#SalTo EXTRA: Altre forme di vita. L'Autore Invisibile

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Per il Salone del Libro questa è stata un’edizione speciale. L’Autore Invisibile, il ciclo di incontri dedicato alla traduzione, ha compiuto vent’anni

Per il Salone del Libro questa è stata un’edizione speciale. L’Autore Invisibile, il ciclo di incontri dedicato alla traduzione, ha compiuto vent’anni

Per il Salone Internazionale del Libro questa è stata un’edizione speciale. Non solo perché è mutato in una forma virtuale, ibrida, ma anche perché L’Autore Invisibile, il ciclo di incontri dedicato alla traduzione, ha compiuto vent’anni. Un lungo arco di tempo, durante il quale sono aumentati sia gli strumenti a disposizione del traduttore che le occasioni di incontro tra colleghi.

L’Autore Invisibile nasce – come racconta Ilide Carmignani, una delle più importanti traduttrici ispaniste e ideatrice dell’iniziativa – proprio dal bisogno di fare gruppo, di creare opportunità di scambio e condivisione per questa categoria professionale spesso sminuita e dimenticata. I traduttori, spiega, rimangono «sempre chiusi nello spazio bianco tra le righe». È così che lei e una sua allieva decisero di scrivere una lettera a Ernesto Ferrero, allora direttore del Salone del Libro, nonché traduttore di Louis-Ferdinand Céline e George Perec, per avviare una collaborazione.

Perché «autore» e perché «invisibile»? Come ricorda Carmignani, i traduttori sono autori a tutti gli effetti: lavorano con il diritto d’autore e i testi che producono sono delle interpretazioni di un altro testo. Ma sono anche invisibili: hanno come obiettivo quello di offrire al lettore un testo che sia il più possibile vicino all’originale senza, per questo, riscriverlo. Riprendendo le parole di Susan Sontang, «la traduzione è il sistema circolatorio delle letterature del mondo», Carmignani sottolinea l’importanza della traduzione nell’universo letterario ed editoriale, senza la quale non potremmo – e non potrebbero all’estero – leggere i grandi capolavori della letteratura.


Oltre a essere accoglienza, la traduzione è anche un atto di amore.


«La traduzione è un’arte meticcia», prosegue, spiegando che il ciclo di eventi dell’Autore Invisibile si divide in quattro diverse aree: Lezione di accoglienza, perché – come avrebbe detto qualche ora più tardi la traduttrice germanista Anita Raja durante la lectio magistralis La traduzione come pratica dell’accoglienza – «la traduzione è un’opera di riscrittura che ha la prerogativa dell’ospitalità»; Lo scrittore e il suo doppio, occasioni di confronto tra grandi scrittori della letteratura internazionale e il loro traduttore italiano – com’è stato quest’anno per Annie Ernaux e Lorenzo Flabbi e per Ocean Vuong e Chiara Durastanti; A volte ritornano, dedicata a ritraduzioni come quella de Il signore degli anelli, di cui ha parlato Ottavio Fatica; I ferri del mestiere, per esplorare la professione del traduttore e della filiera del libro.

Oltre a essere accoglienza, però, la traduzione è anche un atto di amore verso un altro che, spesso, indossa vestiti molto diversi dai nostri. Anita Raja, sabato, ha parlato infatti di individualizzazione e disparità, perché chi traduce si trova sempre in una condizione di servizio rispetto a chi scrive: «Il traduttore deve tirarsi indietro e lasciarsi invadere dal testo di partenza, subirne l’autorità, offre il proprio linguaggio con ammirazione, con devozione».

Tradurre esperienze distanti: L’evento di Annie Ernaux e Lorenzo Flabbi

Dettaglio della copertina de L'evento, di Annie Ernaux, edito in Italia da L'Orma e tradotto da Lorenzo Flabbi

Dettaglio della copertina de L’evento, di Annie Ernaux, edito in Italia da L’Orma e tradotto da Lorenzo Flabbi

Nella giornata di venerdì Lorenzo Flabbi, traduttore ed editore della casa editrice L’Orma, ha conversato con Annie Ernaux facendo riferimento all’ostacolo del genere, ovvero di come sia difficile per un uomo rappresentare un’esperienza femminile intima come l’aborto, al centro dell’ultimo libro dell’autrice, L’evento, uscito lo scorso autunno. Flabbi ha poi descritto la scrittura dell’autrice, definendola «esatta, con un alto grado di adesione alla realtà: non le interessa la bellezza, non ha orpelli la sua scrittura. Sembra di essere davanti a una nota pura, senza armonie. Scrittura tagliente fino a essere spietata». Ha aggiunto, infine, che «un traduttore che non rende questa affilatura della sua lingua rischia di portare al lettore una lama smussata».

Tradurre voci lontane nel tempo: Tolkien e la traduzione di Ottavio Fatica

Poco prima dell’intervento di Anita Raja, invece, Loredana Lipperini, Ilide Carmignani, il presidente dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani Roberto Arduini e Ottavio Fatica, traduttore a cui è stata incaricata la nuova traduzione de Il signore degli anelli, hanno invece ragionato su ritraduzione, voci e fedeltà: quante voci ha un romanzo? Cosa significa essere fedeli a un testo, a un autore? Ma soprattutto: perché le traduzioni invecchiano?

Ogni testo è fortemente legato all’epoca in cui viene prodotto e alle rispettive influenze culturali e letterarie. Ritradurre, dunque, significa ridare vita a un libro, ampliarne le letture disponibili: la traduzione è per sua natura un testo mediato e, in quanto tale, non può che essere una sola delle interpretazioni possibili del testo di partenza. Anche Anita Raja ha evidenziato questo aspetto: «Chi traduce mette in campo tutto il proprio bagaglio di conoscenze, la propria sensibilità, ma questo bagaglio si logorerà, la lingua invecchierà. […] Forse dobbiamo concludere che la plurivocità del testo originale non si riproduce in una sola traduzione ma nell’insieme delle traduzioni, quelle precedenti e quelle che seguiranno, ed è bene e bello che sia così».

Fatica ha analizzato, poi, lo stile eterogeneo dei volumi che compongono la saga, mutato durante il tempo perché i libri sono stati scritti anche a distanza di diversi anni. Tolkien ha una voce «esageratamente arcaica, inventata», una pronuncia «rozza, antica, volutamente forte» e ricorre spesso a espressioni dell’inglese del Trecento: «Sembra di sentir parlare un elisabettiano», dice ridendo e giustificando, così, alcune delle sue scelte, come quella di mantenere gli arcaismi nei casi di «ove che sia» per whithersoever e «guidrigildo» per weregild. Riporta anche l’esempio del termine spear’s truncheon che Tolkien aveva tratto da una traduzione inglese dell’Ottocento dell’Orlando furioso di Ariosto, a conferma di quanto sosteneva Ilide Carmignani: la traduzione è un dialogo tra letterature, senza i traduttori la letteratura non circola. «Essere fedele a lui», conclude Fatica, «significa seguire anche queste cose qui».

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Giulia Di Filippo

Giulia Di Filippo

Classe ’94, Roma. Mi piacciono il viaggio, la letteratura, l'editoria, la traduzione, il buon vino e il cinema argentino. Più di tutto, mi piace lo spagnolo. Tra le altre cose, imparo come tenere in piedi una casa editrice e a ballare tango.

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