Proteste a Minneapolis: il prodotto del potere

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In foto, un manifestante sventola la bandiera degli Stati Uniti rovesciata, in segno di lotta, accanto a un edificio dato alle fiamme, giovedì 28 maggio 2020, a Minneapolis. Le proteste a seguito della morte di George Floyd, un uomo nero deceduto lunedì sotto custodia della polizia, sono esplose a Minneapolis per diverse notti di seguito (AP Photo/Julio Cortez)

In foto, un manifestante sventola la bandiera degli Stati Uniti rovesciata, in segno di lotta, accanto a un edificio dato alle fiamme, giovedì 28 maggio 2020, a Minneapolis. Le proteste a seguito della morte di George Floyd, un uomo nero deceduto lunedì sotto custodia della polizia, sono esplose a Minneapolis per diverse notti di seguito (AP Photo/Julio Cortez)

A fronte delle proteste che si sono scatenate negli Stati Uniti ho visto indignazione; si esprime disappunto perché sono violente. Ci si sta concentrando sempre più su questi atti che vengono presi, strappati dalle loro radici e isolati all’interno di una scatola dove, nell’immaginario collettivo elaboratamente costruito, prendono vita propria. In altre parole, si sta portando avanti esattamente quella narrazione per cui i manifestanti sono dovuti scendere in strada: la visione del mondo – e la sua conseguente costruzione – attraverso il filtro «bianco». Perché, in sostanza, alzare la voce davanti a questi avvenimenti significa semplificarli, significa snaturarli e ridurli ad assumere un livello di comprensione che serve a salvaguardare la coscienza di chi si indigna. Significa utilizzare un modo molto sottile per delegittimare la lotta contro la disuguaglianza e l’ingiustizia sociale.

Per affrontare nello specifico il discorso di queste proteste è, anzitutto, necessario riconoscere le fondamenta sociali sopra cui poggiano. È, inoltre, fondamentale tenere a mente questo concetto: c’è un legame forte e indissolubile tra potere e crimine.

Abbiamo fatto un mondo bianco

Little Rock, 1959: raduno nella capitale dello Stato, per protestare contro l'integrazione all'interno della Central High School. I manifestanti portano bandiere e cartelli statunitensi con la scritta «Il mix di razza è comunismo» e «Fermate l'avanzata dell'anticristo verso il mix di razze»

Little Rock, 1959: raduno nella capitale dello Stato, per protestare contro l’integrazione all’interno della Central High School. I manifestanti portano bandiere e cartelli statunitensi con la scritta «Il mix di razza è comunismo» e «Fermate l’avanzata dell’anticristo verso il mix di razze»

A livello globale, la visione occidentale della realtà si è imposta come dominante. Se parliamo di diversità etniche, significa che la pelle bianca è invisibile perché è lo standard usato per stabilire la normalità. Le persone bianche assumono, così, l’identità di persone ordinarie, non appartengono a una particolare «razza», sono semplicemente esseri umani. La persona bianca diventa la norma. Caratteristiche diverse da questo pacchetto predefinito necessitano automaticamente di essere specificate, in quanto rappresentano l’eccezione.

Se detto in questo modo può sembrare assurdo, è invece molto facile dimostrarlo osservando le descrizioni. Quando ci imbattiamo in una frase tipo «un ragazzo stava camminando per strada» diamo per scontato che la sua pelle sia bianca, anche se non c’è scritto «un ragazzo bianco». Al massimo possiamo trovare aggettivi come «pallido» o «candido», per indicare che è ancora più bianco di quello che ci si aspetta. Solamente in tutti gli altri casi il colore della pelle viene specificato perché sono l’eccezione alla norma e necessitano di essere definiti.


Questo è il mondo in cui viviamo, costruito attraverso la visione delle persone bianche, ed è fatto talmente a nostra misura che non lo vediamo. Se fosse uno spot pubblicitario riceverebbe la descrizione perfetta: così comodo da non sentirlo nemmeno.


Le persone bianche sono semplicemente persone, una condizione che eleva un gruppo ristretto a fare da portavoce per l’intera popolazione. Una cosa impossibile per altre identità etniche, a cui viene riconosciuta la facoltà di rappresentare solamente l’interesse della loro comunità. Parlare di bianchi significa parlare di esseri umani, parlare di neri significa parlare di esseri umani neri (e così per tutte le diverse identità etniche).

Rappresentare l’universalità, essere la norma, essere la definizione di cui tutti gli altri sono il contrasto, conferisce potere. Questo è il mondo in cui viviamo, costruito attraverso la visione delle persone bianche, ed è fatto talmente a nostra misura che non lo vediamo. Se fosse uno spot pubblicitario riceverebbe la descrizione perfetta: così comodo da non sentirlo nemmeno. Noi persone bianche non siamo coscienti del nostro colore di pelle. In fondo, in un mondo costruito a nostro vantaggio non ne abbiamo bisogno.

