Momusso: neologismi alimentati a emozioni

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In foto, l'illustratrice Martina Lorusso, in arte Momusso, autrice del Vocabolario sentimentale (Giunti)

In foto, l’illustratrice Martina Lorusso, in arte Momusso, autrice del Vocabolario sentimentale (Giunti)

Questa, è una storia ambientata in mondo impercettibile, nebuloso in cui il bianco assume mille sfumature; un’isola che non c’è fatta di sillabe, vocali e parole che a ritmo di musica si rincorrono, inciampano e si uniscono, dando vita a neologismi riferiti a emozioni che non hanno un nome. Nascoste all’occhio e all’orecchio umano, la maggior parte sono guidate e portate nel mondo reale dalla bacchetta, pardon, penna grafica della sua creatrice e fata madrina, affamata di conoscenza, emozioni e… cibo: Momusso.

È il nome d’arte di Martina Lorusso (Giunti), 27anni, grafica e illustratrice nata a Roma, per la quale la creazione di nuovi vocaboli illustrati è diventata il tratto distintivo, insieme alla volpe di fanciullesca rimembranza. A lei si deve la creazione del Vocabolario sentimentale, contenente non semplici vocaboli, ma parole fuse tra loro, come «ricorama» (ricordo + cosmorama = prendere in mano un giocattolo dell’infanzia, tornare indietro nel tempo e ricordare l’emozione nel giocarci), «messalgia» (messaggio + nostalgia = nostalgia che sale rileggendo vecchi messaggi), «albeare» (albero + alveare = desiderio di restare come fanno gli alberi con le radici e le api nel loro alveare), per citarne alcuni, tutti rigorosamente accompagnati da disegni minimal e immediati.


In Vocabolario della Quarantena, invito le persone a giocare con le parole e avere meno paura di ciò che si prova.


Il suo stile è stato scelto da Niccolò Fabi Brunori Sas. Inoltre ha curato la campagna Uperitivo per il brand Martini e le grafiche dell’IDays di Milano.

Amore e mancanza sono i sentimenti principali che si mescolano nella sua mente e non smettono di fluire, neanche in questi giorni di stasi forzata, tanto da sfociare in tutta la loro forza nel Vocabolario della Quarantena, una call to action realizzata insieme alla creatività dei suoi follower di Instagram (ben 26,7 mila), ai quali ha chiesto di inventare una parola per esprimere emozioni nuove provate durante la quarantena. «Io le ho solo disegnate», dice Momusso, «proprio per far giocare le persone con le parole e avere meno paura di ciò che si prova. È sorprendente quello che è venuto fuori».

Tra molti caffè, musica, oroscopi, notizie e lavoro, ci ha dedicato un po’ del suo tempo.

Il neologismo «maranza», illustrato da Momusso in Vocabolario sentimentale (Giunti)

Il neologismo «maranza», illustrato da Momusso in Vocabolario sentimentale (Giunti)

Che tipo di persona sei?

«Sono molto sbadata nella vita di tutti i giorni: rompo cose, mi faccio male da sola. Questo non coincide con l’aspetto lavorativo. Viaggio molto con la fantasia e quando si unisce alle parole inizio a vagare anche per ore. Quando sono felice sono disordinatissima, quando sono triste sistemo in maniera maniacale. Non amo gli specchi, perché sanno mentire. Odio i ritardatari. Sono molto passionale in tutte le sfumature delle emozioni: per me non esiste solo bianco e nero. Amo mangiare, quando mangio entro in estasi e non scherzo, faccio solo “Mmh”, non sento e non parlo. Non amo chi mostra troppo di sé. Poi io come faccio a scoprire? Non me la raccontano giusta. E direi che può bastare».

Quando è iniziata la tua trasformazione in Momusso?

«Era un periodo molto triste e l’ho voluto convertire in un progetto. Mi mancava qualcosa e forse ancora non so cosa. Forse non l’ho ancora trovato, ciò che mi mancava. Momusso si può definire un viaggio alla ricerca di ciò che mi è sempre mancato. Ero in università, durante la lezione di Diritto e scarabocchiavo su un quaderno il mio logo. A quel punto mi è sembrato tutto molto chiaro e ho iniziato a disegnare».


Non smetto mai di giocare, con le parole, con il disegno. Attraverso il gioco si ha un apprendimento più attivo, creativo e libero.


Perché la volpe come simbolo?

«La volpe è stato il primo animale usato per veicolare e pubblicizzare – pensa un po’ – delle vernici, perché ha le zampate nere. Adorabile. Da piccola ne ho incontrata una per strada in campagna dei miei nonni a Ostuni. Mi guardava fissa negli occhi, non aveva paura».

L’esperienza che ti ha forgiato?

«Conoscere Carlo Rambaldi. Ero piccina, ma mi incantavo quando parlava del suo E.T.. Era innamorato e pensavo che anche io da grande avrei voluto amare qualcosa così tanto. Era una persona misteriosa, nel senso che in lui c’era una sorta di magia».

C’è un’artista al quale ti ispiri?

«Bruno Munari. Una delle sue ricerche si basava sullo sviluppo della creatività e della fantasia nell’infanzia attraverso il gioco. Per questo non smetto mai di giocare, con le parole, con il disegno. Attraverso il gioco si ha un apprendimento più attivo, creativo e libero».

In foto, il libro Vocabolario Sentimentale (Giunti), di Momusso

In foto, il libro Vocabolario Sentimentale (Giunti), di Momusso

Cosa rappresenta il Vocabolario Sentimentale?

«Un viaggio per capirmi meglio, conoscere ciò che provo e che sono; per capirti meglio. Innescare così empatia attraverso il gioco di unire diverse parole insieme».

Come nasce l’intuizione di unire due parole per creare un neologismo?

