#SalToEXTRA: Altre forme di vita. La seconda giornata

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Ahdaf Soueif, Donna Haraway, Katherine Rundell e altr* autrici e autori di spicco del secondo giorno di un Salone Internazionale del Libro extra-ordinario

Ahdaf Soueif, Donna Haraway, Katherine Rundell e altr* autrici e autori di spicco del secondo giorno di un Salone Internazionale del Libro extra-ordinario

La seconda manche del #SalToEXTRA ha visto alternarsi sullo schermo della diretta streaming molti ospiti speciali: autori come André Aciman, giornalisti di portata internazionale, scienziati come Elisa Palazzi, traduttori, cantanti come Vinicio Capossela, attivisti come i giovani di Fridays for Future e tanti altri. Tutti quanti hanno concorso a formare questo secondo tassello del capolavoro di resilienza e di bellezza che il Salone Internazionale del Libro di Torino di quest’anno rappresenta: nella tempesta sanitaria, sociale e politica causata dal Coronavirus, che ha travolto il panorama internazionale in modo del tutto inaspettato, risplende il faro della divulgazione scientifica e della condivisione della cultura.

Grazie al #SalToEXTRA, che nel 2020 ha saputo reinventarsi e adattarsi completamente alle circostanze avverse, capiamo che persino in tempi difficili si possono far emergere il bello e il meglio del genere umano come l’arte, la poesia, l’incontro, il dialogo. In questo articolo abbiamo riassunto per voi i contributi principali della seconda giornata.

Democrazia, rivoluzioni e diritti al tempo del Coronavirus: uno sguardo al mondo arabo

In foto, il giornalista e scrittore algerino Adlene Meddi

In foto, il giornalista e scrittore algerino Adlene Meddi

La lotta per la democrazia non si ferma neanche con il Coronavirus. Il tema della democrazia e dei diritti umani è stato trattato al #SalToEXTRA assieme a Paola Caridi, scrittrice e giornalista, fondatrice del blog Invisible Arabs. Con lei sono stati passati in rassegna due contributi dal mondo arabo, rispettivamente di Ahdaf Soueif e di Adlene Meddi.

Ahdaf Soueif è una scrittrice e commentatrice egiziana che in questi giorni ha cercato di attirare l’attenzione del governo egiziano sulle condizioni delle carceri, ma che per la sua protesta è stata arrestata. Con il lockdown la situazione nelle carceri è peggiorata: assieme ad altre attiviste, ha chiesto il rilascio di alcuni prigionieri per evitare il sovraffollamento.

In Egitto tra i detenuti vi sono quasi 60 mila prigionieri politici e gran parte di questi sono stati rinchiusi senza processo. Con il Coronavirus le carceri sono state chiuse ai familiari dei prigionieri e le corti sono state aggiornate: in questo modo i detenuti sono stati privati del diritto legale di apparire di fronte a un giudice ogni 45 giorni. In questo modo è stata rinnovata automaticamente la custodia cautelare per più di mille detenuti, legalizzando una detenzione che di fatto è illegale. Il Coronavirus non ha fatto altro che acuire una situazione di violazione di diritti umani che dura ormai da anni.


Paola Caridi ha concluso la rassegna ricordando che in questi Paesi la presenza delle donne è molto più forte di quanto non si pensi: essa significa la rivoluzione, significa la riappropriazione dello spazio politico che è anche lo spazio delle città.


Fa seguito la testimonianza di Adlene Meddi, quarantaquattrenne giornalista e scrittore algerino. Dall’inizio della crisi sanitaria in Algeria si è assistito a due fenomeni: i manifestanti hanno deciso di non protestare più in strada e vi è stata un’ondata di arresti di militanti, attivisti e giornalisti. Le nuove autorità algerine si stanno insediando al potere. I cambiamenti nel potere politico continuano a creare tensioni interne. Nella griglia di lettura di questo potere, tutto ciò che è opposizione nella società civile non è altro che frutto del vecchio potere che ancora resiste.