La costruzione del concetto di «crimine»

In foto, la rispettabile famiglia borghese americana protagonista della sitcom Leave it to Beaver, andata in onda dal 1957 al 1963

In foto, la rispettabile famiglia borghese americana protagonista della sitcom Leave it to Beaver, andata in onda dal 1957 al 1963

Il concetto di crimine viene fabbricato secondo l’ideologia chi si trova in posizioni di vantaggio e il modo in cui viene costruito è uno strumento utilizzato per mantenere la supremazia. Attraverso la legge, l’insistenza dei media nel portare avanti determinate narrazioni, la selettività degli eventi resi pubblici e la scelta di un linguaggio che ha il potere di condannare o giustificare a seconda dei casi, siamo persuasi a prestare un’enorme attenzione ai crimini commessi da individui che appartengono alle categorie più basse nella scala sociale, in modo da far passare inosservati quelli commessi dai potenti contro chi non ha potere.

Criminalizzarli è molto più facile: con che risorse potrebbero mai mettere tutto a tacere o quale visibilità hanno per convincere che il fine giustifica i mezzi? Nel discorso dominante il ritratto del crimine è selettivo e parziale, esclude specifici elementi per imporre l’immagine che si vuole condannare, quella più facile da mettere al rogo. Viene fatto un lavoro minuzioso per allontanare il più possibile certe figure e certe azioni da questa immagine, in modo da lasciare via libera a comportamenti ingiusti e dannosi, che vanno avanti perché tagliati fuori dalla definizione di crimine. I potenti che commettono reati si servono proprio di questo per mantenere un’apparenza di rispettabilità: non rientrando nello stereotipo, il contrasto è evidente e non si riesce a collegarli a «crimine». Questa facciata li fa sembrare più meritevoli dei loro diritti, legittimandoli a esercitare un intenso controllo sulla popolazione e, eventualmente, ad intensificare operazioni contro azioni di resistenza.


Ci si focalizza sempre sul basso, sui più vulnerabili, su chi può essere facilmente colpevolizzato, ma la causa principale del crimine è il potere.


Come si potrebbe mai dargli torto, quando la storia che ci viene narrata parla del pericolo che corre quel bravo cittadino sempre ligio al dovere e sempre pronto a fare sacrifici, al contrario di altri che, a quanto pare, hanno sempre avuto tutto e hanno agito per pazzia? Come si potrebbe mai dargli torto quando viene dato grande spazio alle azioni dell’individuo stigmatizzato contro l’individuo dalla facciata rispettabile, mentre le azioni dell’individuo dalla facciata rispettabile contro l’individuo stigmatizzato sono invisibili? Chi ci crederebbe mai che anche loro meritano di esercitare i propri diritti?

Vediamo il crimine attraverso gli occhi dello Stato, che ha fatto molta attenzione a tenersi fuori da quest’immagine. Ci si focalizza sempre sul basso, sui più vulnerabili, su chi può essere facilmente colpevolizzato, ma la causa principale del crimine è il potere. Lo stigma e la discriminazione mettono le persone nella condizione di compiere atti che vanno contro la legge in mancanza di altre possibilità. Allo stesso tempo chi ha potere non vuole rinunciarci e, indisturbato e al sicuro dietro parole che non lo possono incriminare, mantiene il suo status calpestando i diritti di tutti gli altri.

Le proteste a Minneapolis

27 maggio, Minneapolis: un ritratto di George Floyd affisso a un palo della luce, mentre alcuni poliziotti fanno la guardia al terzo distretto di polizia durante un faccia a faccia con un gruppo di manifestanti. La stazione è diventata sito di una protesta continua, dopo che la polizia ha ucciso George Floyd. Quattro poliziotti di Minneapolis sono stati licenziati dopo che un video, girato da un passante, è stato pubblicato sui social media, mostrando come il collo di Floyd veniva pressato contro il suolo, mentre egli ripeteva «Non riesco a respirare». Floyd è stato poi dichiarato deceduto durante la custodia, dopo essere stato trasportato all'Hennepin County Medical Center. Foto di Stephen Maturen/Getty Images

27 maggio, Minneapolis: un ritratto di George Floyd affisso a un palo della luce, mentre alcuni poliziotti fanno la guardia al terzo distretto di polizia durante un faccia a faccia con un gruppo di manifestanti. Foto di Stephen Maturen/Getty Images

Le proteste a Minneapolis sono causate perché è stato creato e mantenuto un mondo bianco. Sono causate dal potere e dalla discriminazione che subiscono le minoranze. Bisogna incolpare la noncuranza con cui si continua ad affrontare il problema, sempre rimandando, sminuendolo e senza veramente osservarlo in modo critico. In un mondo equo, quale necessità ci sarebbe per protestare? La gente che si indigna per la violenza delle proteste si preoccupa solamente che la facciata di quell’uomo bianco rispettabile possa essere scalfita.

Anche questo è molto facile da dimostrare, perché proteste violente accadono spesso in giro per il mondo. Un esempio è Hong Kong, dove vanno ormai avanti da un anno e hanno visto un incremento costante dell’uso della violenza. Eppure non ho visto la stessa rabbia e la stessa indignazione, le stesse argomentazioni dai toni feroci che condannano questi eventi. Il motivo è molto semplice: perché non accade in un Paese occidentale, quindi non ha importanza, non c’è pericolo che che la supremazia venga intaccata. La visione occidentale si è imposta come dominante e uno dei modi per mantenerla tale è difendere a spada tratta solamente ciò che la potrebbe far vacillare, anche attraverso l’uso delle parole.


