La quarantena vissuta da chi soffre di un disturbo d'ansia

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Il 9 marzo è stato proclamato il lockdown in tutta Italia a causa del Covid-19. Come sta affrontando questo periodo chi soffre d'ansia? Foto di engin akyurt su Unsplash

Il 9 marzo è stato proclamato il lockdown in tutta Italia a causa del Covid-19. Come sta affrontando questo periodo chi soffre d’ansia? Foto di engin akyurt su Unsplash

Il 9 marzo 2020 è stato proclamato il lockdown in tutta Italia: persone che correvano dalle 7:00 del mattina alle 18:00 di sera si sono ritrovate chiuse in gabbie lente e perfette, cercando di ritrovare una normalità che, per le prime settimane, sembrava utopica. Adesso, dopo due mesi, moltissimi italiani hanno creato una loro nuova normalità, una routine più lenta e, sicuramente, molto diversa da quella precedente. Io stessa, tra lezioni online, studio, allenamento (che forse darà i suoi frutti più o meno alla fine di questa quarantena) e la scoperta di una passione per la cucina, ho trovato una mia routine. Ma mi sono chiesta: come vivere questo tempo sospeso quando la tua mente non funziona proprio come le altre? Come si affronta la quarantena con un disturbo d’ansia?

Per questo ho contattato una mia amica, Olivia (nome fittizio), a cui è stato diagnosticato un disturbo d’ansia all’età di quattordici anni, chiedendo semplicemente come stava e come stesse affrontando questo periodo. Le parole che leggerete sono tratte da un lungo messaggio che mi ha mandato un paio di giorni fa e che mi ha colpito così tanto da decidere di non lasciarlo lì, insieme a tutti gli altri messaggi, senza prestargli la giusta attenzione.

Quando tutto si fa buio

Immaginate di vivere in un periodo storico in cui tutto ciò che, all'esterno di te, pensavi di poter gestire adesso sembra confuso, imprevedibile e senza controllo: esattamente come ciò che vivi, dentro di te, ogni giorno. Foto di Jordan Bauer su Unsplash

Immaginate di vivere in un periodo storico in cui tutto ciò che, all’esterno di te, pensavi di poter gestire adesso sembra confuso, imprevedibile e senza controllo: esattamente come ciò che vivi, dentro di te, ogni giorno. Foto di Jordan Bauer su Unsplash

Olivia soffre di un disturbo d’ansia che le provoca forti attacchi di panico, crisi di pianto e lievi problemi di natura cardiaca. Ma il problema principale è lo stato mentale che attraversa durante le sue «ricadute»: tutto sembra nero, tutto sembra sbagliato, tutto sembra lontano e confuso. Ecco, immaginate di vivere in un periodo storico in cui tutto ciò che, all’esterno di te, pensavi di poter gestire adesso sembra confuso, imprevedibile e senza controllo: esattamente come ciò che vivi, dentro di te, ogni giorno.

Prima di condividere questo messaggio ho chiesto a Olivia se fosse d’accordo. Era felicissima di poter essere d’aiuto e contribuire a far presente la differenza tra l’avere paura di un esame – o di un interrogazione, o parlare con uno sconosciuto – e soffrire di un disturbo d’ansia.

Piccola premessa: io non sono una psicologa né un medico e neanche la mia amica Olivia lo è. Non parliamo di tutti i disturbi d’ansia e di come questi influiscono sugli individui, né vogliamo minimamente sostituirci agli esperti. Olivia mi ha solo raccontato la sua esperienza, il suo caso individuale e i suoi sintomi specifici e questo mi è servito da spunto per analizzare (dal mio punto di vista) la situazione mediatica italiana in tema di disturbi mentali.

Io lo so. La mia mente lo sa. Il mio spettro non lo sa

Iniziai a piangere senza fermarmi. Passai la notte insonne e le successive due ci fu una situazione simile. Foto di Claudia Wolff su Unsplash

Iniziai a piangere senza fermarmi. Passai la notte insonne e le successive due ci fu una situazione simile. Foto di Claudia Wolff su Unsplashseguivo 

«Quando hanno detto per la prima volta che ci sarebbe stato questo lockdown ero felice: potevo stare a casa, comodamente in pigiama, senza pressioni, senza continui spostamenti per andare da un posto all’altro e senza l’impellente rapporto con le responsabilità, principalmente. Non avevo considerato un piccolo dettaglio che avrei scoperto appena una settimana dopo.