Con la fine delle manifestazioni per strada a causa del Covid-19 c’è nuova pressione sul sistema e le ondate di arresti non sono altro che espressione di questa crisi transitoria del potere. È una questione di cultura dello Stato: oggi assistiamo a una democratizzazione della repressione. Il problema è che c’è una cultura di Stato paranoica, che crede che ogni opinione contraria sia fabbricata dalle lotte interne al sistema. In Algeria non c’è una visione vera e propria della società civile in quanto tale e che pensi in maniera autonoma. Il movimento popolare Hirak è ora molto meno partecipato e molto più strumentalizzato: si è indebolito e le persone sono molto pessimiste. Ma rimane la società nel suo insieme con un’identità importante, in grado di gettare i semi del cambiamento e di cittadinanza che possono crescere nella popolazione.

Paola Caridi ha concluso la rassegna ricordando che in questi Paesi la presenza delle donne è molto più forte di quanto non si pensi: essa significa la rivoluzione, significa la riappropriazione dello spazio politico che è anche lo spazio delle città. Insomma, le donne nel mondo arabo hanno già fatto la storia e continuano a farla, giorno dopo giorno.

Abbracci di parole e figure: Bernard Friot e la poesia del quotidiano

Lo scrittore Bernard Friot in una foto di Lionel Vadam per L'Est Républicain

Lo scrittore Bernard Friot in una foto di Lionel Vadam per L’Est Républicain

Tra le tante cose che a grandi e piccoli sono mancate in questi giorni di isolamento ci sono gli abbracci, che vengono posti al centro dello scambio con Bernard Friot, scrittore, poeta ed educatore francese, altro grande ospite del #SalToEXTRA.

L’abbraccio è simbolo dell’incontro e ci viene ricordato che si possono abbracciare le persone anche con le storie, con le parole e con le figure. Friot ha confessato di aver imparato ad abbracciare in Italia: «abbraccio» è una parola tipicamente italiana, mentre nella cultura francese l’abbraccio non esiste come forma di comunicazione.

Lo scrittore di libri per bambini ha sottolineato che abbiamo bisogno della generosità della rivoluzione, o di una rivoluzione della generosità, soprattutto in questi giorni: con la generosità la gente si abbraccia, anche quando non può farlo fisicamente. Negli ultimi anni, Friot ha scritto un libro in italiano, Il fiore del signor Moggi (Fatatrac, 2019): per lui scrivere in un’altra lingua è un modo diverso di raccontare, si hanno meno parole a disposizione ma si deve trovare il modo di dire il più possibile con quelle poche parole, una situazione nota anche ai bambini. Ciò può rappresentare una difficoltà, ma allo stesso tempo costituire un aiuto a concentrare la narrazione.


Scrivere storie è un modo come un altro di interpretare il mondo: ci permette di creare una relazione particolare con gli oggetti. Tramite la narrazione possiamo esplorare con la fantasia ciò che abbiamo intorno.


Secondo Friot siamo tutti poeti, tutti abbiamo un rapporto poetico con il linguaggio, anche se non ne siamo consapevoli. Nel suo libro Un anno di poesia (Lapis, 2019) ha voluto restituire questo modo di comunicare: «Ci sono alcuni poeti che confiscano la poesia, io ho cercato di ridarla ai lettori: è un modo per dare un grande significato a ogni parola, concentrando la comunicazione in poche parole. Con il mio libro ho voluto ridare poesia alla vita di ogni giorno». Scrivere storie è un modo come un altro di interpretare il mondo: ci permette di creare una relazione particolare con gli oggetti. Tramite la narrazione possiamo esplorare con la fantasia ciò che abbiamo intorno, e possiamo «dare voce tanto a un cuscino come a una sveglia».

L’intervento di Friot è stato intervallato da altri due contributi da parte di autori di libri per l’infanzia, rispettivamente Huck Scarry (figlio di Richard Scarry, autore di Sandrino e Zigo Zago) e Chen Jiang Hong, scrittore e disegnatore cinese: entrambi ci riconnettono all’importanza della sfera dei sogni e dell’immaginazione, che rendono la letteratura per l’infanzia un tesoro per tutte le età, anche e soprattutto ai tempi del Coronavirus.