«Ero insieme alla mia amica Silvia, una sera d’estate. Parlavamo di come fossero strane le parole, portatrici di un’infinità di significati, a volte così antiche, mentre le nostre emozioni sono sempre più particolari e dinamiche. Ci evolviamo, ma non abbiamo tenuto conto delle emozioni e del tempo che intercorre tra l’una e l’altra. Non abbiamo il tempo fisico per poter assimilare un’emozione e renderla azione. Così, ci siamo divertite a crearne di nuove.

«Sin da piccola ho subìto un “eccesso di parola” con atti di bullismo. Crescendo ho notato come le parole, a volte, fossero così pesanti da non poter essere pronunciate. Questa mancanza speciale di parola mi ha spinta a scrivere il Vocabolario Sentimentale».


Siamo connessi da qualcosa di primordiale. Quando comunichiamo tra noi si apre un territorio sconfinato di esperienze, emozioni e visioni.


Gli strumenti con cui realizzi le tue illustrazioni?

«Illustrator, Photoshop e una tavoletta grafica».

Da cosa prendi ispirazione per coniare nuovi termini?

«Dal suono delle parole. Una volta che oltre a pronunciarle le scrivevo, notavo come il bianco del foglio navigasse intorno a loro creando ritmo visivo. Il bianco non è vuoto. Il bianco è tutto».

È vero che in fase creativa ascolti sempre la musica?

«Sì, sempre. Perennemente, anche ora mentre ti rispondo. Le parole e il disegno escono più coerenti con ciò che provo se ascolto musica. Aiuta a mettermi in contatto con me stessa».

Canzone che ti ispira di più?

«Slowdive, When the Sun Hits».

Il neologismo «divanizia», illustrato da Momusso in Vocabolario sentimentale (Giunti)

Il neologismo «divanizia», illustrato da Momusso in Vocabolario sentimentale (Giunti)

Come alimenti la tua creatività?

«Parlando con le persone. Siamo connessi da qualcosa di primordiale, che è scritto nel nostro Dna. Quando comunichiamo tra noi si apre un territorio sconfinato di esperienze, emozioni e visioni».

Quali sono le emozioni protagoniste dei tuoi lavori?

«Parlo molto di amore, non solo tra due persone ma anche come sentimento che cambia il mondo, e della mancanza, che ci attiva verso la soluzione, e tante altre. Si contaminano tra di loro, quindi non saprei nemmeno contarle».

Pensi che tutti i sentimenti debbano essere necessariamente spiegati e raffigurati?

«No e ci tengo a precisarlo. Il silenzio a volte è più esplicativo di tante parole. Si ha una comunicazione ad altri livelli, più spirituali, di presenza fisica, energia o semplicemente non si vuole definire con qualcosa di “mortale” qualcosa che non ha confini. Le chiamo “parafone”, cioè quelle parole non hanno suono perché è giusto così».

Il vocabolo che ti rappresenta?

«“Momentarsi”. Prendersi un momento per sé: davanti a un quadro, in treno, di fronte a qualcuno; ammirare un tramonto, in silenzio. Perdersi in quel momento».


Sono vorace: di emozioni, di stimoli, di comunicazione. Di tutto.


Hai raccontato che alcune persone si sono tatuate le tue illustrazioni. Che effetto fa?

«Assurdo. Sapere di essere sulla pelle di qualcuno, che mi avrà in qualche modo per sempre con sé, è qualcosa di potente».

Come stai vivendo questi giorni difficili?

«Cerco di assecondarmi, se voglio fare una cosa mi metto a farla e, se non voglio, non la faccio. Ho trovato una sorta di equilibrio psicofisico. Sarà forse un problema tornare come prima, ma ci proverò. Sento che è cambiato qualcosa in me».

Su Instagram hai un grandissimo successo. Quanto è stato importante per te questo social?

«Molto. Si è venuta a creare una situazione spontanea di condivisione, si è creato affetto. I social sono un mezzo potentissimo e, se usati con criterio e con un scopo preciso, si possono fare grandi cose: avvicinarsi alla gente, sentirsi meno soli, divulgare messaggi importanti e sensibilizzare le persone».

Cosa vuol dire il «Quanno pozzo, m’appallozzo. Spesso pozzo» che si legge sul tuo account?

«Quando posso mangio tanto e spesso posso. Un detto ternano che rende l’idea di come sono. Vorace, di emozioni, di stimoli, di comunicazione. Di tutto».

In foto, il libro Vocabolario sentimentale (Giunti), di Momusso, aperto alle pagine dedicate al neologismo «pensola»

In foto, il libro Vocabolario sentimentale (Giunti), di Momusso, aperto alle pagine dedicate al neologismo «pensola»

Nel 2016 sognavi di riuscire a conquistare la libertà per poter essere te stessa. Ci sei riuscita?

«Sì per ora, ma già domani sarà diverso. Devo correre insieme a me se voglio essere libera».

Il tuo motto nella vita?

«Sogna in grande, poi farai sempre in tempo a modellare. Sempre se lo vorrai».

Ci regali una parola coniata al volo?

«“Sollensiero”: sollevare un pensiero pesante scrivendo, disegnando, svolgendo un’attività che ti solleva dal tuo stato».

Quale sarà il tuo prossimo progetto?

«Ne ho tanti e per ora non dico nulla. Ma ho un desiderio fortissimo: continuare a scrivere».

About author

Francesca Garofalo

Francesca Garofalo

Amo scrivere perché ho l'opportunità di mettere su un foglio bianco le mie dita, le mie idee, le mie emozioni, un desiderio irrefrenabile di dire la verità, irriverenza, ironia. Non sarà molto, ma quando ami qualcosa alla follia non resta che perseverare.

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