#SalToEXTRA: Altre forme di vita. La terza giornata

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Terza puntata del #SalToEXTRA, la giornata del 16 maggio ha ospitato ancora lo scambio d'idee di tanti personaggi della cultura e della scienza

Terza puntata del #SalToEXTRA, la giornata del 16 maggio ha ospitato ancora lo scambio d’idee di tanti personaggi della cultura e della scienza

Nella giornata del 16 maggio, la terza puntata del #SalToEXTRA ha ospitato di nuovo lo scambio d’idee di tanti personaggi della cultura e della scienza. Dai contributi di scrittori e traduttori a quelli di un cantautore e di un economista, anche questa giornata del Salone Internazionale del Libro di Torino 2020 si è dimostrata piena di stimoli e spunti di riflessione per il mondo che verrà dopo la quarantena.

Sarebbe bello che ci ricordassimo, quando tutto questo sarà finito e l’emergenza sarà mai un ricordo lontano, ciò che il #SalToEXTRA ha saputo trasmetterci in questi giorni intensi, al di là di ogni difficoltà organizzativa e di ogni distanza fisica: la cultura e l’informazione possono viaggiare veloci, arrivare lontano e toccarci da vicino se solo abbiamo il coraggio e la volontà di farcene veicolo. Come è stato già riconosciuto negli articoli precedenti, questa edizione straordinaria del Salone ha dimostrato che, pur nel tumulto di una crisi sanitaria mondiale, l’uomo può essere artefice del bello e del buono e capace di fare rete coi suoi simili per diffondere una speranza nuova.

Paolo Cognetti e Gabrielle Filteau-Chiba: del bisogno e del desiderio di un rifugio

Come quello tra Samantha Cristoforetti e Valeria Parrella, l’intervento di Paolo Cognetti per il Salone virtuale di quest’anno è stato un dialogo con la scrittrice canadese Gabrielle Filteau-Chiba, autrice del romanzo-diario Nella tana (Lindau, 2019), nel quale ha raccolto la sua esperienza di eremitaggio volontario nelle desolate ma meravigliose lande canadesi. Mentre Cristoforetti e Parrella si sono confrontate sui loro diversi punti di vista di astronauta e scrittrice, raccontando al tempo stesso la loro esperienza con l’opera di Italo Calvino, il dialogo tra Cognetti e Filteau-Chiba si fonda apertamente quei testi che hanno accompagnato entrambi nelle loro esperienze di eremitaggio e isolamento, quando ancora non esisteva il lockdown da Covid-19.

Nella bibliografia che ha ispirato e nutrito sia l’esperienza di eremitaggio di Paolo Cognetti sulle Alpi sia quella più estrema di Gabrielle Filteau-Chiba in Canada – definita dal primo come un insieme di «libri di sopravvivenza» – troviamo infatti autori come Thoreau, con il suo Walden. Vita nei boschiTesson, con Nelle foreste siberianeMcCandless, con Into the wild (Nelle terre estreme), che raccoglie la celebre storia di Jon Krakauer. Partendo da questa bibliografia comune, i due protagonisti di questo ennesimo dialogo virtuale del #SalToEXTRA si raccontano e raccontano somiglianze e differenze tra le loro due esperienze.


Entrambi hanno potuto portare con sé le loro biblioteche di sopravvivenza, potendo contare sui protagonisti delle loro letture come su veri e propri compagni di viaggio.


Mentre Gabrielle, originaria di Montreal, la grande città metropolitana canadese, ha deciso, nel 2012 (l’anno delle grandi manifestazioni studentesche e di una tensione sociale palpabile), di abbandonare lo spazio antropizzato per vivere in una baita nella natura estrema, Paolo, come è noto al pubblico italiano anche grazie alla pubblicazione dei suoi diari, ha scelto di fuggire da Milano alle Alpi, rimanendo in completa solitudine per più di due mesi. Entrambi, si scopre nel dialogo, sono stati mossi a lasciare la città principalmente dalle riflessioni attorno alle questioni della salute mentale e dal bisogno di espressione della propria libertà; entrambi, poi, sebbene in solitudine, hanno potuto portare con sé le loro biblioteche di sopravvivenza, potendo contare sui protagonisti delle loro letture come su veri e propri compagni di viaggio.

