io ce l’ho fatta, sono veramente un mister nessuno, non avevo neanche un’etichetta e, dopo tanti anni in cui non mi aveva ascoltato nessuno, sono arrivato a Sanremo. Dopo tanti anni a provare in Area Sanremo e vari talent ce l’ho fatta. Quante volte ho pianto – e quante volte lo farò ancora. C’è una sorta di meritocrazia secondo me, la strada è sempre più lunga ma, se continui, con la pazienza della quale non sono dotato, “Ce la si fa”».

Si è creata un’accesa polemica, durante il periodo di quarantena, anche tra chi ha scelto di cantare sui social, tramite dirette Facebook e Instagram, e chi ritiene che farlo significhi svalutare la musica. Qual è la tua posizione?

«Penso al mio orticello, ne faccio uno-due a settimana con chi mi supporta, per conoscerci, oltre a fare musica. Mi va bene, è uno strumento che utilizzo per avvicinarmi alle persone e mi fa piacere. Se qualcuno preferisce aspettare i live è libero di seguire le proprie scelte. A me piace darmi, dedicare il mio tempo alle persone».


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Sei un cantautore e l’Italia, in fatto di cantautorato, può vantare una storia imponente. Se tu potessi “rubare” una canzone a un altro cantautore, quale sarebbe?

«Solo una? Ruberei interi dischi! Una canzone che amo è Cinque giorni di Michele Zarrillo, ma anche altre mille, da Dalla a Tenco. Ma diciamo Cinque giorni, è il pop che piace a me».

Se ti chiedessi di descriverti attraverso una frase di uno dei tuoi pezzi, quale sceglieresti?

«Ti dico una di quelle che sto cercando di adottare ogni singolo giorno della mia vita: “Vorrei imparare ad accettare ogni sofferenza perché il dolore è solo un acceleratore di esperienza”. Quindi riuscire a capire il male, comprenderlo, trasformarlo in bene e imparare da esso. È molto difficile ma ci sto provando tanto».

Concludo tutte le mie interviste con questa domanda: qual è la parola più importante della tua vita?

«Ti direi “condivivere” e non condividere. Il nostro tempo è la cosa più preziosa che abbiamo e “condivivere” il tempo, le informazioni, l’energia, la musica è una cosa bellissima tra esseri umani diversi, quindi “condivivere”».

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Basilio Petruzza

Basilio Petruzza

Nato a Zurigo nel 1991, di origini siciliane ma romano d'adozione, Basilio Petruzza è uno scrittore e blogger. Ha pubblicato tre romanzi, "Frantumi" (2012), "La neve all'alba" (2015) e "Io basto a me stesso" (2016) e ha un blog, #tutteleparolecheposso. Ha conseguito la laurea triennale in Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, e la laurea magistrale in Dams, indirizzo Teatro-Musica-Danza.

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