Cosa può insegnare Il giovane Holden contro la cultura dello stupro

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In foto, un'opera di street art riportante lo slogan «Not asking for it», realizzato a Dublino in solidarietà alla diciassettenne di cui un'avvocata irlandese ha mostrato il tanga in un'aula di tribunale, indossato al momento di una violenza sessuale denunciata dalla ragazza, come prova in difesa del suo presunto stupratore

In foto, un’opera di street art riportante lo slogan «Not asking for it», realizzato a Dublino in solidarietà alla diciassettenne di cui un’avvocata irlandese ha mostrato il tanga in un’aula di tribunale, indossato al momento di una violenza sessuale denunciata dalla ragazza, come prova in difesa del suo presunto stupratore

È notizia recente, ma purtroppo già dimenticata, la scoperta, a seguito dell’inchiesta di Wired, dell’esistenza di gruppi Telegram in cui migliaia di persone si scambiano ogni giorno foto di ex, fidanzate o, peggio, bambine. Quasi 50mila utenti, uomini, padri, fidanzati e sconosciuti che, ogni giorno, esercitano in modo costante e instancabile il revenge porn collettivo. «Foto di donne come figurine, stupri virtuali di gruppo e pedopornografia», racconta l’autore Simone Fontana, che si è infiltrato nel gruppo per denunciarne tutto il marcio che vi è nascosto. Questa è solo la punta dell’iceberg, l’ultima drammatica evoluzione di un fenomeno noto alla letteratura femminista come cultura dello stupro.

Il termine è usato per descrivere e analizzare un tipo di mentalità, comune e accettata dalla società, in cui lo stupro e la violenza in generale vengono normalizzate, giustificate e incoraggiate. La definizione più celebre di rape culture la troviamo in Transforming a Rape Culture di Emilie Buchwald, che la descrive come «un insieme complesso di credenze che incoraggiano l’aggressione sessuale maschile e sostengono la violenza contro le donne». Questo tipo di cultura alimenta l’idea distorta che la sessualità sia legata a doppio filo con la violenza: «È una società in cui la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta», continua Buchawald.

L’idea che lo stupro sia un elemento normalizzato è permeata all’interno della società stessa: le donne, le maggiori vittime di questo fenomeno, sono oggetto di violenza attraverso sia molestie fisiche che commenti, battute e gergo quotidiano, fino ad arrivare allo stupro. Perché, come descrive egregiamente Giulia Blasi, nella società che ci circonda la donna è vista nient’altro che come un oggetto, che può essere usato a piacimento per placare e sanare i desideri sessuali: «Se le donne stanno al mondo per essere guardate, desiderate, toccate, perché se ne parli come di bovini da macello […] è impossibile non leggere ogni loro atteggiamento come subordinato al desiderio maschile». Il concetto si inserisce, secondo Kate Miller, autrice di Sexual Politics, all’interno della società patriarcale che, attraverso la repressione della sessualità femminile, esercita il proprio predominio politico.

La cultura dello stupro è sistemica (e antica)

Dettaglio di Ratto di Proserpina (1682-85), di Luca Giordano

Dettaglio di Ratto di Proserpina (1682-85), di Luca Giordano

Non è quindi un tipo di violenza incidentale, ma qualcosa di sistemico e necessario per perpetuare la supremazia di un genere sull’altro. Dalla società tutta, quindi, lo stupro è costantemente giustificato, sminuito, perdonato: gli uomini sono fatti così, boys will be boys. Ciò perché la società ha interiorizzato come punto di vista principale il male gaze, lo sguardo maschile: gli eventi vengono visti solo attraverso la lente dell’uomo, che riduce la donna a oggetto sessuale. Questa modalità sessista di guardare alle rappresentazioni mira, quindi, a enfatizzare il potere dell’uomo e a oggettificare la donna.

È quindi normale per i più se una donna subisce violenza: guardiamo a come era vestita e scopriremo che «se l’è cercata». Lo stupro diventa quindi un diritto dell’uomo, pienamente legittimato dalla provocazione subita, che sia una minigonna, una scollatura o dei semplici jeans. A nessuno interessa se la donna non lo voleva, non importa se non c’era consenso. Perché troppo spesso leggiamo in giro che un «no» di una donna vuol dire «sì», che in realtà intende «insisti».


Ovidio, nell’Ars Amatoria, suggerisce ai suoi lettori di imporre il proprio corteggiamento anche con la forza, poiché la violenza è qualcosa di segretamente gradito e tacitamente desiderato dalla fanciulla.


Sebbene il termine sia nato quarant’anni fa, la cultura dello stupro ha in realtà origini molto antiche. Basti pensare ai miti greci. Ade e Persefone, Zeus ed Europa, Poseidone e Medusa: sono solo alcuni degli esempi di come il rapimento e lo stupro percorrono come un filo rosso gli albori della civiltà. È terribile notare come gli amori degli dei dell’Olimpo, letti e studiati per anni sui banchi di scuola, non sono nient’altro che continui inganni, abusi e violenze da parte di uomini potenti che impongono il loro dominio ai danni di fanciulle mortali, rimaste impunite per millenni.

Della stessa opinione è anche Ovidio che, nell’Ars Amatoria, suggerisce ai suoi lettori di imporre il proprio corteggiamento anche con la forza, poiché la violenza è qualcosa di segretamente gradito e tacitamente desiderato dalla fanciulla, l’unica chiave che riesce a celare la ritrosia e la pudicizia femminile. Nessuno, né dei né mortali, sembra interessato al volere della donna: non importa se non lo desidera, con inganno, insistenza e, perché no, violenza si può ottenere tutto ciò che si vuole. Il «no» non vale nulla.