Questo bisogno personale incarnato da entrambi, riflette Paolo, si intreccia come per Thoreau, con una scelta politica ben precisa. Come per il filosofo statunitense – che non riesce ad adattarsi alla società dei suoi tempi, va a vivere in una capanna lontano dalla famiglia e sceglie di far esordire il suo libro con un capitolo sulle conseguenze economiche di questa sua decisione – immergersi nella natura è anche in questi casi anche un «esperimento di povertà». Il bisogno personale di trovare un rifugio, di vivere nel bosco, dice l’alpinista, è anche un tentativo di provare a vivere poveramente nella natura, una prova di quella «disobbedienza civile» di cui parlava Thoreau: l’eremitaggio, l’andare nella foresta, diventa allora un atto quasi anarchico, con il quale ci si sottrae alle regole imposte dalla società.

La scrittrice Gabrielle Filteau-Chiba in una foto di Jean-François Papillon per LeDevoire

La scrittrice Gabrielle Filteau-Chiba in una foto di Jean-François Papillon per LeDevoire

Partendo da queste premesse comuni, Gabrielle prosegue sottolineando come, a oggi, un rifiuto del sistema simile comprenda al suo interno anche e soprattutto un rifiuto del capitalismo. Andare nei boschi ha fatto comprendere alla canadese che, nella contemporaneità iper-capitalista, ciò di cui veniamo privati è soprattutto il tempo. Mentre in molti potrebbero pensare che sia assurdo vivere in povertà nella natura, Gabrielle Filteau-Chiba testimonia che, grazie all’eremitaggio, ha compreso come in realtà la società per la quale viviamo per lavorare porti le nostre vite a essere un nonsense. La vera ricchezza, per lei, è stata infatti poter acquistare sedici acri di bosco, crearvi un giardino e coltivare il proprio cibo, le piante mediche e non dover più vivere in schiavitù per un sistema che le rubava solamente tempo.

Come lei anche Paolo Cognetti, che ha scelto di trascorrere un paio di mesi in completa solitudine in una baita sulle Alpi, riconosce che questo tentativo di appartarsi, più che allontanarsi, permette di entrare addirittura in una dimensione di creazione: senza cartine, rifiutata la cartografia imposta, il mondo si svela nell’autonomia di questa scelta radicale ognuno disegna la propria mappa. «Non voglio sapere cosa c’è dietro la collina, devo andare io a scoprirlo», sintetizza Cognetti, invitandoci a una continua esplorazione, una ricerca costante della meraviglia e di nuove prospettive che si aprono in assenza di imposizioni, anche nel nostro isolamento forzato.


Entrambi riconoscono che la solitudine è una dimensione ignota all’uomo occidentale.


Come altri ospiti del #SalToEXTRA prima di loro, anche Paolo e Gabrielle si addentrano poi nella riflessione attorno al concetto di solitudine, il filo rosso del lockdown. Entrambi riconoscono che la solitudine, quella da loro provata in eremitaggio e quella da noi provata in questi mesi sospesi, è una dimensione ignota all’uomo occidentale. La vera angoscia per Cognetti non era tanto la distanza dai centri antropizzati, ma quella del non vedere, per giorni e giorni, nemmeno un essere umano. Alla solitudine, prosegue, ci si abitua allenandosi, scoprendo – proprio come abbiamo fatto noi in lockdown – che in realtà non si è soli, preparandosi a quando si ritornerà in società per dare ancora più valore alle persone.

