Donna forte e donna debole: modelli da seguire e i personaggi di Miyazaki

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Nell'immagine, Madame Gina e Fio Piccolo, tra i personaggi principali del film Porco Rosso (Hayao Miyazaki, 1992)

Nell’immagine, Madame Gina e Fio Piccolo, tra i personaggi principali del film Porco Rosso (Hayao Miyazaki, 1992)

Qualche mese fa è stato pubblicato su The Vision un articolo di Carla Fronteddu, arrivato al momento giusto per dare, in parte, voce a dei pensieri che avevano iniziato a ronzarmi in testa da un po’ di tempo.

Il femminismo è senza alcun dubbio necessario per scuotere una società costruita su basi di disuguaglianza ed è anche, a livello più personale, un aspetto fondamentale della mia vita. Essendo un movimento in continua evoluzione (grazie a una visione, e conseguente analisi, sempre più profonda e ampia) è chiaro che non smette di interrogarsi per migliorarsi. Diventa quindi interessante – e altamente stimolante – osservarlo anche con occhio critico, senza però mai screditare il ruolo vitale che ha nella lotta per la parità. Possiamo partire da qui: come fanno bambine e bambini, dobbiamo tornare a chiederci insistentemente «Perché?», per scavare sempre più in profondità ciò che appare ovvio, offuscato o invisibile, abbandonando il nostro personale punto di vista.


Produzioni che si dichiarano femministe possono cadere facilmente in questa logica che vede la donna esplicitamente forte come la ovvia eroina della storia.


C’è un aspetto in particolare su cui rifletto da un po’, ovvero la tendenza del mondo dell’intrattenimento a designare come massimo esempio da ammirare e seguire un certo modello di donnaesplicitamente forte, sia fisicamente che caratterialmente, determinata e che non si fa mettere i piedi in testa, che lotta apertamente e ha grinta da vendere. Produzioni che si dichiarano femministe possono cadere facilmente in questa logica che vede la donna che «sa il fatto suo» come la ovvia eroina della storia e quindi creare personaggi femminili con questo tipo di caratteristiche.

Nonostante le intenzioni lodevoli e la voglia di mostrare alle ragazze che possono esternare il loro lato più duro (e, aggiungerei, meno male), il rischio che ne deriva, però, non è diverso da quello da cui si cerca di fuggire: offrire un solo modello valido o, comunque, l’unico degno di una certa ammirazione. Nell’articolo citato prima, Carla Fronteddu affronta questo aspetto prendendo specificatamente in esame l’immagine che è stata creata della donna single, ovvero un’unica rappresentazione fatta di caratteristiche ritenute più interessanti di altre. In questo modo si vanno a cancellare tutte le possibili sfumature che una persona può avere, per mostrare una versione parziale – e talvolta distorta – della vita di una donna single. Il rischio rimane, dunque, quello di cadere in uno stereotipo.

Elogiare e sminuire

Uma Thurman in una foto di scena di Kill Bill: Volume 1 (Quentin Tarantino, 2003)

Uma Thurman in una foto di scena di Kill Bill: Volume 1 (Quentin Tarantino, 2003)

Queste riflessioni sui personaggi femminili-modello e sull’immagine della donna single hanno in comune lo stesso concetto di base: sono rappresentazioni limitate che innalzano determinate caratteristiche a discapito di altre, rendendole più cool e rischiando di eclissare la moltitudine di personalità e stili di vita che ci distinguono. Eppure una donna può essere forte e ammirevole anche se è esile, se non ha un carattere deciso o se la determinazione non è il suo punto di forza.

Vedendo quanto sia elogiato un certo «modello da seguire» e quanto interessante venga presentata (e, di conseguenza, percepita) una specifica personalità, c’è il rischio che donne considerate più ordinarie (secondo questi standard) non si sentano «abbastanza» e sminuiscano loro stesse. Stiamo nuovamente portando le donne a confrontarsi con un modello preciso? Non stiamo mettendo le donne che non vi si rispecchiano nella condizione di rimproverarsi per non essere sufficientemente determinate o per non avere una carriera da sogno? Non è ingiusto sminuirsi per avere ambizioni e priorità diverse?

È un discorso piuttosto complicato e per cui non esiste una risposta che possa considerarsi verità universale, perché la nostra personalità e i nostri desideri ricevono influenze esterne. Viene quindi spontaneo domandarsi se una donna poco ambiziosa lo sia davvero per sua natura o perché, fin dalla nascita, ha visto i limiti imposti sul suo genere e abbia col tempo abbassato le sue aspettative inconsapevolmente. Ciò non toglie che il genere umano abbia infinite sfaccettature e sia un peccato attribuire l’aggettivo «interessante» a una manciata di caratterizzazioni – come è un peccato non riconoscere il proprio valore solo perché la propria personalità non rientra in queste poche.

Perché questa tendenza?

