Il ruolo delle tribù autoctone indiane nella ripresa economica post-Covid

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In foto, una donna indiana di etnia Gond

In foto, una donna indiana di etnia Gond

Gli effetti del Covid-19 hanno il potenziale di gettar luce sui problemi meno definiti, riconoscibili e temporalmente circoscritti, che costituiscono le maggiori minacce per il nostro pianeta e per le sue popolazioni. Prime fra tutte il cambiamento climatico e la crisi ecologica. L’emergenza e le chiusure che il virus ci ha imposto si sono rivelate benefiche per l’aria delle città, divenuta improvvisamente respirabile, limpida e silenziosa. Un cambiamento che non è rimasto confinato alle nostre città e che ha letteralmente «scoperto» migliaia di città del pianeta, solitamente avvolte in una fitta nebbia di smog e agenti inquinanti.

In un Paese come l’India, una delle economie mondiali che bruciano più carbone, il consumo di questo combustibile è crollato del 30% e la minore domanda, per cui invece era previsto un raddoppio entro il 2040 secondo i dati dell’International Energy Agency, potrebbe condurre alla ricerca di energie rinnovabili. La protesta della tribù Gond contro l’apertura di nuove miniere nella foresta di Hasdeo Arand, zona centrale dell’India, a sud-ovest di Calcutta, accomuna questa tribù alla geograficamente lontana popolazione in protesta per la difesa della foresta di Hambach, nel cuore della Ruhr tedesca.


Se osservato anche nei suoi effetti ambientali, questo virus può farci riflettere sul ruolo centrale delle tribù autoctone e delle comunità locali nel sostegno delle aree rurali contro la crisi ecologica.


Sotto la foresta di Hasdeo Arand infatti si trovano più di un miliardo di tonnellate di carbone che fanno gola ai gruppi minerari indiani, nonché al governo nazionalista indù di Narendra Mohdi, pronto a concedere autorizzazioni che riducono la protezione della natura (63 autorizzazioni su 70 richieste solo nel 2019). Un nazionalismo sfruttato a livello propagandistico, irrispettoso dei diritti delle popolazioni Adivasi (nome dato alle tribù originarie dell’India, queste tribù contano oggi circa 104 milioni di abitanti), che rivendicano invece la difesa delle foreste e della vita selvatica come elemento centrale della loro cultura, fondata sul rispetto dell’equilibrio tra uomo e natura, e che si appellano al loro diritto a non essere sfrattati dalle loro terre ancestrali. Questa zona, ricca di biodiversità, non assume solamente un significato spirituale per queste tribù, ma costituisce il punto di partenza per le attività lavorative e per la loro sopravvivenza: fiori, frutti, semi, radici e tuberi utilizzati come nutrimento e come medicinali; legno, foglie ed erbe per la realizzazione di suppellettili artigianali (corde, stuoie, scope, cesti e costruzioni)

Simili difficoltà devono essere affrontate anche dalla tribù Idu Mishmi, concentrati nella valle del Dibang, distretto indiano confinante con il Tibet, che si oppongono alla realizzazione delle diverse dighe pianificate per questa regione. Per anni la salvaguardia delle specie di tigri endemiche – ne esistono di sei colorazioni diverse solo in questa zona – è stata la principale battaglia politica e ambientale di questa tribù; ora, vi si aggiunge quella contro la costruzione di dighe che minaccerebbero l’habitat delle specie animali in via di estinzione e che metterebbero ulteriormente a rischio una zona già fortemente sismica, costringendo inoltre queste tribù allo sfratto.

Membri della tribù Mishmi in una foto del marzo 1922 di J. F. Rock per The National Geographic

Membri della tribù Mishmi in una foto del marzo 1922 di J. F. Rock per The National Geographic

Se osservato anche nei suoi effetti ambientali, questo virus può farci riflettere sul ruolo centrale delle tribù autoctone e delle comunità locali nel sostegno delle aree rurali contro la crisi ecologica. L’affidamento al senso di responsabilità per la loro terra a alla loro saggezza ancestrale aiuterebbero a superare anche quella lotta tra ONG ambientaliste e organizzazioni a protezione delle popolazioni indigene. Un esempio di questa diatriba è la richiesta di associazioni ambientaliste di dichiarare invalido il Forest Rights Act (2006) che accordava alle tribù Adivasi il diritto a vivere, presiedere, cacciare e utilizzare i prodotti delle terre ancestrali, anche nei casi in cui venivano occupate zone protette. Elementi che richiamano alla mente la battaglia di Greenpeace contro la caccia alle foche in Groenlandia, animale in via di estinzione, ma unica fonte di sostentamento per le popolazioni inuit durante l’inverno artico.

L’inversione della domanda per le fonti energetiche come il carbone, e la dimostrazione che una crescita economica post-Covid potrebbe essere alimentata da ricerca e investimenti in fonti energetiche rinnovabili e pulite, potrebbe altresì favorire una attenzione maggiore per le popolazioni autoctone e per il rispetto dei loro habitat e della loro memoria come contrasto alla tendenza omologante della globalizzazione. In questo nuovo possibile modello, noi consumatori, con la nostra domanda di energia, giochiamo un ruolo fondamentale.

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Erica Dal Passo Carabelli

Erica Dal Passo Carabelli

La passione per le lingue straniere mi ha portata a studiarle all'Università e a rendere Berlino, Montpellier, Jena, Venezia e Modena un po' casa mia e ha alimentato un' insaziabile curiosità per storie e persone di cultura diversa. La passione per la traduzione a prediligere i libri in lingua originale. La passione per la natura ad amare la montagna, a coltivare ortaggi disparati, a salvare tartarughe marine assieme al WWF. Uno dei piaceri più grandi? Leggere, con musica di Handpan in sottofondo, dopo aver terminato la mia sessione di sport quotidiana.

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