A che punto siamo con Telegram e revenge porn, secondo Avvocathy

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La condivisione di materiale pornografico su Telegram è un vero e proprio business protetto dall'anonimato che spesso sfocia in commenti violenti e infamatori. Foto di Christian Wiediger su Unsplash

La condivisione di materiale pornografico su Telegram è un vero e proprio business protetto dall’anonimato che spesso sfocia in commenti violenti e infamatori. Foto di Christian Wiediger su Unsplash

È passata qualche settimana da quando si è ricominciato a parlare di Telegram e di revenge porn. A chi non ne avesse mai sentito parlare, consigliamo la lettura di due articoli comparsi su Wired, firmati da Simone Fontana il 3 aprile e il 9 aprile. In sintesi, ci sono una rete di gruppi e canali Telegram che diffondono materiale pornografico e pedopornografico senza consenso, condividendo messaggi ricevuti da amiche ed ex o semplicemente rubati da utenti social ignare. Nei casi peggiori addirittura figlie o sorelle, spesso bambine, la cui intimità viene venduta in cambio di altro. Un vero e proprio business che conta decine di migliaia di utenti protetti dall’anonimato, che si scambiano foto e video come fossero figurine, le valutano in base all’età del soggetto, al tipo di contenuto e alla quantità, invitando spesso a esprimere commenti violenti e infamatori verso la persona coinvolta.

Non c’è da sorprendersi che, a seguito degli articoli sopracitati, sia partita una mobilitazione che ha visto protagonisti non solo personaggi del mondo dello spettacolo, ma anche migliaia di utenti pronti a segnalare in massa questi gruppi. Certo, per qualche ragione la stampa quotidiana non ha ritenuto necessario interessarsi alla faccenda. Ma c’è chi ha deciso di prendersene carico a livello legale, collezionando testimonianze e denunciando i diretti responsabili alle autorità competenti. Ho chiesto a una di queste persone, l’avvocata e attivista Cathy La Torre, a che punto siamo ora che la discussione sui social si è spenta.


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Un post condiviso da Cathy La Torre (@avvocathy) in data:

È passata qualche settimana da quando ti sei presa carico di portare in tribunale la storia di queste ragazze. A che punto ci troviamo?

«Abbiamo allertato le forze dell’ordine, collazionato migliaia di allegati per l’esposto e abbiamo continuato a collazionare altre prove che integreremo di settimana in settimana finché ce ne arriveranno. In settimana (risposta del 5 maggio, ndr) sono, inoltre, stati già indagati gli amministratori di tre dei gruppi più “popolati”, sia di materiale che di partecipanti».

Penso sia importante stabilire l’ordine di grandezza di questo problema. Puoi darci dei numeri che rendano l’idea? Per esempio, quante persone si sono rivolte a te e da quando hai chiesto di inviarti testimonianze?

«Non sono numeri facilmente quantificabili. Ho ricevuto decine di migliaia di messaggi in pochissimi giorni e riguardavano non solo revenge porn in senso stretto – ossia la diffusione di immagini intime e a contenuto sessuale da parte di un soggetto non autorizzato – ma anche situazioni di violazione del copyright, o ancora immagini completamente neutre prese dai social di qualcuno e schiaffate in questi gruppi. Ciò che stupisce del fenomeno è che risulta davvero diversificato e coinvolge diversi possibili reati, come la diffamazione, per esempio».


Soluzioni definitive potrebbero essere il sequestro di queste banche dati a opera della polizia postale, oppure un cambiamento nella policy di Telegram.


Per combattere la costante riapertura di quei canali, che sono sempre pronti con un backup in caso di chiusura, si stanno organizzando segnalazioni di massa. Secondo te questo metodo sta funzionando?

«Questo metodo può funzionare, ma non è sicuramente sostenibile. È come cercare di tappare una falla in una nave con un pezzo di scotch: prima o poi salterà via e si ricomincerà a imbarcare acqua. Soluzioni definitive potrebbero essere, per esempio, il sequestro di queste banche dati a opera della polizia postale, oppure un cambiamento nella policy di Telegram che risulti più restrittivo sui tipi di contenuti che possono circolare».

È recente la notizia di alcuni gruppi Telegram chiusi, grazie all’intervento della procura di Bari, per violazione di copyright (in quanto diffondevano quotidiani illegalmente). Pensi che ciò potrebbe accadere anche per i canali di revenge porn e pedopornografia? Se sì, come mai non è ancora successo?

«Come dicevo il fenomeno è piuttosto variegato, basti pensare a siti come Onlyfans, su cui si possono acquistare video o immagini pornografiche o soft porno caricate da chi apre l’account verso un compenso. Se queste immagini dovessero essere messe online da un terzo, si avrebbe una perdita di possibili guadagni, derivante proprio dalla non monetizzazione di quel contenuto. Credo che questo non sia ancora accaduto perché, a differenza dei giornali, non recano spesso un watermark o dei titoli, pertanto vedendoli non è possibile ricondurli direttamente alle piattaforme da cui sono stati acquistati o rubati».

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