I nostri primi Pride: storie di orgoglio

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Roma Pride 2018 © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Roma Pride 2018 © partedeldiscorso.it / Lucia Liberti

Il Pride ha due ragioni d’essere: visibilità e comunità. Visibilità è l’atto politico di scendere per le strade e farsi vedere parte di qualcosa. Serve a far capire al mondo che esistiamo e che non siamo neanche poch*. La comunità, invece, serve a noi, a ricordarci che non siamo sol*.

Sappiamo che questo non sarà un anno con i soliti Pride perché con gli assembramenti di cui siamo capaci rischieremmo il contagio e il conseguente titolone di Libero I gay ci vogliono morti. Allora decidiamo di essere visibili e fare comunità in modi alternativi.

Oggi raccontiamo i nostri ricordi più belli dei Pride degli anni passati nello spirito di Parte del discorso: ascoltandoci con voglia di scambio e condivisione.

Queste storie bastano da sole per rispondere alla domanda «Il Pride serve ancora?».

Il Pride di Milena: accoglienza e liberazione

In foto, la nostra Milena durante l'Europride 2019 a Vienna, Austria

In foto, la nostra Milena durante l’Europride 2019 a Vienna, Austria

Il mio primo anno di Pride è recentissimo perché effettivamente si tratta solo dell’anno scorso! Il primo evento è stato un battesimo di fuoco perché ero andata a Vienna per l’Europride. Vedere tutte quelle bandiere svolazzanti, rappresentative anche delle sotto-minoranze, mi ha fatto sentire davvero nel posto giusto, per la prima volta veramente parte di una comunità. Per le persone bisessuali, asessuali, genderfluid, per le persone con disabilità (e tante altre) non è così scontato. Anche nelle associazioni LGBT+ non è raro imbattersi nelle peggiori forme di bifobia, abilismo e in altre discriminazioni interne. Ma lì ogni dubbio spariva, sentivo solo accoglienza.

Meno sentimentale, ma altrettanto memorabile, il secondo Pride dello stesso anno. Il Bologna Pride 2019 non sarà mai dimenticato dai presenti grazie a un preciso motivo: la grandine. Grandine grossa come pietre comparse all’improvviso a lapidare la massa frocia che si era riunita ai Giardini Margherita per la partenza del corteo.


‘Liberatevi! Liberatevi!’, dicevamo alle persone sotto i portici che ci guardavano tra il divertito e l’impaurito. Chissà che una di loro non abbia seguito il consiglio!


La grandine è stata la partecipante indesiderata che ha ferito qualcuno ma allo stesso tempo ha reso quel Pride leggendario. Tutti noi che abbiamo resistito fino alla fine, sotto la pioggia tutto il pomeriggio, abbiamo concluso il corteo sentendoci invincibili.

Nel frattempo, in pieno temporale, io e il mio amico Ric ci siamo gasati particolarmente. Io per carattere e lui per la bottiglia di superalcolici che aveva svuotato camminando. Abbiamo cominciato a urlare alla gente ai bordi della strada, fuori dal corteo. «Liberatevi! Liberatevi!», dicevamo alle persone sotto i portici che ci guardavano tra il divertito e l’impaurito. Chissà che una di loro non abbia seguito il consiglio!

Il Pride di Rosanna: necessario

Roma Pride 2018. Foto di Gabriele Russo, al Pride insieme alla nostra Rosanna

Roma Pride 2018. Foto di Gabriele Russo, al Pride insieme alla nostra Rosanna

Penso che, per alcuni avvenimenti, la prima volta sia in un certo senso la migliore: non solo per la novità dell’evento in sé, ma per il bagaglio di emozioni che trasporta. Nel 2018, dopo una serie di accadimenti, avevo finalmente ripreso in mano la mia vita e deciso, dopo almeno due anni di attesa, di andare al Pride. Un modo per celebrare la fine e il nuovo inizio del mio viaggio personale. Ho quindi messo ciò che di più sgargiante avessi nell’armadio – volevo essere leggera, luminosa, più me possibile – e sono partita alla volta di Piazza della Repubblica, a Roma.

Il mio primo pensiero appena scesa dall’autobus ed entrata nella marea di persone presenti è stato «Questo è il mio posto»: un mondo pieno di colore, vita, gioia, in cui persone di ogni tipo manifestavano l’amore e la libertà.


