Serodino, Argentina: sulle orme di Juan José Saer

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Foto di Giulia Di Filippo. Al centro dello scatto, un documento fotografico gentilmente concesso dal Ministerio de Cultura della provincia di Santa Fe

Foto di Giulia Di Filippo. Al centro dello scatto, un documento fotografico gentilmente concesso dal Ministerio de Cultura della provincia di Santa Fe

di Marcelo Scalona per barullo
traduzione di Giulia Di Filippo

L’11 giugno del 2005 ci lasciava lo scrittore argentino Juan José Saer. Lo ricordiamo con questo articolo di Marcelo Scalona che un anno fa visitava Serodino, il paese natale dell’autore, e ne ripercorreva la vita sulle le orme lasciate dai suoi romanzi e racconti.


È sabato, di mattina, sto andando a prendere il fotografo della rivista per andare a Serodino, cinquantacinque chilometri a nord di Rosario. Il paese, il nome del paese, Serodino, non ha nulla di epico o immaginario, ma è semplicemente il cognome del proprietario di quelle terre, don Pedro, che nel 1886 aveva donato alcuni appezzamenti e fondato, senza saperlo, un piccolo comune, o contado, che avrebbe dato vita alla costellazione di paesi immaginati, o meglio, costruiti nell’immaginazione, di quello scrittore nato nel 1937, il più piccolo dei Saer, Juani, «el turquito».

Un bambino riservato e ruffiano, i cui componimenti letterari erano già talmente incredibili quando aveva appena dieci anni, nel 1947, che dalla scuola 258, situata a venti metri da casa sua, la Casa Saer, dove c’era anche l’emporio del nonno, all’angolo tra calle Italia e avenida Santa Fe, avevano preso a spedirli al Ministerio de Educación di Perón perché cominciassero a prendere nota della scrittura di quell’alunno: come, perché, l’uso delle subordinate, l’oggettivismo, quel cambiamento nella percezione, non sapere se le cose siano reali, immaginate, ricordate, frammenti o insiemi, più confusi e complessi.

E quello era il luogo, davanti alla ferrovia, ma a ovest, dal lato del paese dove vivono i poveri. Un paesello identico, tale e quale a quello degli scrittori preferiti del bambino, altri giovani pallidi e rigorosi, seppur remoti e lontani, che avevano mentito persino sui propri nomi o su quelli delle loro case: Faulkner, García Márquez, Onetti, Yoknapatawpha, Macondo, Santa Maria, Paranà, Rosario, Montevideo e Buenos Aires.

La casa di Juan José Saer, a Serodino, Santa Fe, in una foto di Giulia Di Filippo

La casa di Juan José Saer, a Serodino, Santa Fe, in una foto di Giulia Di Filippo

Non appena arriviamo all’incrocio de La Ribera lasciamo l’autostrada, interrompiamo il mate e imbocchiamo la provinciale 91, dove subito rimaniamo folgorati dalla quantità di ceibos (il fiore nazionale dell’Argentina) che ci sono sul ciglio della strada, a sinistra o a destra, a seconda della direzione, se uno viene o va, lungo i quindici chilometri che si estendono verso ovest in direzione di Serodino, gli stessi chilometri che percorrono a piedi i fratellini Saer ne Il pomeriggio[1], in quella modesta avventura paragonata all’ascesa al monte Ventoso che Petrarca fa insieme al fratello minore e che è ora speculare alla lettura, questa e quella, la mia di adesso e quella di due bambini di dieci (Juani) e quattordici anni (Jorge, il fratello più grande), in quel mercoledì santo del 1947, quando la provinciale era una strada sterrata e aveva piovuto.