«Dalla fine del liceo, dopo la terapia, i miei attacchi di panico erano stati sporadici e le mie ricadute saltuarie. La psicologa mi aveva avvisato che in forti momenti di stress – come poteva essere una consegna di un progetto o un particolare periodo con problemi di natura sociale – era normale imbattersi in una crisi o in un aumento dei sintomi che, durante gli anni, avevo imparato a gestire. Non ho mai preso farmaci, di alcun tipo: la mia terapia non li includeva, non ne avevo bisogno secondo la mia psicologa e, a dire il vero, neanche io ho mai pensato di volere qualcosa di chimico nel mio corpo che aiutasse a calmarmi. Ti confesso, però, che in queste settimane ho avuto il desiderio di qualcosa che mi calmasse, che mi buttasse in uno stato quasi vegetativo pur di non sentire tutto quell’insieme di pensieri che fluiva nella mia testa. Questo bisogno è stato il mio primo campanello di allarme: non mi ero più sentita così dalla fine del liceo.

«La prima settimana è andata bene: l’eccitazione delle lezioni online, il potere delle videochiamate che ti permettono di stare vicino alle persone che sono chiuse nelle loro case come te, l’avere tutta la famiglia a casa e poter pranzare tutti insieme. La seconda settimana iniziai a sentirmi peggio. Alzarmi dal letto risultava difficile, sentire continuamente quei numeri salire e i miei genitori sempre più spaventati da questa emergenza ha sviluppato in me un aumento dell’ipocondria (sintomo del disturbo che mi aveva più volte portato alle ricadute). Poi ci fu la prima crisi. Una notte non riuscivo a dormire, sentivo il mio battito aumentare a dismisura senza riuscire a calmarlo, sentii la testa esplodere per tutti i pensieri che correvano da un lato all’altro del mio cervello. Iniziai a piangere senza fermarmi. Passai la notte insonne e le successive due ci fu una situazione simile».


Seguivo la mia routine senza interruzioni e senza fare davvero bene le cose che affrontavo. Non potevo uscire, non potevo staccare la testa: ero chiusa in gabbia con una pandemia e tutto quello che cercavo di rattoppare dentro di me crollava più di prima.


«Più volte si è parlato della lentezza di questa quarantena ed è vero, il tempo sembra scorrere più lentamente. Ma come si fa quando i tuoi pensieri scorrono a una velocità quasi quintuplicata rispetto al tempo che vivono tutti gli altri? Come si fa quando provi a pensare a qualcosa di positivo e non vedi nulla nel tuo cervello? Continui a vedere numeri che si alzano, curve in impennata verso l’alto, persone che muoiono senza sosta, mascherine, lacrime e rabbia. Mi vergognavo a parlarne con chiunque. Cercavo di nasconderlo ai miei familiari, così tanto fieri di me per aver passato ormai quasi cinque anni senza ricadute tragiche, ma risultava difficile stando tutto il giorno tutti a casa. Quando però ho deciso di rinunciare a un esame online loro si sono insospettiti e mi hanno chiesto se avessi avuto qualche ricaduta e se fossi stata male in quei giorni. Mi sentì di nuovo una quattordicenne che lotta contro tutti – soprattutto contro se stessa. Mentii, dissi che semplicemente non ero preparata. Quello mi fece crollare ancora.

«Dormivo poche ore a notte. Per una settimana smisi di bere caffè per evitare che la tachicardia prendesse totalmente il controllo. Seguivo la mia routine senza interruzioni e senza fare davvero bene le cose che affrontavo. Non potevo uscire, non potevo staccare la testa: ero chiusa in gabbia con una pandemia e tutto quello che cercavo di rattoppare dentro di me crollava più di prima».

Non sono una virologa ma so che difficilmente, con il mio quadro clinico e soprattutto alla mia età, il Coronavirus porta alla morte. Io lo so. La mia mente lo sa. Il mio spettro non lo sa. Foto di Ben Blennerhassett su Unsplash

Non sono una virologa ma so che difficilmente, con il mio quadro clinico e soprattutto alla mia età, il Coronavirus porta alla morte. Io lo so. La mia mente lo sa. Il mio spettro non lo sa. Foto di Ben Blennerhassett su Unsplash

«Quando dico di avere un disturbo d’ansia tutti mi rispondono: “Sì, anche io, quando ho un esame vomito sempre prima!” o cose del genere e io annuisco educatamente. Vorrei urlare a tutti che non è questo. Che non è avere paura di un singolo evento o di quelli correlati a esso, quello è umano. Quello che provo io è qualcosa di più subdolo, è qualcosa che difficilmente si può controllare, è qualcosa che ti risucchia tutte le energie e che ti urla “fallimento”. Questo spettro che urla lo ritrovi in ogni cosa che fai: nello studio, nel cibo, nei rapporti umani, si attacca a qualunque cosa. In questo momento però si aggiunge qualcosa: la paura di contrarre il virus. Non sono una virologa ma so che difficilmente, con il mio quadro clinico e soprattutto alla mia età, il Coronavirus porta alla morte. Io lo so. La mia mente lo sa. Il mio spettro non lo sa.