Alla riscoperta delle terre selvagge per far pace con la natura

Katherine Rundell ha appena trentatré anni e ha già scritto sei romanzi per ragazzi. Al #SalToEXTRA questa incredibile scrittrice inglese ha incontrato Elisa Palazzi e Federico Taddia per dibattere insieme sull’importanza del ritorno alla natura.

Katherine ha vissuto a contatto con la natura selvaggia fin da piccola e ha potuto viaggiare e vivere tantissime avventure in giro per il mondo. Questi temi pervadono le sue storie per giovani lettori, ma la Rundell non dimentica gli adulti e ha pubblicato anche l’accattivante Perché dovresti leggere libri per ragazzi anche se sei vecchio e saggio (Rizzoli, 2020). Per lei il segreto è non perdere questo senso avventuroso man mano che si cresce e, se non si può viaggiare, si possono leggere tanti libri che parlano della natura. «Il mondo è selvaggio, enorme e colossale e noi siamo così piccoli! L’unico modo per capire cosa significa davvero essere vivi è sperimentare il mondo in cui siamo. Sono proprio i romanzi e le storie a spiegarci come funzionano i nostri cuori e i cuori degli altri. Ogni libro letto è una vita in più, cambia una persona dentro per sempre».

Rundell ha parlato anche della sua esperienza personale di lettrice: «Ho imparato che leggendo tanto si capisce molto anche della lingua. Con le lingue si possono fare tantissime cose! Una lingua non è solo una serie di regole, ma piuttosto una serie di possibilità».


Con il Coronavirus le emissioni sono calate ma non abbastanza da non fare accumulare CO₂ nell’atmosfera. Occorre ricordare che dobbiamo ridurre le emissioni del 50% in tempi brevi per essere in grado di risolvere la crisi climatica.


Al dialogo con Katherine Rundell si sono aggiunti Elisa Palazzi, climatologa e fisica dell’atmosfera, e Federico Taddia, volto noto della televisione per ragazzi. Elisa studia le montagne per capire gli effetti dei cambiamenti climatici, mentre Federico si definisce «un curioso che cerca le risposte per fare altre domande». Insieme, hanno scritto il libro per bambini Perché la Terra ha la febbre? (Editoriale scienza, 2019), un testo divulgativo per i più piccoli e non solo, dove divulgazione significa spezzettare la conoscenza in tanti mattoncini per poterla diffondere più facilmente.

La Terra ha davvero la febbre, lo dimostrano gli studi che si fanno ormai da decenni: la temperatura del pianeta è aumentata perché si è amplificato l’effetto serra, surriscaldando il pianeta e generando una serie di conseguenze a catena. Elisa ha spiegato che ciò è da imputarsi specialmente alle attività antropiche, che hanno avuto un forte impatto sul clima. «Con il Coronavirus abbiamo messo in pausa le attività antropiche e ciò ha avuto ripercussioni positive sulla natura. Tuttavia bisogna sempre ragionare in un contesto di complessità, perché non è stato tutto così positivo come sembra: le emissioni sono calate ma non abbastanza da non fare accumulare CO₂ nell’atmosfera», ha spiegato la climatologa. «Occorre ricordare che dobbiamo ridurre le emissioni del 50% in tempi brevi per essere in grado di risolvere la crisi climatica: non serve un lockdown, ma le buone politiche e le buone pratiche. Soprattutto, l’uomo non è staccato dalla natura e dagli ecosistemi, ma ne è parte. La salute di questo sistema va studiata in modo trasversale, olistico, per poter migliorare i nostri stili di vita di conseguenza».

Alla luce dei mesi di paralisi sociale ed economica causati dal Covid-19, al #SalToEXTRA tanto la letteratura quanto la scienza ci ricordano l’importanza di fare pace con la natura e di ripristinare il contatto con la nostra Madre Terra, per apportare il nostro contributo al futuro del pianeta.

