No, forse non #andràtuttobene

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Sono mesi che ci ripetiamo #andràtuttobene e che ci chiediamo se questa pandemia ci ha reso migliori. Ma è davvero cambiato qualcosa in noi?

Sono mesi che ci ripetiamo #andràtuttobene e che ci chiediamo se questa pandemia ci ha reso migliori. Ma è davvero cambiato qualcosa in noi?

#andràtuttobene è l’hashtag più famoso e ricorrente di questo periodo segnato da una quarantena forzata a causa dalla pandemia da Coronavirus (Covid-19). Questo avvenimento ci ha messi tutti davanti a un nemico più grande di noi, un nemico invisibile che ci rende ancora più spaventati, allarmati e incerti sul futuro.

È inutile negarlo, tutti siamo stati toccati da questa pandemia: c’è chi ha perso un caro, chi ha perso il lavoro, chi un lavoro ce l’ha ancora ma non sa come portarlo avanti. C’è chi è rimasto chiuso in casa e si è perso e chi invece ha lottato in prima linea contro questo nemico invisibile. I nostri politici, coloro che hanno avuto il compito di gestire questa emergenza sanitaria, si sono trovati davanti qualcosa di più grande di loro che non sapevano come affrontare e hanno provato a governare nel modo che ritenevano opportuno tra critiche, incertezza, e migliaia di vittime.


Era bello cantare dai balconi e applaudire ai medici e agli infermieri. Era rincuorante cantare Bella ciao e l’inno nazionale insieme al vicinato. Ma nulla è cambiato.


In molti si sono chiesti se questo periodo ci avrebbe trasformati magicamente in persone migliori, se usciti da questa quarantena saremmo stati più responsabili e rispettosi verso gli altri e verso l’ambiente che ci circonda, persino più empatici, magari. Nonostante il Coronavirus ci accompagnerà ancora per molto tempo – e quindi lungi da me affermare che l’emergenza sia finita – sento che la risposta al «Saremo persone migliori una volta finito tutto?» sia semplicemente no.

No, perché era bello cantare dai balconi e applaudire ai medici e agli infermieri. Era rincuorante cantare Bella ciao e l’inno nazionale insieme al vicinato. Ma nulla è cambiato.

Il ritorno di Silvia Romano e le reazioni degli italiani

Silvia Romano dopo essere scesa dall'aereo che l'ha riportata in Italia. Foto di Fabio Frustaci, dall'ANSA

Silvia Romano dopo essere scesa dall’aereo che l’ha riportata in Italia. Foto di Fabio Frustaci, dall’ANSA

Il 9 maggio – come sappiamo tutti – è stata liberata Silvia Romano, cooperante milanese rapita in Kenya alla fine del 2018. È tornata a casa dai suoi cari dopo quasi due anni di prigionia. Una ragazza giovane, una concittadina, una risorsa per il nostro Stato che ha deciso di prestare servizio di volontariato in un Paese molto più in difficoltà dell’Italia è tornata a casa. Silvia è scesa dall’aereo atterrato a Roma con una veste tipicamente islamica e, ore dopo, ha dichiarato di essersi convertita spontaneamente alla religione islamica, senza forzature né costrizioni.

Ovviamente sul web si sono scatenate le polemiche più agghiaccianti: la sua colpa è stata quella di essere tornata grazie al pagamento di un riscatto e di essersi convertita spontaneamente all’Islam. L’italiano medio si è indignato alla notizia del pagamento per liberare una giovanissima dalle mani di terroristi, perché quei soldi finanzieranno sicuramente il terrorismo stesso; l’italiano medio si è infuriato perché Silvia è tornata con il capo coperto, dicendo di avere un nuovo nome – Aisha – e di essere diventata islamica. Imperdonabile, insomma. È impensabile riuscire ad accantonare qualsivoglia giudizio becero per concentrarsi empaticamente sul fatto che una ragazza di venticinque anni, dopo diciotto mesi di prigionia, sia tornata dai suoi cari libera, viva e sorridente.


Il deputato della Lega Alessandro Pagano ha definito Silvia Romano una ‘Neoterrorista islamica’. Non un leone da tastiera: un membro della Camera, eletto dal popolo e con uno stipendio pagato dallo Stato.


Vorrei poter dire che questi commenti siano circoscritti all’italiano medio, al classico leone da tastiera, agli odiatori del web, ai criminali – perché è questo che sono – che hanno avuto il coraggio di lanciare delle bottiglie alla finestra dell’appartamento di Silvia a Milano. Invece no. Il deputato della Lega Alessandro Pagano ha definito Silvia Romano una «Neoterrorista islamica». Non un leone da tastiera: un membro della Camera, eletto dal popolo (noi) e – se vogliamo dirla tutta – con uno stipendio pagato dallo Stato (ancora noi).

Per non parlare dell’intervento dell’ex Movimento 5 Stelle Sara Cunial alla Camera, nel quale definisce il nostro Presidente della Repubblica «La vera epidemia culturale di questo Paese». Riferirsi al Presidente della Repubblica in questo modo è vilipendio al Capo dello Stato, ed è considerato reato. Ricordiamoci che il Capo dello Stato in questione è Sergio Mattarella, un uomo che è garante della democrazia e del rispetto della divisione dei poteri, un uomo che ha vissuto l’orrore della mafia e la combatte da una vita. Quindi no, non credo che andrà tutto bene, sparito il Coronavirus.

Regolarizzazione dei migranti: non siamo più empatici

In foto, la Ministra per le Politiche Agricole Teresa Bellanova si commuove durante l'annunciazione delle nuove norme sulla regolarizzazione dei migranti

In foto, la Ministra per le Politiche Agricole Teresa Bellanova si commuove durante l’annunciazione delle nuove norme sulla regolarizzazione dei migranti

Non andrà tutto bene anche per un altro avvenimento degli ultimi giorni: l’intesa raggiunta dal governo per quanto riguarda la regolarizzazione dei migranti, un tema caro alla Ministra delle Politiche Agricole Teresa Bellanova, da sempre in prima linea nella lotta per «rendere visibili gli invisibili». Ovviamente questo ha scatenato una pioggia di polemiche (indipendentemente dal partito di appartenenza), perché qui in Italia regolarizzare un migrante che lavora non è visto di buon occhio.

Stiamo parlando di lavoratori come colf, badanti, braccianti, schiavizzati da un sistema osceno come il caporalato, che lavorano nei campi in condizioni pessime per una paga misera. Forse questo è difficile da capire, perché ci si concentra sulla parola «migrante» e non su «regolarizzazione». Mettere in regola una persona che lavora vuol dire renderla visibile allo Stato, vuol dire che questa pagherà dei contributi, delle tasse, come tutti noi. Significa, banalmente, più risorse, più soldi. Ora, le lacrime di una donna – la Bellanova – che ha raggiunto un piccolo grande obiettivo per cui si batte da una vita sono viste come «lacrime di coccodrillo», come qualcosa di negativo.

Quindi no, non andrà tutto bene finché non saremo capaci di aprire gli occhi e di riconoscere quali sono le cose veramente importanti. Andrà tutto bene quando impareremo che non bisogna essere uniti solo quando un nemico invisibile ci rende tutti apparentemente uguali.

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Eleonora Pasetti

Eleonora Pasetti

Classe '96, laureata in Comunicazione ed iscritta alla specialistica in Scienze Politiche e di Governo. La politica non piace quasi a nessuno, ma a me sì. Penso sia importante sapere cosa succede intorno a noi, e capire che ogni azione ha una sua conseguenza: scrivo principalmente di questo.

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