Paolo, in sostanza, ci sta augurando di poter vivere, al termine di questo isolamento, ciò che lui ha provato al termine del suo periodo di solitudine forzata. Gabrielle, al tempo stesso, fa riferimento alla sua coraggiosa scelta per invitarci a utilizzare questi mesi di chiusura e sospensione per aprirci a noi stessi, esplorarci e trovare il tempo per ricercare i nostri veri ritmi, senza l’influenza della società: quando siamo soli, afferma la canadese, scopriamo le nostre vere necessità. Che il lockdown, proprio come a questi due eremiti, possa farci riguadagnare il tempo per noi stessi, per rallentare, per re-imparare l’arte della lentezza?

Paolo Rumiz: se la frontiera è la nostra porta di casa

Anche Paolo Rumiz, giornalista e scrittore triestino, parla della quarantena come viaggio, come già al #SalToEXTRA hanno fatto, tra gli altri, Samantha Cristoforetti, Dacia Maraini e Paolo Cognetti. Il lockdown e l’isolamento, secondo Rumiz, possono infatti impedirci di viaggiare nella dimensione orizzontale, ma non in quella verticale, prendendo vie mai considerate nella vita precedente al Covid.

Raccontando la sua esperienza di quarantena, Rumiz sottolinea quanto questo tempo abbia significato per lui una riconquista della semplicità e della curiosità che trasforma ogni oggetto e ogni stanza della casa in un luogo al quale, in realtà, non possiamo accedere. E così si fugge in senso verticale, salendo sui tetti per osservare tutto ciò che ci circonda, recuperando il tempo vero a discapito di quello artificiale degli orologi, si infrangono barriere e si costruiscono frontiere: la cucina diventa un ristorante, il salotto una biblioteca e così via. Più di tutto, però, questo diventa un viaggio verso il ritrovamento del tempo rubatoci dalla modernità, diventa sinonimo di costruzione di artifici utili all’evasione, spinta al cambiamento di fronte alle tragedie, possibilità di emancipazione da ogni strumento che esercita costrizione sul pensiero libero. Chiusi tra le nostre mura domestiche viaggiamo dilatando il tempo e lo spazio, combattendo ogni istanza claustrofobica e creando nuovi linguaggi.


Di questi ‘indimenticabili marzo e aprile’ ricorderemo nuove percezioni dei suoni della casa e del corpo, del nostro respiro, ma anche le voci degli amici, dei parenti, dei conoscenti filtrate dalle videochiamate, le parole delle radio e dei bollettini, scoprendo che quando si parla di Covid-19 possiamo capirci in tutte le lingue del mondo.


Rumiz offre agli ascoltatori consigli fondati sulla sua personale esperienza per allietare il nostro (quasi terminato) isolamento, per scandire le giornate: un primo modo per non perdersi d’animo è la compartimentazione del tempo. Scegliendo un momento e una durata prestabilita per ogni attività come la scrittura, la lettura, la cucina, possiamo ampliare e riorganizzare la nostra vita ma, soprattutto, rendere più sensibili le nostre percezioni rispetto ai gesti che compiamo.

Secondo il triestino, un altro modo per sopravvivere (ma anche vivere) durante la quarantena è cercare più connessione con i fenomeni naturali che ci circondano, osservando più albe, tramonti, cieli possibili, mentre la natura e gli animali selvatici si riappropriano degli spazi urbani. Sempre secondo Rumiz, poi, un’altra qualità che questi tempi possono portarci a recuperare è la capacità di ascoltare – e apprezzare – il silenzio. Di questi «indimenticabili marzo e aprile» ricorderemo nuove percezioni dei suoni della casa e del corpo, del nostro respiro, ma anche le voci degli amici, dei parenti, dei conoscenti filtrate dalle videochiamate, le parole delle radio e dei bollettini, scoprendo che quando si parla di Covid-19 possiamo capirci in tutte le lingue del mondo.

