La diva Julia

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La diva Julia è un romanzo di William Somerset Maugham. Foto di Camilla Gazzaniga

La diva Julia è un romanzo di William Somerset Maugham. Foto di Camilla Gazzaniga

Un istante prima di andare in scena, sola nel suo camerino, Julia porta la tristezza così come si porta un bell’abito. Sa che ogni suo gesto deve avere un senso. Restando lì qualche minuto, siede allo scrittoio e stila due righe di ringraziamento per i bellissimi fiori ricevuti, con una calligrafia larga e ricercata che le cade senza imperfezioni dalla mano e, tutto sommato, le somiglia. Il pensiero di qualche ammiratore affezionato. Quando si sente chiamare, sfumano i crucci, le sagome affettate che ristagnano attorno a lei. In un attimo, lascia il mondo della finzione per entrare nel mondo della realtà.

Atto primo

L'attrice Annette Bening interpreta Julia nel film Being Julia, di Istvàn Szabò, tratto dal libro La diva Julia

L’attrice Annette Bening interpreta Julia nel film Being Julia, di Istvàn Szabò, tratto dal libro La diva Julia

Julia Lambert, la Diva Julia di William Somerset Maugham, non la conosciamo sul palcoscenico. Il primo atto si apre nell’intimità di una stanza, tra mucchi di fotografie da riordinare. A partire da lì, Julia reciterà un monologo magnetico e a tratti arcigno, rivolto al pubblico al di là delle pagine che sta leggendo di lei e che non può distogliere lo sguardo dall’avvicendarsi della fitta trama psicologica che le appartiene.

La Julia degli inizi è giovanissima e non sa bene cosa fare di se stessa. Arrivano i primi ruoli e le prime scommesse: il teatro la forma e la distingue da chiunque altro, mentre la vita ha in serbo per lei precoci disincanti. Si innamora di Michael, attore nella sua compagnia, a prima vista. Dopo una lunga corte di Julia, lui si convince a chiederla in sposa ma le vuole bene teneramente, la stima senza amarla. Eppure non è innamorato di nessun’altra. Julia ne è consapevole e, per questo, lo accetta.

Micheal non la eguaglia, né nella devozione affettiva che lei gli riserva, né tanto meno nella recitazione: è solo la bellezza a salvarlo, pensa Julia. Si assottiglia dietro a ruoli mediocri che, in fondo, non si discostano molto dalla sua reale personalità. Se Julia vive per recitare, Michael recita per vivere di una paga onesta che, quanto meno, gli permetterà di allestire una propria compagnia, nel suo proprio teatro, dove Julia sarà l’indiscussa primattrice. Difficile però dire con esattezza il momento in cui Julia inizia a recitare nel privato e a vivere istintivamente la finzione sul palcoscenico.

Atto secondo

Annette Bening (Julia) e Tom Sturridge (Roger) in una scena del film Being Julia, di Istvàn Szabò

Annette Bening (Julia) e Tom Sturridge (Roger) in una scena del film Being Julia, di Istvàn Szabò

Rassegnata a un vivere quotidiano privo di affetti vividi – che tuttavia le darà un figlio – è sul palcoscenico che Julia riceve un’educazione sentimentale, ancora prima di imparare le posture e le movenze. Si innamora con i versi d’amore di Verlaine, porta i suoi dolori e l’abbandono come un’eroica Fedra, gestisce i sensi di colpa come la Regina nell’Amleto. Julia a teatro studia le sue parti, tuttavia fin da subito si staglia qualcosa che è in lei ma, al contempo, non la riguarda: l’intuito, il genio le suggerisce come essere fino in fondo le donne che interpreta, fa affiorare le parole come se fosse davvero lei a pronunciarle. Anche nel vivere quotidiano, in un continuo dialogo con se stessa, riflette, ricorda, si interroga su quale sia la battuta migliore, i versi da recuperare, i gesti da accompagnare al momento.

Però Julia, come precisa Maugham nella prefazione, non è una snob. In una realtà ovattata, dove qualsiasi sentimento è troppo debole per legare fino in fondo due persone, o troppo sconveniente, Julia preferisce tutelarsi dietro a una parte – quella che meglio si adatta al dramma da vivere – sperando che la delusione e la sopportazione cessino di esistere quando s’interrompe la scena, quando l’altra persona chiude la porta, quando, dall’altro capo del telefono, non si sente più nulla.

Atto terzo

L'attrice Annette Bening nel film Being Julia, di Istvàn Szabò, tratto dal libro La diva Julia

L’attrice Annette Bening nel film Being Julia, di Istvàn Szabò, tratto dal libro La diva Julia

Se il teatro può intrecciarsi e anzi, alimenta la realtà, non è vero il contrario: ogni volta che Julia porta sul palcoscenico sentimenti autentici, nati da una persona, da un vissuto, la Diva si adombra. Sconvolta da emozioni ancora vivide, non è più inaccessibile, quasi incorporea: diventa una tra tante, come tante, fin troppo «umana».

È l’amore per Tom, un giovane e audace ammiratore, che la richiama fortemente alla realtà. Eppure, anche stavolta, Julia sa di amare diversamente rispetto all’altro, quindi assume un assoluto contegno, di cui nessuno si meraviglierà. Ma, dopotutto, Tom si invaghisce di ciò che Julia accentua di sé, ciò che lei rende accessibile al pubblico. Non solo: la sua padronanza, la sua innata abilità, il suo somigliare a Dio nella propria arte, soprattutto dopo quello che accadrà tra i due.