Del resto anche a Macondo pioveva sempre, perché la pioggia mantiene in moto la fantasia, altera il tempo e la percezione delle cose, rende più grigia la sconfitta dei terreni incolti, del granturco ormai secco, della terra sempre d’altri, nonostante don Serodino ne regalasse qualche appezzamento, e dei cipressi neri al di là della parete bianca del cimitero, dove Juani aveva avuto paura e Jorge gli aveva accarezzato la testa per tranquillizzarlo, impercettibile, ma così sicuro e affettuoso che Juani l’avrebbe ricordato cinquant’anni dopo, nella casa di Buenos Aires dell’amica e critica María Teresa Gramuglio, a Caballito, ovvero quando attraverso il personaggio di Barco scrive il racconto, un anno dopo la morte dell’ingeniero Jorge, suo fratello, il chimico, nonché professore e mio collega per quattro anni al Colegio La Salle, dove nel 1984 io ero sorvegliante e lui insegnava chimica, e tutte le mattine ci toccava stare uno vicino all’altro durante l’alzabandiera, nel cortile piastrellato e freddo di calle Mendoza al numero 4 triplo.


Juani era uno capace di ingraziarsi i maestri e che lui, insieme agli altri, i più irrequieti, l’avevano preso di mira e lo prendevano in giro per quello strano isolamento in cui viveva il bambino scrittore che già ruminava la solitudine e la lucidità del mondo narrato.


Quattro anni passati a chiedermi se quell’uomo, identico allo scrittore di Cicatrici, nonostante fosse il fratello, ammesso che lo fosse, se quell’uomo fosse lui stesso Saer, o se, visto che era un altro Saer, potesse raccontarmi i segreti di quello che mi sembrava, anche se non ne ero sicuro, perché allora non ne sapevo molto, quasi come adesso, ma comunque mi sembrava, e ne ero quasi sicuro, essere l’altro, quello che viveva in Francia, il migliore scrittore argentino dopo Borges.

Perché questo sì, lo sapevo, sapevo che tutto ciò che era cercare di inserirsi in questa comunità immaginaria di strade, Moreno, Belgrano o Dorrego, Italia e Santa Fe, era l’angolo della Casa Saer, ed era già stato scritto da Borges, e doveva venire da lì o dal suo superamento e così erano stati i primi racconti di Saer, En la zona[2], la zona di Borges, anche se in quello che chiudeva la raccolta, «Algo se aproxima», cominciava la biforcatura, l’indipendenza e la disputa di contestare al padre, Borges, o al nonno, Macedonio, il canone letterario argentino, a cominciare dal romanzo, la grande casa o La grande[3], l’edificio, quel vecchio emporio che è la patria, l’Argentina, e che Saer fu capace di scrivere e creare e includere, al contrario di Borges, che non seppe farlo, o non poté o non volle, o ci riuscì e scrisse, fedele al suo stile o al suo tono pudico e all’ellissi, lasciando in eredità un sentiero di orme, la drogheria di Recabarren per esempio, non dissimile da quella dei Saer-Anoch, dove Juani aveva cominciato a muovere i primi passi; quello stesso luogo che ci ha portato fin qui.

L'ex ferrovia di Serodino, Santa Fe, paese natale di Juan José Saer, in una foto di Giulia Di Filippo

L’ex ferrovia di Serodino, Santa Fe, paese natale di Juan José Saer, in una foto di Giulia Di Filippo

Ma che luogo è qui? Che luogo è l’oggi? È Serodino, un paese di quattromila anime, un tipico paese agricolo della pampa argentina, nella zona interna del Paese e della provincia di Santa Fe, a centodieci chilometri dall’omonimo capoluogo dove i Saer si trasferirono nel 1947, quando vendettero la casa di famiglia costruita nel 1889 per spostarsi in città. Serodino, dove erano conservati i componimenti letterari del «turquito», dice Abel Moyano, un suo vecchio compagno di scuola che vive ancora in paese; dice anche che Juani era uno capace di ingraziarsi i maestri e che lui, insieme agli altri, i più irrequieti, l’avevano preso di mira e lo prendevano in giro per quello strano isolamento in cui viveva il bambino scrittore che già ruminava la solitudine e la lucidità del mondo narrato, immaginato, ricordato attraverso l’epifania di una poesia, nonostante piovesse o avesse appena piovuto, proprio come era successo a Proust, che diverse volte Saer aveva cercato di contraddire, come nel racconto La mayor[4].