André Aciman sul coraggio di chi ama e di chi scrive

Autore di Call me by your name (Guanda, 2008) e Find me (Guanda, 2019), André Aciman è un ospite di vecchia data del Salone del Libro di Torino. La passione per l’Italia di questo professore universitario statunitense emerge non solo dagli scenari dei suoi libri ma anche e soprattutto dalla sua perfetta padronanza della lingua italiana, che lascia basito chiunque lo ascolti per la prima volta. Nel suo intervento, Aciman ha risposto alle domande dei lettori sulla natura dei suoi personaggi e soprattutto dell’amore, che così magnificamente ha saputo rappresentare nei suoi libri.

Le sue storie piacciono particolarmente agli adolescenti perché sono proprio loro a essere chiamati in causa dalla voce dell’autore: «Per loro quell’amore (dei protagonisti di Call me by your name, nda) ancora non è sorto nella loro vita, è la promessa di un grande amore che ancora deve venire, il modello dell’amore che loro proveranno un giorno, abbastanza presto».

Il tema dell’amore passionale, dell’incontro dei corpi, è pregnante soprattutto in questo momento, in cui incontrarsi è diventato pericoloso. Di fronte alla domanda se possa esistere la passione senza l’amore, Aciman risponde che «esistono amori così. Le combinazioni possibili di amore sono immense e infinite. Ma amare qualcuno senza esserne ossessionati significa poco, bisogna anche pensare sempre a questa persona, volerla, e quando non si è più ossessionati l’amore non è più quello dell’inizio. Per questo motivo ho sempre cercato di indagare la natura dell’amore ossessivo. Sono stato anche io ossessionato dall’amore di Elio e Oliver e ho voluto raccontare fino in fondo la loro storia».


L’amore richiede molto coraggio: non basta solo darsi all’amore, bisogna avere il coraggio di ammettere a se stessi di amare una persona, anche senza certezze che l’altro ricambi. Bisogna poi anche accettare la possibilità di soffrire e la sofferenza non va nascosta né rifiutata.


Riguardo l’esigenza di scrivere libri, Aciman si è confessato ai suoi lettori: «Ho sempre scritto e ho sempre voluto fare lo scrittore. All’inizio non avevo il coraggio di esserlo e ho fatto altre professioni, fino ad arrivare a insegnare all’università. Lì avevo finalmente il tempo per scrivere. Mi piace scrivere, perché mi piace anche la solitudine. Stare da soli è una prerogativa dell’essere scrittore. Noi siamo fatti per essere sociali e, senza un contatto, ci sentiamo abbandonati. Lo scrittore si isola, ma ama anche essere interrotto nella sua solitudine per entrare in contatto con l’altro».

In foto, il regista Luca Guadagnino sul set di Chiamami col tuo nome, con Timothée Chalamet e Armie Hammer

In foto, il regista Luca Guadagnino sul set di Chiamami col tuo nome, film tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman, con Timothée Chalamet e Armie Hammer

Aciman ha raccontato anche gli esordi di Call me by your name, il romanzo che l’ha consacrato alla fama internazionale. «Ho iniziato questo romanzo perché volevo una casa in Italia. Immaginavo una strada coi pini attraversata da un’auto. All’inizio volevo scrivere una storia d’amore tra un ragazzo e una ragazza, ma ho capito che non potevo: volevo descrivere l’inibizione e la difficoltà nell’approccio e ciò non è più possibile oggi se si parla di una coppia etero. Quindi ho deciso di rappresentare un amore gay e la storia ha preso quella piega. Non volevo terminare questo romanzo perché non volevo entrare nei dettagli, ma alla fine ho deciso di farlo lo stesso».

Con parole semplici ma efficaci, André Aciman ha regalato agli spettatori del #SalToEXTRA la sua prospettiva sull’amore: «L’amore richiede molto coraggio: non basta solo darsi all’amore, bisogna avere il coraggio di ammettere a se stessi di amare una persona, anche senza certezze che l’altro ricambi. È una situazione molto più ambigua di quanto possa sembrare. Bisogna poi anche accettare la possibilità di soffrire e la sofferenza non va nascosta né rifiutata. La sofferenza aiuta a migliorarsi e ad arricchirsi».