Le protagoniste di Ocean's 8 (Gary Ross, 2018) in una foto di scena

Le protagoniste di Ocean’s 8 (Gary Ross, 2018) in una foto di scena

Pur essendo un argomento che necessita di tenere in considerazione numerosissime variabili, questo discorso ci può aiutare a capire perché, in ogni aspetto della vita delle donne, ci sia una dicotomia molto marcata che le incasella o nella categoria X o in quella Y.

Essendo una conseguenza derivante da secoli di disparità di genere, è importante capire che viviamo in un mondo costruito a misura d’uomo, un mondo attorno cui le donne hanno sempre girato senza mai farne pienamente parte. Questo significa che le donne devono faticare molto di più all’interno di questo sistema non solo per emergere, ma anche semplicemente per ricevere un trattamento paritario. Di conseguenza, qualsiasi decisione che una donna prende, i gesti che fa e, talvolta, anche la sua personalità rappresentano o un passo avanti o uno indietro.


In una cultura patriarcale, il gesto di una donna verrà automaticamente visto in un’ottica binaria: o come rivendicazione o come oppressione. Una scelta, quindi, che va oltre l’individualità.


Qualsiasi azione diventa simbolica non per scelta personale, ma per una naturale conseguenza del problema. Difficilmente una scelta femminile è vista con neutralità; al contrario, il più delle volte assume un certo peso nel processo di emancipazione e si rilette nell’immagine che la società ha della donna. In una cultura in cui l‘oggettivazione e la posizione di inferiorità data alle donne hanno radici profonde, il gesto di una donna verrà automaticamente visto in un’ottica binaria: o come rivendicazione o come oppressione. Una scelta, quindi, che va oltre l’individualità, perché porta con sé un costrutto di aspettative e preconcetti.

Purtroppo, penso che questa dicotomia resterà finché la parità di genere non sarà raggiunta. Per questo viene valorizzato un certo tipo di figura femminile a discapito di altre, perché le donne stanno finalmente iniziando a emergere dall’angolo in cui sono state confinate per tutti questi secoli e, in una società ancora strutturalmente patriarcale, l’unica via d’uscita sembra quella di dover usare grinta e determinazione. Certamente è un bene che ci siano più rappresentazioni di donne così, ma bisogna anche stare attenti a non dimenticarsi di chi ha una natura diversa.

Miyazaki Hayao: una fondamentale eccezione

In foto, il regista Hayao Miyazaki, fondatore dello Studio Ghibli

In foto, il regista Hayao Miyazaki, fondatore dello Studio Ghibli

Perché nominare Miyazaki, co-fondatore dello Studio Ghibli, studio cinematografico per cui lui stesso ha creato e collaborato a diversi film d’animazione? In realtà l’idea per questo articolo mi è arrivata proprio dalle sue produzioni perché, nonostante non sia facile rendere forte e ammirevole sullo schermo una donna percepita come «ordinaria», Miyazaki ci riesce. A questo proposito, ai miei occhi emergono due insegnamenti principali.

Era da un po’ che mi chiedevo cosa mi affascinasse così tanto dei suoi lungometraggi. Mi risultava difficile credere che il motivo fosse da cercare solamente nelle atmosfere, nella delicatezza del narrare le storie o nel fascino che la cultura giapponese esercita su di me. Spiegazioni valide, certo, ma non le trovavo sufficienti. Sentivo che c’era dell’altro. L’illuminazione è poi arrivata mentre guardavo Porco Rosso.


Nonostante le palesi differenze di questi personaggi femminili, mi sono trovata a provare un’enorme ammirazione per tutte loro.


Miyazaki ha la capacità di rendere i suoi personaggi femminili forti anche quando non hanno nulla di apparentemente straordinario. Porco Rosso è, secondo me, l’esempio perfetto perché racchiude tre caratterizzazioni diverse che comunicano tutta la forza dei loro personaggi.

Fio, ragazza solare e determinata che si prende l’incarico di riparare l’aereo del protagonista, rappresenta la voce di chi non ha intenzione di farsi ostacolare dai pregiudizi. Gina, donna che ammalia tutti con la sua bellezza, la sua eleganza e la sua voce – e proprio per questo è probabilmente il personaggio più facile da banalizzare – riesce a dimostrare che non è affatto sinonimo di frivolezza e debolezza. Infine, ci sono le signore che aiutano nella riparazione dell’aereo, che compaiono per pochi minuti e di cui non sappiamo nulla: sarebbero benissimo potute passare inosservate, invece mostrano un’energia straordinaria data dal loro entusiasmo e altruismo. Nonostante le palesi differenze di questi personaggi femminili, mi sono trovata a provare un’enorme ammirazione per tutte loro.