Quando riapriremo bar e negozi – e anche le braccia per accogliere un corpo amico, auspica Rumiz – riapriremo anche la nostra coscienza di fronte alla vera sfida posta dalla pandemia. Dopo la quarantena, il distacco dal mondo, inizierà il vero esame: saremo capaci di seguire la strada di risalita dal buio in cui eravamo caduti? «Non voglio che niente della mia vita assomigli a quello che è stato prima, voglio fare una scelta», dice Rumiz. Qualsiasi essa sia.

Jovanotti e Nicola Lagioia: essere in tantissimi ed essere da soli

Il tema della solitudine pare essere davvero il filo conduttore di tutti gli interventi virtuali dell’edizione straordinaria del Salone Internazionale del Libro di quest’anno. Anche Lorenzo Jovanotti, in diretta con Nicola Lagioia, il direttore del Salone, fa un bilancio sulla sua quarantena, riflettendo in particolare sulla sua esperienza di cantante assediato da fan ai concerti e di ciclista che ha deciso di percorrere il Sud America in solitaria.

Secondo il cantautore romano tra l’essere in tantissimi e l’essere soli a volte non cambia molto. Quando si vive un’esperienza oceanica come quella di un concerto non si è tanto distanti dal provare quel senso di solitudine da lui assaporato nel deserto di Atacama. Ciò che potrebbe presentarsi come una dicotomia, come due antipodi, sono in realtà entrambi due vuoti che, dal punto di vista dell’artista, vanno riempiti. L’unica differenza, secondo Jovanotti, consiste nel fatto che, mentre a un concerto sei responsabile di ciò che fai nei confronti della folla di persone che ti sta davanti, quando sei nel deserto sei responsabile solo di te stesso. Sia un Jova Beach Party, dunque, che una pedalata di qualche migliaio di chilometri diventano così ai suoi occhi due esperienze trascendenti, un’immersione totale.

Secondo Jovanotti, il suo viaggio in bicicletta lungo quattromila chilometri tra Cile e Argentina e l’esperienza più pura della fatica e della solitudine sono diventati un modo per sentire, attraverso il viaggio, l’importanza dell’arte di incontrarsi in modo diverso. Facendo ritorno ai suoi concerti oceanici, il cantautore non nasconde di aver fatto emergere di più la parte di sé che ama le persone, le storie, il tessere e alimentare relazioni umane. Che non sia ciò che potrebbe accadere anche a noi, dopo il lockdown?

Joseph E. Stiglitz: negli USA il Covid-19 si è fatto catalizzatore di disuguaglianze

Anche il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz ha voluto apportare il suo contributo al #SalToEXTRA, attraverso una breve ma pregnante riflessione sulle disuguaglianze nel mondo di oggi. Nel XXI secolo la forbice tra ricchi e poveri si è allargata sempre di più e l’economista, nei dieci minuti di video inviati all’edizione straordinaria del Salone di quest’anno, si è interrogato sul futuro della nostra società.

«Si parla tanto di come sarà diverso il mondo che nascerà dopo la pandemia rispetto a quello precedente. Alcuni pensano che la pandemia non sarà null’altro che un breve interludio: si tratta di un’illusione». Secondo Stiglitz, la pandemia ha portato alla luce alcune falle sostanziali nella nostra società e nella nostra economia, perché avremmo potuto e dovuto fare di meglio. Nel suo libro People, Power and Profits (2019), l’economista aveva già indicato i cambiamenti necessari a creare un’economia avanzata ed equa: «Il motivo principale per cui la nostra società è molto migliore oggi di quanto non fosse duecentocinquanta anni fa, per cui la qualità della nostra vita è migliorata, sta nei progressi fatti nel capire la natura, nei progressi della scienza e nella nuova consapevolezza che la conoscenza di base è un bene pubblico che deve essere sostenuto da strutture pubbliche. Se avessimo sostenuto meglio la scienza, ci saremmo trovati in una posizione migliore per rispondere alla crisi». Stiglitz ha addotto come esempio il comportamento del presidente Trump in questi giorni difficili, emblematico di quanto una riduzione drastica dei contributi statali alla scienza e alla ricerca abbia potuto svantaggiare gli USA in una situazione imprevedibile come il Coronavirus.