Attraverso la strada per raggiungere l’angolo di fronte alla Casa Saer e parlo con Aníbal, il meccanico, che nel suo giorno libero, da buon ospite, ci offre del mate. La sua proprietà è identica, gemella, a quella dei Saer. Gli dico che gli toccherà reinventarsi, che lì ci sarà il Centro Cultural Casa Saer e che gli converrà aprire una caffetteria o un bar per ricevere i turisti letterari, alunni, professori, persino i critici che prima o poi si prenderanno la briga di bersi una birra; tutte quelle persone che, a partire dall’anno prossimo o quello dopo ancora, verranno a conoscere questo luogo di memoria e divulgazione della cultura argentina, realizzato grazie al lavoro instancabile del piccolo paese e del governo della provincia di Santa Fe.


Non scriviamo di ciò che sappiamo né di ciò che non sappiamo, scriviamo di quello che riusciamo a intravedere, e finisce che il passato non è che un insieme di ricordi falsi per una memoria vera, e ho il sospetto che il motivo per cui le persone cambiano sia per poter rimanere se stesse.


Quest’ultimo ha appena acquistato la casa natale di Saer con l’obiettivo di fondare una casa della cultura e archivio, e di valorizzare una delle opere letterarie americane più importanti del XX secolo. Dico ad Aníbal che posso aiutarlo a trovare il nome per il bar e, con Marcia Bredice, professoressa di Lettere del paese che ci accompagna e ci guida per Serodino nonché integrante del gruppo Zona Saer, che diffonde l’opera dello scrittore santafesino a livello locale e nazionale e che ha appoggiato il progetto, cominciamo a stilare una breve lista di nomi o indizi saeriani: Cicatrici Café, per esempio, o Da Adelina, o Bar Glossa. Ma Tomatis, come sempre, Tomatis finisce per accaparrarsi tutti i premi, dalla performance ai dialoghi, anche quando non è che un’ombra su un vetro smerigliato[5], che non potrà mancare nella caffetteria.

Passato mezzogiorno, resta solo un posto aperto in paese per bere qualcosa, un vecchio bar che non è il Tokyo di Santa Fe ma che potrebbe benissimo essere la mescita del nonno di Nula dove, se vuoi una birra, ti servono solo bottiglie di Brahma piccole, però belle ghiacciate, e i gemelli fanno i compiti sui fogli di ricambio tolti dai loro quaderni rivestiti di fantasie colorate. La patina di vecchiaia o invecchiamento che spesso ricopre la prosa barocca e ricercata di Saer, la ricerca del tempo perduto, di Santa Fe, di Serodino o di Rincón.

Serodino, Santa Fe. Foto di Giulia Di Filippo

Serodino, Santa Fe. Foto di Giulia Di Filippo

Siamo già di ritorno sulla 91, ora i ceibos sono a destra, come l’Argentina stessa, dove con una certa periodicità tutto torna a destra. Non so dire con esattezza, dopo tanti anni, se il Negro Ielpi, il poeta rosarino, me l’abbia raccontato ieri o un mese fa o nel 2017, ma eravamo seduti a un tavolo del Bar El Cairo di Rosario (simile a quello che sarà il Bar Tomatis di Serodino), quando a un certo punto lui mi fa: «Ho conosciuto Saer a Rosario verso la fine degli anni Cinquanta. Io seguivo le lezioni a Lettere e Filosofia e anche lui, poche volte al mese, veniva in facoltà, dove conobbe quella che sarebbe diventata sua moglie, Bibi Castellaro. Anche lei, come me, studiava Lettere, ed eravamo amici di due grandi critiche letterarie argentine, Josefina Ludmer e María Teresa Gramuglio».

In quegli interregni dei suoi viaggi, o nel racconto di Ielpi, io (io?) vado a Santa Fe per vedermi con Saer e con qualche altro poeta del gruppo, Hugo Gola e Mario Medina, a casa della madre di Mario, a due passi da un hotel a ore, anch’esso di proprietà di doña Natividad. Li vedo lì, nella stanza della grande biblioteca, mentre ascoltano musica e parlano di letteratura in un fine settimana qualsiasi.