Il giovane Holden fuori dal coro

In foto, lo scrittore J. D. Salinger, autore de Il giovane Holden

In foto, lo scrittore J. D. Salinger, autore de Il giovane Holden

Non la pensa così Holden Caulfield. Il protagonista di The Catcher in the Rye sembra essere l’unico controcanto in un coro che da millenni esegue un’aria così drammatica. È un violino che finalmente decide di stonare, e non ha paura di suonare la sua sinfonia.

È che quasi sempre, quando arrivi a tanto così dal farlo con una ragazza […] lei non fa altro che dirti di smettere. E il guaio è che io smetto. Gli altri di solito no. È più forte di me. Tu non sai mai se davvero vogliono che tu smetta, o se hanno solo una gran paura, o se ti dicono di smettere perché è così, se poi vai avanti, la colpa è tua e non loro. Io comunque smetto sempre.

Intrappolato in un mondo infestato dalla mascolinità tossica, il giovane Holden è l’unico che, a modo suo, riesce a crearsi un suo linguaggio, una sua legge morale alla quale farà sempre fede. Questo, però, non fa di lui un angelo e, anzi, è molto lontano dal «politically correct»: ha una pessima considerazione delle donne e, durante i tre giorni al suo fianco, ci informerà bene della sequela di scelte sbagliate della sua vita. Quando sta pattinando al Rockfeller Center con Sally Hayes, per esempio, non fa altro che guardarle il vestito e fantasticare sul suo corpo. Ma, contrariamente a molti, sa tenere quei pensieri per sé e non mette mai in imbarazzo la ragazza davanti a tutti. Lo stesso fa con Jane, accontentandosi di tenerla per mano quando la ragazza non vuole andare oltre.

Il rispetto di Holden e la sua coerenza nelle scelte si mostra anche con Sunny, la prostituta che incontra nella sua stanza d’albergo: non la vede mai come qualcuno in vendita, ma si dimostra sin da subito preoccupato per la sua giovane età e la sua magrezza. Le chiede se le piacerebbe parlare prima che facciano sesso e, quando rifiuta, si offre di pagarla per non aver dormito con lui. «Mi sentivo più depresso che eccitato», rivela al lettore. Holden si pone come l’eccezione alla regola, regola che invece incarna perfettamente il suo compagno di classe Stradlater.

Lui cosa faceva, cominciava a lisciarsi la ragazza con una voce tutta sussurrata, sincera, come se fosse non soltanto un bellissimo ragazzo, ma anche uno buono, sincero. […] Lei continuava a dire ‘No, dai. Per favore, no. Ti prego’. Ma il vecchio Stradlater continuava.

Per Holden, invece, il «no» ha un valore. Si infuria con Stradlater, quasi arriva alle mani pensando a cosa può aver fatto alla sua amica Jane. Ma nessuno è dalla sua parte. È infatti assurdo vedere come il ragazzo debba costantemente giustificarsi per il suo codice morale, quasi imbarazzato per non essere come la normalità, per quanto terribile essa sia. Holden è figlio della cultura dello stupro, si sente di dover uniformarsi alla società in cui si trova, di rispettare le sue regole. Ma decide di rinnegarne le origini, di ribellarsi apertamente a ciò che vede, che gli appare così sbagliato e ingiusto. La sua morale non si basa sull’idea che le ragazze debbano essere convinte, se non addirittura forzate. Nel suo codice, invece, vige la convinzione che il sesso non può essere bello per lui a meno che non sia bello per chi è con lui.

Cosa imparare da Holden, oggi, sulla cultura dello stupro

Dettaglio della copertina di The Catcher in the Rye, di J. D. Salinger, edito dall'inglese Penguin

Dettaglio della copertina di The Catcher in the Rye, di J. D. Salinger, edito dall’inglese Penguin

Ci deve essere sempre consenso, ci insegna Holden. «Io, se mi dicono di smettere, smetto». No è no. Così semplice, eppure non ancora scontato. Non lo è per i 50mila membri dei gruppi Telegram che, senza l’approvazione di fidanzate, figlie o ragazze trovate su Instagram, pubblicano foto e video che le ritraggono. Ancora una volta, da migliaia di anni, la donna non è che un oggetto, un poster da mostrare a tutti per vendicarsi, compiacersi o «renderle la vita impossibile». Anche se si tratta di uno stupro virtuale, non c’è nulla di astratto in questa violenza: il sesso è di nuovo utilizzato come dinamica di potere, il mezzo per affermare il dominio sulla vittima.

Sembra incredibile dover imparare il rispetto e il consenso da un ragazzo di sedici anni. Eppure, Holden Caulfield ha molto da insegnare a tutti noi. Un esempio, l’empatia, necessaria quanto dimenticata: è il mettersi sempre al posto dell’altro, cercare di comprenderne i sentimenti. E, quando non gli piace ciò che vede, cercare di cambiarlo. Il problema, però, dell’attuale lotta contro la cultura dello stupro è che ancora viene combattuta quasi solo da donne, che provano con fatica a coinvolgere gli uomini. Se questi, però, non si sentono accolti nel dibattito e non ne prendono parte, abbiamo perso la chiave di volta del cambiamento. Serve una rivoluzione nell’educazione, per insegnare sin da giovani a sviluppare l’empatia e a instaurare rapporti sani, di parità e rispetto nei confronti dell’altro e non di violenza e sopraffazione.

Dopo millenni, finalmente, qualcosa sta cambiando e mi immagino Holden osservarci in un angolo, a fumare una sigaretta, finalmente sorridente.

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