È una femmina? Condoglianze!

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Immagine tratta dal film One Child Nation (Nanfu Wang e Jialing Zhang, 2019)

Immagine tratta dal film One Child Nation (Nanfu Wang e Jialing Zhang, 2019)

Nel 1979 in Cina è stato approvato il Programma nazionale per il controllo delle nascite. Tale scelta nasce dall’esigenza di mettere un freno all’eccessiva crescita demografica del Paese per raggiungere un maggior benessere economico e sociale. Ça va sans dire, il successo della pianificazione dipende dall’intera collettività. Infatti, secondo il Programma, le coppie sposate e residenti in città possono avere un solo figlio. La regola risulta invece meno rigida per le coppie residenti in campagna. Oggi in Cina esistono delle cellule di controllo che autorizzano la procreazione in base alle Quote nascita assegnate annualmente dal governo per ogni provincia. Se le Quote crescita della popolazione dovessero essere inferiori alla soglia prevista, potrebbe essere consentito il concepimento di un secondo figlio[1].

La scelta portata avanti dalla Cina non è di certo esente da critiche. In primo luogo, l’utilità economica e sociale del Programma è discutibile, perché la popolazione cinese nel giro di pochi decenni è andata incontro a un considerevole invecchiamento, ossia un aumento delle persone economicamente non produttive[1]. Soprattutto, però, il Programma viene attuato calpestando i diritti umani e servendosi di aborti forzati, sterilizzazioni, percosse, minacce nei confronti di chi mette al mondo più di un figlio o una figlia.

A questo punto il problema si intreccia con la parità di genere. Se in Cina il figlio unico è maschio, i genitori sono ben contenti di avere un erede. Ma se nasce una femmina, cosa succede?

Dove sono le bambine?

In Cina, ogni anno perdiamo le tracce di 900.000 bambine. Dove finiscono? Foto di michael podger su Unsplash

In Cina, ogni anno perdiamo le tracce di 900.000 bambine. Dove finiscono? Foto di michael podger su Unsplash

Si calcola che nel mondo nascono in media 100 bambine ogni 106 bambini. In Cina tra il 2000 e il 2004 sono stati registrati 124 maschi ogni 100 femmine e lo squilibrio non sembra diminuire. Ciò significa che ogni anno perdiamo le tracce di 900.000 bambine solo in Cina[1]. Come è possibile? Dove finiscono?[2]

Alcune sono abbandonate, altre sono nutrite così poco da morire entro l’anno di vita, altre ancora non nascono nemmeno. In questo caso parliamo di aborto selettivo, ossia della pratica di terminare la gravidanza in base al sesso del nascituro. In poche parole: se il feto è femmina, la donna abortisce.

Per limitare la pratica degli aborti selettivi, in Cina è diventato illegale cercare di sapere il sesso del figlio prima della nascita. Le sanzioni per chi infrange questa regola sono gravi e possono anche comportare l’incarcerazione. Tuttavia questi divieti sono facilmente aggirabili, sia perché un’ecografia sottobanco ha un costo molto basso, sia perché esistono numerose agenzie che trasportano clandestinamente e fanno esaminare provette di sangue materno a Hong Kong, dove non esistono restrizioni[3].

Vorresti un maschietto o una femminuccia?

Se con un figlio hai una discendenza, con dieci figlie non hai nulla e in Cina puoi partorire un solo figlio: vorresti un maschietto o una femminuccia?

Se con un figlio hai una discendenza, con dieci figlie non hai nulla e in Cina puoi partorire un solo figlio: vorresti un maschietto o una femminuccia?

Perché la nascita di una bambina è considerata una maledizione? Perché alcune neonate vengono abbandonate o fatte lentamente morire di fame solo perché femmine? Perché in Cina viene volontariamente cancellata parte delle popolazione femminile? Quale colpa atroce possono aver commesso delle bambine?

La risposta viene da una delle donne intervistate dalla giornalista cinese Xinran nell’inchiesta Le figlie perdute della Cina:

Noi gente di campagna eravamo terrorizzati all’idea che il primogenito fosse femmina. Se era così, voleva dire che per una generazione intera, o anche per diverse generazioni, la famiglia non avrebbe potuto guardare a testa alta la gente del villaggio! Che cos’è se non una calamità?[4]

Nella cultura cinese (e non solo, non prendiamoci in giro) maschi e femmine sono considerati su due piani nettamente diversi. Un maschio infatti eredita il nome della famiglia, può svolgere diversi lavori e possedere beni mobili e immobili. Una donna invece perde il nome della famiglia, deve essere data in sposa con un matrimonio per cui sono necessari soldi, non può possedere nulla e non è considerata capace di svolgere attività manuali. Per questi motivi una figlia femmina risulta un peso morto, un’inetta da mantenere, come afferma una contadina intervistata da Xinran:

Noi non possiamo cavarcela senza un figlio maschio. Nessuno brucerebbe per te l’incenso al tempio degli antenati. Ma non è solo questo il motivo […]. I funzionari responsabili non ci danno nessun pezzo di terra in più quando nasce una bambina, e la terra coltivabile è talmente poca che le bambine morirebbero comunque di fame.[4]

La risposta alle nostre domande risulta ora chiara. Se con un figlio hai una discendenza, con dieci figlie non hai nulla[5] e in Cina puoi partorire un solo figlio: vorresti un maschietto o una femminuccia?

Lo strazio nel cuore

Ma cosa succede nella mente di una donna incinta in un simile sistema?

