Lilac Will: «Cantiamo in inglese per evadere dalle nostre stanze in affitto»

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In foto, la band Lilac Will. Il loro primo album si intotola Tales from the Sofa

In foto, la band Lilac Will. Il loro primo album si intotola Tales from the Sofa

Ho scambiato quattro chiacchiere con i Lilac Will, band di Roma che in qualche modo si oppone alla scena romana, allontanandosi dai canoni dell’indie pop e proponendo anzi un folk raro e delicato.

Il loro primo disco, anticonvenzionale e forse anche anacronistico per dei ragazzi così giovani, s’intitola Tales from the Sofa e vede la partecipazione di personaggi del calibro di Roberto Angelini.

La cosa che più mi ha colpito del disco è il fatto che sia contro ogni logica di mercato, quasi un disco «da vecchi», di quelli da ascoltare dall’inizio alla fine, lontano dalle dinamiche delle playlist, dei singoli con i ritornelli radiofonici e lontano dai tormentoni che conoscono anche gli amici degli amici. Quello dei Lilac Will è un esordio in sordina, intimo e trascinante. Ne abbiamo parlato anche con loro.

Per rompere un po’ il ghiaccio, avete voglia di spiegarci l’origine del vostro nome?

«Il nome è arrivato in modo naturale dopo che diversi brani erano già venuti alla luce. Cercavamo qualcosa che rispecchiasse il nostro stato d’animo nel suonare i pezzi, così il lilla della grande parete dietro al divano di una piazza e mezzo su cui ci stringevamo per provare gli arrangiamenti è diventata parte del nostro nome».

Come vi siete conosciuti a qual è il vostro background musicale?

«Ci conosciamo da una vita, i nostri percorsi musicali si sono intrecciati più volte prima di questo progetto.

«Veniamo da background differenti. Francesca viene da Janis Joplin e dagli anni ’90, Vincenzo e Giulio erano molto attratti da Motown e Funk. Quando abbiamo dato inizio a questo progetto, a fare qualcosa che fosse nostro, a parlare di noi, nessuno ha pensato alle sue origini, ma solo a dove si stava andando: il folk che sentite nel nostro disco».

Quali sono gli artisti a cui vi ispirate?

«Sicuramente la musica del Nord del mondo è stato un ascolto importante durante il periodo di stesura dei pezzi. Feist, Bon Iver, Florence + the Machine ci hanno ispirato molto».

La scelta di cantare in inglese è perché siete interessati a raggiungere un pubblico internazionale?

«È stata la lingua che ci permetteva di evadere un po’ dalle piccole stanze in affitto in cui vivevamo, dal caos romano, e nella quale siamo riusciti ad esprimerci nel modo più immediato. L’inglese ha “colonizzato” i nostri ascolti adolescenziali e non solo (quando cominciavamo a scrivere ci uscivano Joe Victor, Wrongonyou, Livia Ferri), quindi a quel tempo è stata la scelta più naturale».

La band Lilac Will in una foto di Marco Zanetti

La band Lilac Will in una foto di Marco Zanetti

Qual è il processo creativo che ha portato alla nascita di Tales from the Sofa? Ci volete parlare un po’ del vostro modus operandi?

«Non c’è un metodo standard. Ognuno di noi ha diverse idee. Dopo averle condivise, ci lavoriamo prima separatamente e poi insieme, finché non scatta la magia. Capita che un pezzo nasca e sia finito in due prove come che un’idea accantonata mesi prima diventi il cuore di un pezzo nuovo in pochissimo tempo».

Tales from the Sofa viene definito un disco «introspettivo» e questa introspezione l’abbiamo riscontrata anche nelle lyrics. È un disco molto intimo e a tratti poetico. Chi è la penna dietro a questi testi? Che cosa volevate esprimere?

«La penna è Francesca. È molto importante per noi che chi canta sia libero di farlo usando il proprio stile, le emozioni e i ricordi che sente più vicini, allo stesso modo di come chi suona uno strumento fa con le note, ma questo non rappresenta per noi una limitazione a livello di idee. Ad esempio, per May, il soggetto vincente è stato un sogno di Vincenzo. La scena di una persona che si risveglia in una macchina con una cicatrice sul mento senza ricordarsi come ci sia arrivato era quella che ricalcava meglio l’energia della canzone.

«È importante essere tutti e tre compatti sulle sensazioni a cui la musica ci riporta, in modo da ricreare questa coesione anche sul palco, una cosa che il pubblico apprezza molto. Vogliamo raccontare storie che ci spingano più in là. Storie di amici o inventate, che ci portino a conoscere un po’ di più noi stessi. Storie con cui confrontarsi».

Qual è stato il migliore live di cui avete memoria?

«Ce ne sono tanti che sono stati emozionanti. Sicuramente quello che ci ha dato più soddisfazione è stato il release party a ‘Na Cosetta a Roma. Vedere il locale strapieno di persone venute per ascoltare il nostro lavoro, la nostra musica, è stata un’emozione impagabile».

Sappiamo che state lavorando a uno spettacolo per presentare il vostro repertorio in forma teatrale e che vedrà la partecipazione di attori e ballerini. Avete voglia di parlarcene un po’?

«L’abbiamo fatto al teatro Fellini di Pontinia e sicuramente lo rifaremo. Per noi è stata un’esperienza bellissima. Come dicevamo, nel disco raccontiamo di storie e quello che abbiamo cercato di fare è arricchirle con parti narrate o danzate. È stato come dare tridimensionalità alla nostra musica».

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Giulia Perna

Giulia Perna

Meglio conosciuta come @machitelhachiesto. Salernitana di nascita e bolognese per amore di questa città. Ha conseguito il titolo di Laurea specialistica in Comunicazione pubblica e d'impresa presso l'Università di Bologna. Si definisce "malinconica per vocazione". Da grande vorrebbe osservare le stelle. Crede nella forza delle parole, nella bellezza che spacca il cuore e nella gentilezza rivoluzionaria. Le piace andare ai concerti, mischiarsi tra la gente, sentire il profumo del mare e camminare sotto i portici.

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