Leggendo possiamo entrare in un’altra mentalità, in un’altra vita, e di vedere le cose da un punto di vista molto diverso.


Ma è possibile vivere un amore con quella passione per tutta la vita o solo nell’adolescenza? «L’amore si prova a qualsiasi età e nello stesso modo», ha spiegato Aciman. «Penso a mio padre, che a novant’anni cercava ancora l’amore in un modo che verrebbe definito adolescenziale, quasi. Una persona deve sempre avere le energie per amare! Il nostro primo amore ha tracciato il modello di tutti gli altri amori che avremo nella vita. Se l’amore è stato vero è anche incancellabile, anche quando andiamo avanti e abbiamo accanto un’altra persona: quando si ama davvero qualcuno non si dimentica, soprattutto se siamo stati cambiati, il che è inevitabile. È un punto di non ritorno, con l’amore non siamo più quelli di prima».

Aciman ha concluso il suo contributo virtuale raccontando di lettura e di lettori: «Un complimento che mi è stato fatto spesso è di aver aiutato molte persone ad avvicinarsi alla lettura. A noi esseri umani piacciono le altre vite, ci piace vivere tramite gli altri, e questo ce lo permette proprio un romanzo: leggendo possiamo entrare in un’altra mentalità, in un’altra vita, e di vedere le cose da un punto di vista molto diverso. Ecco perché i giovani non dovrebbero leggere libri scritti solo da gente giovane!».

Donna Haraway: la solidarietà tra specie per ricostruire la Terra

Dettaglio della copertina di Chthulucene: sopravvivere su un pianeta infetto (Nero editions, 2019), di Donna Haraway

Dettaglio della copertina di Chthulucene: sopravvivere su un pianeta infetto (Nero editions, 2019), di Donna Haraway

Nel 2019 la filosofa americana Donna Haraway ha pubblicato Chthulucene: sopravvivere su un pianeta infetto (Nero editions, 2019), il cui successo ha fatto seguito al grandioso Manifesto Cyborg (1995; in Italia Feltrinelli, 2018), un pilastro degli ideali femministi del XXI secolo. Veicolo di un pensiero lungimirante come pochi, molti lettori italiani hanno vissuto questo ultimo libro come un conforto durante la quarantena.

Il dibattito con Donna Haraway ha occupato gli ultimi minuti della seconda giornata del #SalToEXTRA: la filosofa si è collegata via webcam dagli Stati Uniti, sorridente e con un polipo di peluche sulla spalla per buona parte della videochiamata. Il suo intervento riassume e condensa il pensiero del suo ultimo libro, oltre a relazionarlo con la pandemia in atto. «Per me lo Chthulucene rappresenta il tempo dei terrestri, il tempo-spazio di essere presenti qui e ora assieme ad altre creature in modo interconnesso e consapevole del mondo che abbiamo ereditato tanto in termini naturali quanto culturali. Chthulucene è il tempo di vivere e morire in modo semiotico e in base al contesto, uno accanto all’altro, su diversi livelli spazio-temporali».

La semiotica descritta dalla Haraway è una lettura personalissima e anticonvenzionale dei significati del mondo: non si tratta di una semiotica arida, bensì di una con un significato che è dato in un contesto, che non è mai univoco. In questo momento così delicato, il messaggio della filosofa statunitense ci invita a ripensare le relazioni tra esseri terrestri, perché anche – e soprattutto – gli esseri non-umani hanno un ruolo ecologico fondamentale, per se stessi così come per noi.


La solidarietà tra membri di una stessa specie non è mai stata così necessaria e allo stesso tempo così difficile da creare, sostenere e diffondere come adesso. Abbiamo bisogno di una solidarietà che si concretizzi in un vero e proprio impegno, per l’altro e assieme all’altro. Non è un obbligo, ma non è nemmeno un’opzione.