A questo punto Julia avanza una richiesta a se stessa: sul palcoscenico i sentimenti devono sembrare veri, ma non devono esserlo; solo così saranno verosimili. È l’ennesima vittoria della finzione sulla realtà, un’ulteriore alienazione che tuttavia salva la Diva.

Julia rifletté. Capì cos’era accaduto. Aveva lasciato che la passione le prendesse la mano. Non aveva recitato, aveva dato sfogo alle sue emozioni. Di nuovo le corse un brivido per la schiena. Era una faccenda seria. Pazienza avere il cuore infranto, ma se ci andava di mezzo la sia arte di attrice… no, no, no, questo era tutto un altro paio di maniche. La sua arte era più importante di qualsiasi storia d’amore.La diva Julia, William Somerset Maugham

Un’arte oggettiva

Annette Bening (Julia) e Tom Sturridge (Roger) in una scena del film Being Julia, di Istvàn Szabò

Annette Bening (Julia) e Tom Sturridge (Roger) in una scena del film Being Julia, di Istvàn Szabò

Julia non pensa al suo talento come una dote che le appartiene, lo crede un’entità esterna a lei, un dono che quasi le viene concesso. Julia studia, certo, ma se qualcuno le chiede da dove venga quella conoscenza così profonda delle sue eroine lei non sa, non può dire. O quella mossa con cui spezza un verso con l’altro, come può spiegarlo? Non sono gesti studiati; è la naturalezza che in vita non ha. Questo talento si appoggia al suo profilo avvenente, alla sua dizione impeccabile, e tuttavia può esprimersi soltanto se il sentire privato viene messo da parte.

Ogni malinconia di Julia, a confronto, appare brevissima, fintanto che questo dono riesce a elevarla, come se fosse sottintesa un’arte oggettiva, che via via si svincola dal vissuto della sua attrice e che, sotto altre sembianze, rimarrebbe inalterata. Il suo talento potrebbe esistere anche senza di lei, ma di lei cosa resterebbe? Non c’è Julia; c’è una «lei» vincolata a una delle sue parti o a tutte indistintamente, ed è il figlio Roger a metterla davanti ai fatti, l’unico a farla scoprire «umana» – almeno per qualche istante: «Tu non distingui tra verità e finzione. Non smetti mai di recitare, per te è una seconda natura. Reciti quando ci sono degli ospiti. Reciti con i domestici, reciti con papà, reciti con me. Con me reciti la parte della madre amorosa e indulgente, e celebre. Tu non esisti, sei solo le parti innumerevoli che hai interpretato».

Le parole di Roger, in fin dei conti, non cadono pesanti nelle ultime pagine. Per lui Julia non è finta, proprio perché fingere le viene naturale. Quella della madre è una verità altra da cui egli si emancipa: l’atmosfera irreale in cui è cresciuto lo ha reso incapace di credere in qualsiasi cosa, disilluso e malfidato verso ciò che può rivelarsi vuoto sotto la patina sfolgorante che lo cela. Rinnega tutto ciò in cui credono i suoi genitori e lo frantuma davanti a Julia: lei non si smentirà nella sua replica.

Chiuso il sipario

L'attrice Annette Bening nel film Being Julia, di Istvàn Szabò, tratto dal libro La diva Julia

L’attrice Annette Bening nel film Being Julia, di Istvàn Szabò, tratto dal libro La diva Julia

Ancora nella prefazione, Maugham scrive che lo spessore dell’artista dipende dai valori dell’uomo. E, in effetti, trovo che Julia abbia una propria rettitudine morale, anche se essa si declina in forme inconsuete. Julia è una madre comprensiva e, a suo modo, interessata. Tradisce Michael quando ha già smesso di amarlo. È seria e instancabile a teatro e, quando si sforza di assopire i dolori e la gelosia, non sembra farlo per se stessa ma, piuttosto, per la verosimiglianza della scena; e ogni volta che Julia si distacca da tutti i dispiaceri, sinceramente disinteressata, sembra davvero innalzarsi a quel livello di divinità dove il pubblico la situa.

Julia si sacrifica per la sua arte e, così facendo, salva la sua realtà: «Roger dice che non esistiamo. Macché, solo noi esistiamo davvero. Loro sono le ombre a cui noi diamo sostanza. Siamo i simboli di tutto questo trambusto vano e confuso che chiamano vita, e solo il simbolo è reale. Dicono che recitare è finzione. Questa finzione è la sola realtà».

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Camilla Gazzaniga

Camilla Gazzaniga

Come riconosci Camilla? Qualcosa di vintage addosso, un taccuino su cui far due conti per poi scriverne una filastrocca, e generalmente un berretto stretto così da non perdere nulla. Si orienta in città contando le mattonelle, svolta al primo portone scrostato, fotografa tutto e ripassa. È laureata in Filosofia con un lavoro sul corpo, il normale e il patologico. Si sta specializzando tra le università di Pavia e Lione, dove spulcia per qualche appunto in più. Se al «ciao, come stai?» sfodera un libro infilato in borsa e abbassa lo sguardo, non ti offendere, è solo timida!

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