Se nasce una bambina, una donna sa che deve trovare il modo di «sistemarla», di sbarazzarsi di lei. Ogni donna conosce le opzioni disponibili. Se riesci a conoscere il sesso del feto, lo tieni solo è maschio. Oppure se ti nasce una femmina la puoi annegare, soffocare o abbandonare su una scalinata. Le neonate sono piccole e fragili, non sprecherai nemmeno troppo tempo. La faccenda importante è liberarsi di quell’errore. Visto che puoi avere un solo figlio, sforzati di partorire l’opzione migliore, ossia il maschio. Del resto si sa, il sesso di un feto dipende interamente dalla madre, giusto? Se per sbaglio partorisci una femmina, rimedia e vedi di rimanere incinta il prima possibile. Di un maschio, s’intende. Questo è lo scopo della vita di una donna, è risaputo.

Se si nasce all’interno di un certo sistema di idee, è difficile riuscire a distaccarsene e non avrebbe davvero senso mettere alla berlina delle donne che sono solo marionette di un sistema marcio. Tante madri interiorizzano a tal punto il concetto della superiorità del figlio maschio da sentirsi inette e fallimentari laddove partoriscano una o più bambine:

Una come me che non riesce ad avere un maschio non ha via di scampo, giusto? Se non mi crede può chiedere a qualsiasi altra donna.[4]

La questione diventa sempre più atroce man mano la si esamina. Xinran afferma di aver incontrato donne con storie diverse, ma tutte con lo strazio nel cuore. Da una parte c’è infatti il terrore di poter essere fallace e difettosa a tal punto da dare alla luce una femmina. La gravidanza si trasforma così in una lunga agonia verso un traguardo che può sancire tanto la vittoria quanto l’umiliazione di una madre. In questo orizzonte, inoltre, una donna non ha valore in quanto essere umano, ma solo come incubatrice vivente. Concetti come rispetto, realizzazione, successo personale non trovano davvero spazio in una realtà in cui una donna ha sopra la testa, immenso e doloroso, l’imperativo di partorire un figlio maschio.

Dall’altra parte resta cristallino e luminoso il fatto che una madre resta una madre. Anche se la politica del figlio unico è legge, anche se la mentalità è quella che abbiamo tratteggiato, non è raro che una donna reputi la propria figlia degna di stare al mondo. A questo punto però il cuore si fa a pezzi perché sono numerose, ma anche taciute, le storie di donne che portano a temine la loro gravidanza tra minacce e percosse, partoriscono una bimba e provano a crescerla indipendentemente dal suo sesso e in mezzo a innumerevoli difficoltà. Non sono rare le madri che danno in adozione la loro figlia tra lacrime e disperazione sperando che cresca in un luogo in cui essere donna non è una vergogna[6].

Fino a quando?

In foto, Chai Ling, ex studentessa leader nelle proteste di piazza Tiananmen del 1989

In foto, Chai Ling, ex studentessa leader nelle proteste di piazza Tiananmen del 1989

Chai Ling, leader del movimento di Tiananmen ha definito il Programma come il più grande crimine contro l’umanità attualmente in atto, lo sventramento segreto e inumano di madri e figli, un Olocausto infinito che va avanti da trent’anni.

Reggie Littlejohn, presidente dell’associazione Women’s Rights Without Frontiers ha presentato una sua relazione sul tema alla Commissione esecutiva sulla Cina del Congresso americano[7], ma ad oggi non sono ancora state portate avanti manovre utili per sradicare quello che rimane un infanticidio di genere tanto sanguinoso quanto silenzioso.

Come mostra il documentario It’s a girl, esistono Onlus impegnate su questo fronte. Tuttavia, senza sostegni da parte dello Stato e senza un buon appoggio, i risultati non possono essere eclatanti.

Senza peccare di sterile retorica, sono l’educazione e la cultura le armi da impiegare in questa atroce battaglia. Solo educando le donne al rispetto di sé, alla consapevolezza della parità di genere, all’esistenza di diritti inalienabili per qualsiasi essere umano, potremo vivere in un mondo in cui una bambina ha addirittura il diritto di respirare.

Gli esseri umani sono l’unica specie che sa volare sulla Luna e che sa scrivere poesie, forse è anche il momento di accantonare le disuguaglianze di genere.


Note e fonti:
1. Sonia Montella, Figlio unico, il dilemma della Cina,su AgiChina 24
2. Il fenomeno si verifica anche in India, Vietnam, Pakistan e Corea del Sud, Azerbaijan, Georgia, Armenia, Montenegro, Albania.
3. Infanticidio femminile, aborti selettivi: la strage delle bambine, su Magazine delle donne.
4. Xinran, Le figlie perdute della Cina, Longanesi 2011.
5. Antico proverbio confuciano.
6. It's a Girl (Evan Grae Davis, 2012).
7. Reggie Littlejohn, Founder and President, Women’s Rights Without Frontiers, su womensrightswithoutfrontiers.org.

About author

Giulia Mauri

Giulia Mauri

Giulia Mauri è laureata in lettere e insegna alle scuole medie. Si dice sia nata da una malsana mescolanza tra South Park, Nirvana, Cowboy Bebop, Moravia, Pavese, Bojack Horseman e tante cose belle. Troppo pallida, oscenamente timida, fortemente introversa, talvolta sarcastica. Ama i fumetti, l'animazione, i cani e la montagna.

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