«Passate due settimane di notti insonni e crisi di pianto notturne, il problema sembrò attenuarsi. Ho la fortuna di avere persone accanto che sanno come gestire le mie crisi, che sanno cosa chiedermi e cosa non chiedermi, cosa fare quando sto male e, fortunatamente, non ho avuto il bisogno di chiedere l’aiuto degli esperti. Mi sono convinta che avrei potuto riprendere il controllo dei disturbi e di me stessa, anche stando a casa, anche senza vedere gli amici per tirarmi su di morale, anche senza uscire. La ripresa è stata lenta e ho avuto diverse crisi nei giorni a venire, ma dopo il primo mese di quarantena le mie crisi hanno iniziato a perdere intensità. Ho sentito di poter riprendere il controllo del mio umore e delle mie emozioni in pochi giorni. Rimaneva solo un piccolo passo da fare: riuscire a uscire di casa».


Ero entusiasta, perché avevo capito di poter tornare alla normalità, non a quella a cui ero abituata ma una nuova normalità.


«Per due mesi non ne ho avuto fortunatamente il bisogno, mio padre faceva la spesa e nessuno altro impegno era così importante da farmi varcare la soglia di casa. I miei decisero però che non potevo andare avanti così e quindi senza avvisarmi di nulla – perché sapevano che avrebbe potuto provocarmi crisi di qualche tipo – un paio di giorni fa, a quasi due mesi dalla chiusura di tutto, mi hanno detto: “Oggi devi andare a prendere una cosa”. Il buio, per un attimo non ho più sentito il mio battito. Ma, dopo quell’istante, non ho perso un secondo: mi sono sistemata, prima di cambiare idea, e dopo aver infilato guanti e mascherina sono uscita, dopo quasi sessanta giorni, dal mio portone.

«Il mio viaggio sarà durato una quindicina di minuti ma, ti giuro, non ero mai stata così felice. C’era una bellissima giornata e sono riuscita anche a comprare quello che i miei avevano chiesto senza grande fatica. Ero entusiasta, perché avevo capito di poter tornare alla normalità. Non a quella a cui ero abituata, ma una nuova normalità. Probabilmente non andrà sempre bene: sono sicura che questo ambiente chiuso mi provochi più stress e che la pandemia globale lo provochi a tutti, quindi non sono nessuno per non soccombere a quest’ansia perenne. Ma ho superato una delle più grandi ricadute da cinque anni a questa parte, ormai sento di poter fare tutto».

Ogni ansia ha la sua fine

Se fossi stata lontano da casa, in una zona maggiormente colpita dal virus, se fossi stata costretta a uscire di casa per lavoro: tutti questi fattori avrebbero influito negativamente. Foto di Claudio Schwarz (@purzlbaum) su Unsplash

Se fossi stata lontano da casa, in una zona maggiormente colpita dal virus, se fossi stata costretta a uscire di casa per lavoro: tutti questi fattori avrebbero influito negativamente. Foto di Claudio Schwarz (@purzlbaum) su Unsplash

A questo messaggio, dopo un lungo momento di pianto e riflessione sulla mia vita (su quanto sono fortunata e altri pensieri che non vi sto qui a elencare), ho risposto con una nota vocale in cui spiegavo quanto mi avevano colpito le sue parole e che mi sarebbe piaciuto scrivere un articolo su come combattere l’ansia in quarantena.

«Sono molto felice di aiutarti, ma non posso darti nessun consiglio pratico. Ogni persona è diversa, ogni disturbo è diverso e ogni sintomo si manifesta in maniera differente anche in base all’età, alla condizione sociale e familiare. Probabilmente, se avessi avuto attorno persone incuranti del mio disturbo, sarebbe stato più complicato gestirlo e quindi sarebbe aumentato di intensità. Se fossi stata lontano da casa, in una zona maggiormente colpita dal virus, se fossi stata costretta a uscire di casa per lavoro: tutti questi fattori avrebbero influito negativamente. Nella mia condizione sono stata davvero fortunata, ma potrebbero esserci persone meno fortunate di me».


Non importa quanto tempo impiega la crisi a finire, finirà. Non importa quanto pensi che durerà questo momento, finirà.


«Io ho provato qualunque cosa scritta negli articoli di self-help: la meditazione, gli esercizi di respirazione, l’isolamento digitale, l’allenarsi ogni giorno, il mangiare sano e cucinare i propri pasti. Posso dirti che tutto funziona alla perfezione e tutto finisce presto? No, non sarei realistica.