Sophie, protagonista de Il castello errante di Howl (Hayao Miyazaki, 2005) in un'immagine tratta dal film

Sophie, protagonista de Il castello errante di Howl (Hayao Miyazaki, 2005) in un’immagine tratta dal film

Con questa nuova consapevolezza, ho poi riflettuto sugli altri film di Miyazaki per capire fino a che punto è riuscito a portare avanti questo intento. Ecco che Il castello errante di Howl diventa un altro esempio lampante. Sophie è una ragazza tranquilla, insicura e timida che si ritrova fisicamente indebolita in un corpo che invecchia. Sembrerebbe non adatta al ruolo di eroina, eppure sono proprio la sua natura dolce e la sua bontà il motore che la porterà avanti nella sua avventura. Non uscirà dai suoi schemi, non dovrà diventare qualcuno che non è per scoprire il suo valore. Lei semplicemente si lascia guidare da ciò in cui crede.

Nel corso degli anni, Miyazaki non si è focalizzato su un solo modello. Ha voluto portare agli spettatori l’idea che il valore risiede in ognuno di noi, indipendentemente da come il mondo ci vede. Perciò ha creato personaggi a cui ha attribuito le più disparate personalità, dalla ragazza più agguerrita – come nel caso della principessa Mononoke – alle bambine, grandi protagoniste delle sue storie, più innocenti e curiose. Non solo le protagoniste, ma ha valorizzato anche le figure secondarie che sono apparse per più o meno tempo. Piuttosto che designarle come modelli da seguire, la sua scelta ha l’effetto di farti guardare dentro per capire che hai tutto il potenziale per vincere le tue battaglie, grandi o piccole che siano. Dimostrano che la forza non ha un volto prestabilito e può emergere da qualsiasi sfumatura.

Il potere della narrazione

San e Moro in un'immagine del film Principessa Mononoke (Hayao Miyazaki, 2000)

San e Moro in un’immagine del film Principessa Mononoke (Hayao Miyazaki, 2000)

C’è però da dire che se Miyazaki è in grado di comunicare un messaggio così potente, è anche grazie al fatto di aver scelto fin da subito di mettere al centro le donne. I personaggi femminili creati da Miyazaki non risultano mai forzati e non hanno bisogno di assumere specifiche caratteristiche per diventare ammirevoli. Con le loro sfaccettature riescono a essere realistiche e rendono, così, la narrazione ancora più potente: non devi sforzarti di aspirare a qualcosa che non ti appartiene o di essere qualcuno che non sei, dalla tua personalità e dai tuoi principi puoi trarre una forza che non immagini di possedere.

Questa mancanza di forzatura è il risultato di una scelta decisamente importante: Miyazaki, infatti, ha sempre dato ruoli di rilievo alle donne. Non le ha lasciate vagare attorno ai mondi da lui creati, ma le ha integrate nella narrazione, riconoscendo che la realtà non è fatta solo di uomini. Portando avanti una scelta narrativa in cui i personaggi femminili sono numerosi e attivi nelle storie, ha normalizzato questa visione.


I lungometraggi di Miyazaki si prestano come esempio di quanto sia importante dare visibilità a persone discriminate e minoranze, di quanto sia necessario accogliere con entusiasmo le diversità dei personaggi.


Non si tratta di una narrazione che ha dovuto evolversi con il cambiare della nostra società, in cui la diversa attenzione data ai personaggi diventa evidente e può apparire forzata: sono protagoniste che hanno sempre vissuto intensamente la loro avventura. Non è mai stato voluto associare loro la necessità di essere salvate, ma anzi hanno sempre avuto un ruolo decisivo, una voce importante all’interno della storia. In questo contesto è più facile far emergere il loro valore partendo da qualsiasi caratteristica, perché in questi mondi non sono mai state ai margini. L’occhio dello spettatore è abituato alla loro presenza e ciò risulta nel percepire tale narrazione con naturalezza. I lungometraggi di Miyazaki si prestano come esempio di quanto sia importante dare visibilità a persone discriminate e minoranze, di quanto sia necessario accogliere con entusiasmo le diversità dei personaggi. Una rappresentazione inclusiva è importante proprio perché ha il potere di creare e normalizzare la percezione.

Ancora una volta, non esiste una risposta universale. Non siamo ancora arrivati a vivere con la stessa naturalezza. È, quindi, necessario porre l’accento su modelli femminili fuori dall’ordinario, però trovo altrettanto importante mostrare il potere che si nasconde in ciò che siamo. Quello che i personaggi di Miyazaki mi trasmettono è proprio questo: non hanno la pretesa di designare un modello femminile che spicca tra altri, ma vogliono farti riflettere sul tuo valore e ricordarti che la tua forza sta proprio nell’essere te stessa.

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Giulia Colato

Giulia Colato

Nella mia vita è la curiosità a prendere le decisioni al posto mio. Ufficialmente studentessa di Sociologia e Criminologia, in realtà mi interesso a una lista smisurata di cose.

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