Le condizioni in cui nascono le proteste vengono create proprio da chi, poi, deve correre a fermarle. Con un abile travestimento, l’artefice diventa l’eroe e così si guadagna la facoltà di difendere se stesso a ogni costo.


Quando si condanna solo una fetta molto ristretta di violenza, in realtà si condanna il tentativo di smantellare una piramide ben salda che favorisce pochi eletti. Porta avanti un discorso molto fuorviante che guarda solamente all’angolo illuminato della stanza, senza preoccuparsi di far luce sulle zone rimaste in ombra. È un discorso fatto di limiti, poco ragionato e che alimenta le cause del conflitto. Come dicevo all’inizio, è una forma molto sottile di violenza, un modo per mantenere l’idea che alcune vite valgono più di altre, che così è stato stabilito e così deve rimanere.

Le condizioni in cui nascono le proteste vengono create proprio da chi, poi, deve correre a fermarle. Con un abile travestimento, l’artefice diventa l’eroe e così si guadagna la facoltà di difendere se stesso a ogni costo. In fondo, gli altri non hanno mai contato nulla prima, in situazioni apparentemente più tranquille, perché dovrebbero contare ora? Eppure, un atto di oppressione, per quanto mascherato sia, resta quello che è. Potrebbe avere effetto nell’immediato, cioè placare la protesta, ma se non si agisce sulla causa, cioè sulla disparità e sull’ingiustizia che ne fanno da motore, l’unica cosa che si fa è restituire quel vestito sgualcito mettendoci una toppa sopra – pure compiacendosi del gran lavoro fatto – anziché offrirne uno nuovo.

In foto, uno dei manifestanti che hanno partecipato alle proteste di Minneapolis, a seguito della morte di George Floyd

In foto, uno dei manifestanti che hanno partecipato alle proteste di Minneapolis, a seguito della morte di George Floyd

Il comportamento della polizia appare come necessario solo perché ci si è premurati di creare il contesto adatto. Ma la polizia è avvantaggiata da quella facciata rispettabile e, sapendo che la legge proteggerà loro e non i manifestanti, è libera di vittimizzarli utilizzando metodi brutali, gli stessi che sono chiamati «criminali» se compiuti da altre persone. L’obiettivo è proprio questo: creare un buonsenso fatto di idee che giustificano le condizioni di disparità e renderle naturali ai nostri occhi. Viene normalizzata la vittimizzazione di gruppi, giustificata come «il giusto prezzo da pagare». Il giusto prezzo da pagare per mantenere la superiorità di alcuni. I colpevoli riescono a evitare la responsabilità, che viene scaricata su chi ha sempre subito ingiustizie.

Parlare solo contro le proteste senza indignarsi per le altre violenze significa accettare quel prezzo che viene continuamente fatto pagare alle stesse persone. Significa scagionare individui che creano molte più vittime e danni di quanto fanno i «comuni» criminali (quelli di cui abbiamo una bella immagine stereotipata in testa). Significa eliminare dal discorso le cause delle azioni e puntare il dito solamente sulle conseguenze. Significa esprimersi in favore di altra violenza: la disuguaglianza.

Indignarsi per un’unica forma di violenza non ha valore finché non ci si indigna anche per le ingiustizie subite da chi è stato relegato in basso. Non dimostra nessuno spirito pacifista se non si inizia a riconoscere tutti gli sbagli che vengono fatti, sia a livello sociale che personale. Non ha valore se l’unica violenza che si vede è quella più esplicita e si sminuiscono le sue molteplici forme. Non ha valore se è l’ennesima espressione di una visione egoista e paternalistica.


 

Fonti:
1. G. Barak, The Crimes of the Powerful and the Globalization of Crime (2015), Rivista Brasileira de Direito, 11(2), pp. 104-114.
2. S. Box, Power, Crime and Mystification (1989), London: Routledge.
3. R. Dyer, White (1997), London: Routledge.
4. Y. Jewkes, Media & Crime (2015), 3rd ed. London: Sage Publications.
5. S. Spencer, Race and Ethnicity: Culture, Identity and Representation (2006), London: Routledge.
6. S. A. Tate, D. Page, Whiteliness and Institutional Racism: Hiding Behind (Un)conscious Bias (2018), Ethics & Education, 13 (1), pp. 141-155.
7. S. Tombs, D. Whyte, Unmasking the Crimes of the Powerful: Scrutinizing States and Corporations (2003), New York: Peter Lang.
8. D. Tyrer, T. G. Patel, Race, Crime and Resistance (2011), London: Sage Publications.

About author

Giulia Colato

Giulia Colato

Nella mia vita è la curiosità a prendere le decisioni al posto mio. Ufficialmente studentessa di Sociologia e Criminologia, in realtà mi interesso a una lista smisurata di cose.

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