Il modo in cui l’emergenza è stata gestita negli Stati Uniti ha aumentato il divario tra le classi sociali e contribuito ad aumentare le disuguaglianze già esistenti. Proprio per questo motivo, per Stiglitz è necessario costruire un mondo alternativo.


L’economista ha descritto i cambiamenti che hanno interessato il mercato, il governo e la società civile come una generale perdita di equilibrio e auspica la creazione di un nuovo contratto sociale per ripristinarlo: «Questo nuovo equilibrio implica il passaggio dal neoliberismo di un mercato senza restrizioni a un mercato regolato a dovere. Implica la presa di coscienza dei molteplici ruoli che possono assumere le azioni collettive nella società del XXI secolo e implica anche la presa di coscienza dei benefici di avere un sistema ricco di accordi istituzionali, specialmente in settori fondamentali come la sanità e l’istruzione pubblica».

Stiglitz identifica nel neoliberismo degli ultimi quattordici anni una delle cause scatenanti dell’indebolimento dello Stato: la mancanza di lungimiranza del mercato, che così chiaramente si era rivelata nel 2008, è emersa in modo assai più preponderante con questa crisi sanitaria. «La resilienza a lungo termine è stata sacrificata in nome di profitti nel breve periodo e il Covid-19 ha rivelato un’ulteriore debolezza della nostra società: non si tratta di un virus delle pari opportunità, bensì di uno che colpisce i più deboli, in particolare quelli con una salute cagionevole. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se gli USA hanno riportato il più alto tasso di mortalità». L’economista ha osservato che il modo in cui l’emergenza è stata gestita negli Stati Uniti ha aumentato il divario tra le classi sociali e contribuito ad aumentare le disuguaglianze già esistenti. Proprio per questo motivo, per Stiglitz è necessario costruire un mondo alternativo, dotato di un nuovo contratto sociale e di una nuova regolamentazione dei mercati, avendo cura di non distruggere il pianeta. «Il governo che verrà dovrà saper investire nelle politiche sociali, nell’istruzione, nella sanità e a favore dell’occupazione. Insieme rappresentiamo delle società agiate e abbiamo le risorse per fare tutto ciò. Basterebbe solo che le nostre risorse fossero gestite al meglio e distribuite più equamente».

Nella stanza di Virginia Woolf: quando il distanziamento sociale diventa fecondo

In foto, la professoressa Nadia Fusini

In foto, la professoressa Nadia Fusini

Uno degli ultimi interventi della terza giornata è un omaggio alla grandissima scrittrice e femminista inglese Virginia Woolf. Con l’aiuto di Nadia Fusini si è voluto raccontare le stanze e le case che Virginia Woolf ha abitato nel corso della sua esistenza. A introdurre questa parentesi è Francesca Mancini, giovanissima collaboratrice dell’edizione #SalToEXTRA di quest’anno: «Lo abbiamo fatto attraverso le nostre case, quelle in cui siamo stati costretti a stare rinchiusi in questi giorni, provando a immaginare cosa può voler dire, per uno scrittorevenire confinati. Proprio Woolf ha scritto un libro con al centro una stanza: aveva capito cosa potesse significare per una donna avere una stanza, riuscire a trovare uno spazio di libertà, dedicato alla creatività, libero dalle incombenze della vita quotidiana». Questo intervento di estrema bellezza e attualità rientra in un progetto del Salone dal titolo Solo noi stesse, che si propone di offrire una prospettiva di ampio respiro non solo sulla letteratura al femminile, ma anche su tutte le questioni femminili.