Il vero Pride inizia dopo, quando dai carri si leva il grido di protesta di tutte le persone che non vengono giudicate abbastanza dalla società.


Sono partita in marcia da sola ma, durante il tragitto, ho avuto modo di incontrare molt* mie* amic* e stare con loro, separarci e rincontrarci ore dopo. Ho assistito a balli e ballato io stessa per tutto il tempo, ho marciato accanto ai carri e ho avuto il cuore pieno, leggero e felice tutto il tempo – e nei giorni successivi.

Naturalmente il Pride non si conclude al Colosseo. Il vero Pride inizia dopo, nella vita reale, quando dai carri si leva il grido di protesta di tutte le persone che non vengono giudicate abbastanza dalla società: abbastanza per amare, per creare una famiglia, per essere integrate, per vivere in maniera dignitosa, orgogliose e felici di chi sono. Il Pride è e rimarrà necessario, finché ognuno non si renderà conto che le differenze e la violenza nascono dalla paura e dall’ignoranza, dal rifiuto e – perché no – a volte dalla semplice invidia di chi ha il coraggio di manifestare quando qualcosa non va bene.

Il Pride di Virginia: stupore

In foto, la nostra Virginia al Napoli Pride del 2018, in ottima compagnia!

In foto, la nostra Virginia al Napoli Pride del 2018, in ottima compagnia!

«Stupore» è la prima parola che mi viene in mente se penso al mio primo Pride.

Ricordo benissimo il momento in cui, in autostrada, ho chiesto a mio padre: «Vieni al Pride con me?». Non sapevo bene come spiegargli cosa sentivo, sapevo solo che volevo fargli fare un passo in avanti con me nella mia vita fatta di orgoglio e battaglie. Mio padre al Pride non è venuto, ma mi ha chiesto tantissime cose e ha voluto sapere ogni singolo dettaglio, a partire dai famosissimi Moti di Stonewall. Quando ho camminato per le strade, con orgoglio, un po’ l’ho sentito accanto a me.


Quel tumulto di colori e di volti emozionati mi ha fatto sentire parte di una storia che voleva essere raccontata.


Quel giorno ho preso un treno per Napoli, assieme al mio migliore amico. Avevamo dentro emozioni contrastanti ma sapevamo bene che non avremmo voluto essere da nessun altro posto. Appena arrivati in Piazza Dante, quel tumulto di colori e di volti emozionati mi ha fatto sentire parte di una storia che voleva essere raccontata. Io e il mio migliore amico siamo stati raggiunti da altre due persone importanti della mia vita, due alleati della comunità LGBTQIA+ che avevano scelto, con coraggio e non senza difficoltà, di essere lì a supportarci.

Il momento più emozionante è stato l’abbraccio con Lucia e Anna, finalmente dal vivo, in quella commistione di colori. Lucia ed Anna sono i cuori che hanno dato vita a Parte del discorso, il luogo sicuro di divulgazione di cui con orgoglio faccio parte.

Ricordo ogni singolo passo verso il lungomare, quella lunga parata che mi ha dato ancora più forza per far ascoltare la mia voce. Ero stupita del mio coraggio e fiera di percorrere quelle strade assieme alle persone che amavo. Non ho mai guardato il mare con occhi così emozionati e brillanti.

Il Pride di Eleonora: autoconsapevolezza e autostima

In foto, manifestanti al Sápmi. Foto di Marica Blind/Sameradion & SVT Sápmi

In foto, manifestanti al Sápmi. Foto di Marica Blind/Sameradion & SVT Sápmi

Sono sempre stata una ragazza casa, scuola e pista di atletica, con pochi amici. Fino agli ultimi anni delle superiori non mi sono particolarmente interessata alla sessualità, all’universo LGBT+ e alle questioni di genere. Oggi, a 23 anni, non ho mai avuto nessuna vera esperienza sessuale.

Nel 2018 ero partita zaino in spalla per la Svezia. L’ultimo giorno mi ritrovai per caso tra le vie centrali della città, attorniata da striscioni, cartelloni, bandiere arcobaleno. Capii di essere capitata nel bel mezzo del Pride. Iniziava così un percorso di conoscenza e consapevolezza che spero possa non finire mai.