«Ciò che ho più a cuore in un momento così delicato come la pandemia che stiamo vivendo», ha confidato la Haraway, «è la nostra abilità di rispondere, di essere respons-abili. Per me lo Chthulucene è tutt’altro che una pseudo-metafora: riguarda il saper stare al mondo ed è contro ogni tipo di eccezionalismo umano (detto anche antropocentrismo, è la concezione che l’essere umano sia moralmente ed eticamente superiore rispetto agli altri esseri viventi sulla Terra, ndr), oltre a essere opposto all’escatologia. Questo concetto, comunque, non è in nessun modo contro gli esseri umani, bensì contro un intero sistema che ci fa vivere e narrare l’eccezionalismo umano. Purtroppo apparteniamo a delle culture che per secoli e secoli si sono basate su un certo tipo di eccezionalismo umano, sia esso secolare o religioso, che ha separato la natura dalla cultura».

Di fronte alla domanda su come sia possibile relazionare la questione della solidarietà tra esseri viventi con la crisi sanitaria attuale, la filosofa ha argomentato che da sempre esistono molteplici tipi di solidarietà tra le specie. «La solidarietà tra membri di una stessa specie non è mai stata così necessaria e allo stesso tempo così difficile da creare, sostenere e diffondere come adesso. In primo luogo, abbiamo bisogno di una solidarietà che si concretizzi in un vero e proprio impegno, per l’altro e assieme all’altro. Non è un obbligo, ma non è nemmeno un’opzione: abbiamo bisogno di interventi mirati della politica a favore del benessere sociale e della salute pubblica, così come una propaganda continua del sapere scientifico».

L’esistenza su questa Terra, il solo fatto di essere terrestri, richiede una solidarietà coerente verso tutte le forme di vita, non solo verso gli esseri umani. «Gli stili di vita degli esseri umani, le pratiche agricole e la nostra invasione degli ambienti naturali di altri esseri viventi hanno creato un mondo favorevole alla diffusione di epidemie, che vengono contenute principalmente a favore dei più ricchi. Ecco perché dobbiamo ripensare i nostri sistemi in modo da renderli meno inclini al disastro. Dobbiamo chiederci come possiamo riparare questi sistemi che sono stati danneggiati: non si tratta di chiuderci in un rifugio da cui combattere il nemico, bensì di ricostruire la nostra Terra».

Nel suo ultimo libro la Haraway ha proposto uno slogan ad alta densità semantica ma particolarmente difficile da tradurre nel passaggio dall’inglese all’italiano: «Make kin, not babies». Questo slogan rientra in una serie di riflessioni a cui la filosofa si è dedicata assieme ad altre femministe, che riconducono al discorso del diritto alla riproduzione e all’autonomia sessuale. «Solo la donna può decidere se avere o meno un figlio e deve rifiutare ogni tipo di programma coercitivo o di controllo. È una questione urgente che riguarda i diritti delle donne. Il nostro sistema di riproduzione si basa sulla crescita illimitata e su sistemi di sfruttamento. Mi piacerebbe vivere in un mondo che sia a favore dei bambini: viviamo in un mondo a favore della natalità ma non a favore dei bambini. Vorrei che le persone facessero rete, in modo che i neonati fossero di meno, ma proprio per questo più preziosi per tutti».

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Cristina Iorno

Cristina Iorno

Cristina ama le lingue come se fossero persone. O forse le ama perché, proprio con le persone, la mettono in contatto. Per mantenere viva la sua storia d'amore con inglese, tedesco e spagnolo, Cristina si serve di libri, viaggi, film, serie tv e canzoni. Dopo aver vissuto in Germania, Polonia e Spagna, e aver girato in lungo e in largo, si sente più che mai una cittadina del mondo. Crede nell'amicizia, nel valore della semplicità e nel destino, tant'è che Serendipity è una delle sue parole preferite. Ambientalista in erba, Cristina colleziona cartoline di tutti i posti che è riuscita a visitare e spera di raccoglierne presto da tutti i continenti.

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