Le case della vita di Virginia Woolf sono così tante che, a raccontarle, ci si potrebbe scrivere un romanzo intero. Dopo aver trascorso diversi anni a Londra, la scrittrice decide di lasciare la città e di trasferirsi in campagna, in una casa circondata dal verde, ed è in questa casa che Virginia scrive A Room of One’s Own (1929): è proprio lì che troverà la sua stanza, è proprio in questa casa che comporrà i suoi più grandi romanzi. In questo brillante saggio, Woolf rilegge gli spazi delle grandi donne inglesi che l’hanno preceduta e rivolge un pensiero particolare a Jane Austen: come poteva scrivere in tutta la confusione di casa sua, senza avere uno spazio e un momento per l’introspezione e la creatività? «Anche lei si era rifugiata in campagna con la madre e la sorella e, in quella casa, aveva trovato un tavolino di mogano sotto la finestra dove si ritirava a rivedere i suoi scritti», ha ricordato Francesca Mancini. «Alcuni romanzi di Austen sono stati scritti in spazi definibili “lontani”, caratterizzati da quella solitudine che regala uno sguardo diverso sul mondo e, assieme a esso, la capacità di raccontarlo con acume». Sono quindi spazi dell’isolamento, della solitudine, del distanziamento sociale, come lo chiameremmo oggi, che si traducono in ambienti fecondi per la creatività e la riflessione.


Stare insieme, abitare uno stesso spazio significa dare all’altro il luogo e il tempo in cui possano svilupparsi gli affetti e in cui possa nascere una parola condivisa. Stare insieme non è altro che un’esperienza esistenziale irrinunciabile di condivisione e di felicità.


In seguito ha preso la parola Nadia Fusini, scrittrice, traduttrice e accademica, che ha presentato la figura di Virginia Woolf come quella di una donna dalle mille risorse: giornalista brillante, finissima critica letteraria, autrice di romanzi e racconti, scrittrice di lettere. La vita di questo pilastro della storia dei diritti femminili si è dispiegata in diversi luoghi: prima a Bloomsbury, poi in campagna, poi a Richmond, poi di nuovo a Londra e infine di nuovo in campagna, in un’altalena incessante di andare e venire. «Virginia adora sia Londra che la campagna. Adora passeggiare per le strade di Londra, tant’è che proprio a Londra dedica un saggio per raccontare il rapporto di seduzione e di erotismo tra lei e la città, dove passeggiare diventa un’avventura».

La scoperta di Monk’s House nel Sussex è quella di un ritiro per leggere, scrivere e soprattutto per invitare amici e conoscenti. Fusini interpreta questa casa di campagna come «un luogo magico di concentrazione, raccoglimento, introspezione psicologica ma anche di socialità e di creatività. Virginia inviterà a più riprese in quella casa diverse personalità della cultura di quegli anni come Eliot e Foster. Si tratta infatti di spazi in cui non solo l’isolamento, ma anche il contatto con l’altro si fa ricco e fruttuoso».

Un’altra stanza che Virginia crea per sé e per il mondo è nella casa editrice Hogarth Press, fondata assieme al marito Leonard nel 1917 a Richmond. «Questo luogo, questa ulteriore casa assume un ruolo fondamentale, in quanto offre a Virginia e a suo marito uno spazio dove poter pubblicare tanto le loro opere quanto quelle di amici e scrittori: è un luogo dove far vivere la parola umana».

Nadia Fusini ha concluso il proprio intervento ricordando anche le stanze delle case immaginarie di Virginia, quelle che il suo genio creativo le ha permesso di costruire e di descrivere finemente per i suoi romanzi: «Woolf ha un’idea molto sacra della casa come luogo della condivisione. A guardar bene, in tanta parte della sua narrativa ci imbattiamo nella descrizione di una cena, apoteosi dello scambio di sensi e di valori. È proprio nel Bloomsbury Group che tali ideali trovano il loro pieno compimento: stare insieme, abitare uno stesso spazio significa dare all’altro il luogo e il tempo in cui possano svilupparsi gli affetti e in cui possa nascere una parola condivisa. Stare insieme non è altro che un’esperienza esistenziale irrinunciabile di condivisione e di felicità».


Articolo scritto da Cristina Iorno ed Eleonora Panciroli.

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