Qualche mese dopo stavo approfondendo una non-relazione con una persona molto più grande di me, incapace di relazionarsi in modo sano e maturo. Nel frattempo io ero inesperta, ingenuamente innamorata e alla prima esperienza. Un disastro totale. Sono emersi disagi relativi al mio corpo, odio per me stessa, disgusto verso la mia fisicità e quindi anche verso quella degli altri e verso le relazioni fisiche, che comportano uno spogliarmi delle mie paure.


Non abbiate mai paura di scoprirvi, di essere voi stessi e di prendervi i vostri tempi.


A causa dei nostri blocchi personali non riuscivamo a comunicare. Non è colpa sua, non è colpa mia. Un giorno mi chiese con un velo di ironia se fossi asessuata. Lì per lì non diedi molto peso alla cosa e non feci caso al suffisso sbagliato. Ma da allora, e poi con il Pride di Glasgow durante l’Erasmus del 2019, le cose sono davvero cambiate.

Grazie alle persone che ho conosciuto, a Parte del discorso, alla mia forza di volontà, sto cercando di imparare ad amarmi, fare pace con i miei demoni e con il rimorso di essermi lasciata scappare una persona che, per quanto ignorante, ho fatto soffrire perché sono demisessuale ma non lo sapevo.

Non abbiate mai paura di scoprirvi, di essere voi stessi e di prendervi i vostri tempi.

Il Pride di Anna e Lucia: nasce Parte del discorso!

Siamo due adolescenti, Converse ai piedi e zaini in spalla. Usciamo dal vagone della metro, stazione Dante. Una di noi due ha una piccola camera compatta, pronta a filmare tutto e a raccogliere testimonianze. L’altra ci mette la sfacciataggine, quella che basta per fermare senza troppe remore i manifestanti, porre domande o chiedere anche solo una posa e un sorriso rivolti all’obiettivo.

Siamo a Napoli, è il 2014, è il nostro primo Pride e potremmo tranquillamente dire che Parte del discorso sia nato davvero – con tutti i suoi intenti e il suo spirito profondo – proprio in quella occasione.


Era una giornata di giugno particolarmente calda. Abbastanza calda da sciogliere un peso che si portava sulle spalle da parecchio, rendendo quel 2014 decisamente speciale (e decisamente migliore).


Lucia di quel Pride ricorda due fatti: era l’ennesima sfida di quegli anni alla propria famiglia, che mai avrebbe voluto che lei fosse lì, ed era anche la prima occasione in cui le capitava di fare amicizia con qualcuno in modo del tutto casuale, senza cioè che questa persona fosse un* compagn* di scuola, di sport, di oratorio, di cortile. Era la prima volta che sentiva che era possibile incontrare anime affini e sentirsi parte di una comunità in cui riconoscersi. Oggi Lucia a quel Pride guarda con tenerezza: perché era con Anna, che è ancora la persona più importante della sua vita e aspira a restarlo a lungo, e per l’inconsapevolezza di quel primo approccio a una collettività di cui scoprirà solo anni dopo di appartenere profondamente.

Anna di quel Pride ricorda una giornata di giugno particolarmente calda. Abbastanza calda da sciogliere un peso che si portava sulle spalle da parecchio, rendendo quel 2014 decisamente speciale (e decisamente migliore). Accanto a lei Lucia, con cui nasceva Parte del discorso, che le avrebbe legate a fondo e a lungo (e lo fa ancora oggi, immensamente). Davanti a lei una realtà grande, grandissima, che apriva il sentirsi finalmente parte di un gruppo senza compromessi. Sopra la sua testa, un cielo limpido, i sorrisi dei vecchi che con tenerezza salutavano dai balconi, i carri giganti che trasportavano una serie di inizi.

Intorno a entrambe, la loro Napoli, che non era mai stata così colorata.


Il Pride serve ancora? Sì. È importante per ognuna di noi. E, ora che abbiamo raccontato le nostre storie, vi passiamo virtualmente il megafono di Parte del discorso.

Raccontateci i vostri Pride in massimo 300 parole all’indirizzo info@partedeldiscorso.it entro il 26 giugno. Pubblicheremo i vostri ricordi.

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Milena Vesco

Milena Vesco

Nata ad Alcamo, in Sicilia. Ha preso molto sul serio il fatto che "in principio era il Verbo" e si è laureata in Comunicazione a Bologna. Adesso studia Semiotica, lavora e fa tante altre cose. Ad esempio sfila un paio di collant al giorno, mangia mayonese e si impegna per diventare ogni giorno se stessa.

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