«La respirazione aiuta, ma per quanto mi riguarda anche vedere video stupidi mi rilassa, perché interrompe per un po’ il flusso dei miei pensieri. Cucinare mi rilassa molto, ma quando non ho energie neanche per alzarmi dal letto risulta complicato misurare ogni singolo ingrediente per fare una torta. Ogni crisi è diversa dall’altra: a volte ho voglia di parlare e sfogarmi, a volte riesco a rispondere a malapena con monosillabi, a volte sono completamente senza energie tanto da non poter lasciare il letto, a volte ne ho poche e a volte ne ho così tante da non sapere come incanalarle. Se dovessi dare un consiglio, magari poco pratico ma secondo me utile, potrebbe essere questo: convincersi che tutto passa. Non importa quanto tempo impiega la crisi a finire, finirà. Non importa quanto pensi che durerà questo momento, finirà. Non importa quanto pensi di essere sbagliata, prima o poi non lo penserai più».

Salute mentale all’ultimo posto tra gli interessi dei media

Quando si parla del coronavirus, i media preferiscono parlare di politica piuttosto che di salute mentale. Foto di Charles Deluvio su Unsplash

Quando si parla del coronavirus, i media preferiscono parlare di politica piuttosto che di salute mentale. Foto di Charles Deluvio su Unsplash

Dopo questa conversazione, ho fatto più attenzione a come questo problema venga trattato dai media e mi sono resa conto di come questo tipo di disturbi siano messi da parte e di come avere un disturbo d’ansia, per esempio, risulti un fattore discriminante all’interno della società italiana. Nella nostra conversazione, Olivia mi ha detto che alcune ragazze che conosce hanno accusato i suoi stessi problemi durante la quarantena e ha sottolineato come questo stare lontani peggiori lo stress (principale causa della manifestazioni dei sintomi simili a quelli della mia amica). Non sappiamo se tutte le persone con cui Olivia ha parlato durante la vita «normale» soffrano nello stesso modo e nella stessa intensità di questi disturbi, ma sicuramente questa quarantena ha fatto peggiorare la salute mentale degli italiani. Ma nessuno ne parla, a quanto pare.

Le Università dell’Aquila e di Roma Tor Vergata e il progetto Territori aperti (centro di documentazione, formazione e ricerca per la ricostruzione e la ripresa dei territori colpiti da calamità) stanno conducendo uno studio per valutare gli effetti psicologici dell’emergenza CoVid-19:

Degli intervistati, 6.604 (37%) hanno detto di aver accusato di sintomi del disturbo da stress post-traumatico, 3.084 (17,3%) manifestano depressione, 3.700 (20,8%) ansia, 1.301 (7,3%) insonnia, 3.895 (21,8%) fanno i conti con uno stress percepito elevato e 4.092 ( 22,9%) lamentano un disturbo dell’adattamento. Tutte queste spie di malessere psicologico sono più diffuse fra le donne, in particolare fra le più giovani. Abbiamo riscontrato alti tassi di effetti negativi sulla salute mentale nella popolazione generale italiana nelle tre settimane di misure restrittive e diversi fattori di rischio correlati a CoVid-19. Questi risultati meritano un ulteriore monitoraggio della salute mentale della popolazione italiana.Adnkronos

Ho fatto una banalissima ricerca, che vi invito a ripetere, per capire quanto i media (soprattutto italiani) mettano all’ultimo posto la salute mentale:

  • Se cercate su Google le parole chiave «quarantena» e «ansia», il motore di ricerca vi proporrà 2.270.000 risultati;
  • Se cercate su Google le parole chiave «quarantena» e «depressione» il motore di ricerca vi proporrà solamente 485.000 risultati;
  • Se cercate su Google le parole chiave «quarantena» e «economia» il motore di ricerca vi proporrà 31.300.000 risultati.

Come potete notare, c’è una particolare differenza di interesse da parte dei principali media online – per non parlare di quelli televisivi –, che preferiscono parlare di politica piuttosto che della salute mentale degli italiani.

Quello che posso consigliare io, avendo persone vicine che soffrono d’ansia, è di non avere paura di chiedere aiuto. Nessuno deve essere discriminato perché soffre di un disturbo mentale, di qualunque tipo più o meno grave.

Fortunatamente l’Italia mette a disposizione numeri gratuiti per il sostegno psicologico tramite i canali ufficiali: dal 27 aprile è operativo il numero verde di supporto psicologico 800.833.833, attivato dal Ministero della Salute e dalla Protezione Civile. Moltissime università offrono counseling psicologico, anche questo gratuito, via Skype (o simili) e anche associazioni come Save the Children mettono a disposizioni strumenti di aiuto per i più piccoli, che non sono immuni a questo tipo di disturbo.

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Giulia Paternò

Giulia Paternò

Cresciuta in un piccolo paesino ai piedi del grande monte Etna da sempre sogno di fuggire via in un posto dove poter esprimere tutta me stessa e le mie passioni. Studentessa universitaria, fiera di far parte del 10% delle studentesse di informatica, lettrice accanita e divoratrice di film e serie tv, sostenitrice della parità dei sessi e dei diritti uguali per tutti.

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