In un paio di occasioni alla riunione partecipa anche un invitato famoso, Roa Bastos o il vecchio Juan L. Ortiz, che arriva in barca da Paranà, con i capelli al vento e la sua lunga pipa e il silenzio e la sua aura fantastica di veli diafani, alla luce di un mezzogiorno inesistente; e poi una visita inaspettata, quella di un giovane scrittore di nome Néstor Sánchez, che aveva appena pubblicato il suo primo romanzo, Nosotros dos. Doveva essere il 1970, perché io devo aver avuto nove anni, e nessuno riusciva a spiegarsi come fossi arrivato lì a Colastiné[6], ma mi fecero restare perché ero un bambino e già scrivevo, malinconico e silenzioso, e anche alcuni dei miei scritti venivano inviati al ministero delle lettere, delle metafore e degli aggettivi.

Colastiné, Santa Fe. Foto di Giulia Di Filippo

Colastiné, Santa Fe. Foto di Giulia Di Filippo

Non scriviamo di ciò che sappiamo né di ciò che non sappiamo, scriviamo di quello che riusciamo a intravedere, e finisce che il passato non è che un insieme di ricordi falsi per una memoria vera, e ho il sospetto che il motivo per cui le persone cambiano sia per poter rimanere se stesse: le premesse letterarie di Juan José Saer, lo scrittore argentino più importante dopo Borges. Potremo discutere, poi, nel Bar Tomatis, davanti alla Casa Saer, a Serodino, se il dopo Borges sia solo cronologico o essenziale o canonico.

Non ci sono ceibos sul ciglio della strada quel giorno, in quel pomeriggio del 1947. Se ci fossero stati, oggi, mentre li vedo tornando verso Rosario, gli alberi avrebbero una forma più reale di quella del mondo; si troverebbero, da quel mercoledì santo, nella fitta foresta della realtà del linguaggio e noi parleremmo, o parleremo o abbiamo parlato, sempre, del vero ceibo di Juan José Saer.


[1] In J.J. Saer, Luogo, nottetempo, 2007. 
[2] Raccolta inedita in Italia, pubblicata per la prima volta nel 1960. 
[3] La grande è l’ultimo romanzo di Saer, rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 2005. [4] In La mayor, raccolta inedita in Italia, pubblicata per la prima volta nel 1976. 
[5] Il riferimento è al racconto Sombras sobre vidrio esmerilado, contenuto nella raccolta Unidad de lugar, pubblicata per la prima volta nel 1967 e inedita in Italia. 
[6] Colastiné è un paesino del litorale appena fuori Santa Fe. Saer visse lì dal 1962 al 1968, quando si trasferì in Francia per insegnare all'Università di Rennes. 

Juan José Saer (1937 – 2005) è stato uno dei grandi scrittori argentini della seconda metà del Novecento. Trasferitosi a Parigi nel 1968, ha lavorato come professore di letteratura all’Università di Rennes. In Italia, nottetempo ha pubblicato la sua ultima raccolta di racconti, Luogo, mentre La Nuova Frontiera ha pubblicato i romanzi Cicatrici, L’indagine, L’arcano, Le nuvole, Glossa e Il fiume senza sponde. Trattato immaginario.

Marcelo Scalona è uno scrittore argentino. Dal 1999 collabora con il quotidiano Rosario/12. Dal 2008 cura la collana di narrativa Adán sin costilla della casa editrice Fundación Ross, con cui ha pubblicato il romanzo Enrarecido, e dal 2010 cura la collana di narrativa Ciudad y Orilla della casa editrice Homo Sapiens. Attualmente collabora con il quotidiano rosarino La Capital e le riviste La revistas Treball, Boga, Faro, Caravana Cultural e Semana de las Letras. Il suo ultimo libro è la raccolta di poesie Mapa (Alción, 2014).

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Giulia Di Filippo

Giulia Di Filippo

Classe ’94, Roma. Mi piacciono il viaggio, la letteratura, l'editoria, la traduzione, il buon vino e il cinema argentino. Più di tutto, mi piace lo spagnolo. Tra le altre cose, imparo come tenere in piedi una casa editrice e a ballare tango.

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