L'autoritratto in blu: imperturbabile melanconia di un ritmo indomabile

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Una pagina del libro di L'autoritratto in blu, di Nòemi Lefebvre, edito da Safarà Editore. Foto di Ylenia Del Giudice

Una pagina del libro di L’autoritratto in blu, di Nòemi Lefebvre, edito da Safarà Editore. Foto di Ylenia Del Giudice

«I mutamenti nel linguaggio sono allora lo specchio della sensibilità ai colori delle diverse società e il compito dello storico sarà scorgere nell’evoluzione del lessico cromatico le tracce di una storia sociale dei colori».

Michel Pastoureau è uno storico dell’arte e scrittore conosciuto ai più per i suoi saggi storici sui colori. Ho voluto iniziare da questa sua citazione per raccontare la grandezza di un romanzo di sole 113 pagine: L’autoritratto in blu di Noémi Lefebvre, pubblicato da Safarà editore nel gennaio 2020.

#DietroUnLibro oggi andrà ancora più dietro le quinte, spogliando il testo di tutti i suoi strati di blu per cercare di arrivare alle ossa di questo romanzo, attraversandone il corpo.

L’autoritratto in blu: il romanzo che accompagna il lettore

Sembra a prima vista una guida emozionale alla lettura. Continuità dei caratteri, breve presentazione dell’autrice un flusso di coscienza come partenza istantanea. Il lettore non riesce subito a razionalizzare lo spazio e, solo dopo le prime pagine, si rende conto di essere oramai intrappolato nella storia. È una prigione ordinata, pulita, in un giustificato che contiene il vagabondare della mente – del lettore e della protagonista – nello spazio sicuro creato dall’inchiostro su carta. Così, su un aereo Berlino-Parigi, il lettore si siede comodo, prende il suo libro fra le mani e lascia vagare i pensieri.

Non avevo sentito il decollo eppure volavo e, visto che non appartengo alla specie viaggiatrice, il volo in quanto volo avrebbe potuto, di per sé, sconvolgermi, l’altitudine bastare a buttarmi giù e invece volare non mi faceva proprio niente, a mia sorella sì. […] Volare mi fa effetto, mi fa sempre effetto come al primo volo, vedevo l’effetto su di lei ma su di me no, ho detto che sentivo ma non sentivo, era per non cominciare, ho aperto il libro e mi ci sono immersa. Mi sforzavo di dimenticarmi di tutto nel libro, di farne parte, di non pensare più a niente all’infuori del libro, di non sentire altro che gli occhi sulla carta ma, ovviamente, vedevo benissimo dimenticarmi e tentare di diventare e sforzarmi, tanto che non ero immersa in un bel niente, non diventavo un bel niente e sentivo assolutamente tutto.L'autoritratto in blu, Noémi Lefebvre, pp. 8-9

L’autoritratto in blu: la seconda di copertina che sa raccontare

Questa seconda di copertina è l’esempio perfetto di come bisognerebbe raccontare brevemente un romanzo. Senza svelarne gli effettivi contenuti, troviamo qui i punti importanti che permettono al lettore la libertà di scelta consapevole. Non ci sono cambi di rotta o rivoluzioni nella trama: la protagonista, in viaggio verso Parigi, alterna i suoi pensieri come una macchina da stampa.

Le testine si muovono da una parte, scattano, rallentano, ripartono; un attimo di sosta per la pulizia delle testine e di nuovo scatto, ripartenza, inchiostro che cade sul foglio. Tempi per riprendere fiato, per riempire la testa e tentare di convincersi che stiamo davvero leggendo il nostro libro con attenzione.

L’autoritratto in blu: l’apertura al lettore

L'opera Impressione III: Concerto dell'artista Vasilij Kandinskij

L’opera Impressione III: Concerto dell’artista Vasilij Kandinskij

Il romanzo si apre con una verità: non essere in grado, in qualche occasione, di spegnersi fra le pagine di un romanzo. Come fosse specchio della carne del lettore, Noémi Lefebvre – e la sua traduttrice Susanna Spero – propone un personaggio comune, ironico e a tratti nevrotico, con qualche piccolo tic a prima vista. Un personaggio che sembra chiacchierare troppo e che invece, per tutti i novanta minuti di volo, non parla quasi mai.

Si perde nei pensieri, nelle traduzioni, in ricordi legati ai brevi momenti passati con il pianista e compositore tedesco-americano che sembrano essere un cumulo di errori e di ripensamenti, di azioni improvvisate e di pensieri postumi che trascendono dal semplice incontro al Kaiser Cafè al Sony Center. In questi incontri, un passo alla volta, si giunge a parlare dell’ossessione del pianista per Arnold Schönberg, musicista e co-autore de L’autoritratto in blu.

L’autoritratto in blu: le affinità elettive

L’autoritratto in blu toglie il fiato. L’assenza di punteggiatura e di pause richiama alla mente la caratteristica di Saramago, che non è qui copia ma strumento per esprimere al meglio l’esplorazione del mondo della memoria e di quel passato che, fino a poco prima, è stato presente.

Musica, pittura e memoria collettiva in una Berlino del 1942 legata a luoghi, immagini e linguaggio. Una lingua e le sue traduzioni sono al centro di una vorticosa pennellata en plein air. Da qui si irradiano percorsi paralleli che si ricongiungono in un punto per poi disperdersi. Questo è l’elemento chiave che mi consente di ammettere che L’autoritratto in blu è un romanzo che scatena l’affinità elettiva di cui parlava Goethe.

All’improvviso il lettore si interessa, senza saperlo coscienziosamente, a un aspetto in particolare delle riflessioni della protagonista. Poco dopo, inizia a porsi domande sugli accenti sottolineati dalla viaggiatrice e, di nuovo, sposta l’attenzione altrove. Ci si sente affini e incuriositi, mai annoiati. Spronati a rivedere aspetti della storia della musica, dell’arte e dell’evoluzione sociale: sembra quasi impossibile poter terminare il romanzo senza dire «ancora una pagina, una sola, giuro che è l’ultima».

L’autoritratto in blu: la storia in un colore

La teoria dei colori è un libro di Johann Wolfgang von Goethe

La teoria dei colori è un libro di Johann Wolfgang von Goethe

Sulla traccia del blu, composta e lineare, la protagonista sembra immobile. Un aereo che appare quasi più vecchio di come potrebbe essere; uno spazio definito fra le pagine, fra i sedili, e infinito, invece, nella testa di lei. Con pochi punti cardine si avviano riflessioni apparentemente melanconiche sugli amori perduti, lasciati indietro o andati avanti senza di noi, che perdono forma divenendo, improvvisamente, slanci di lucide ebollizioni di idee.

Con un solo colore si possono ripercorrere infiniti corridoi, aprire infinite porte ed esplorare infiniti mondi. L’autoritratto in blu è un romanzo simmetrico, musicale e probabilmente pensato secondo la Zur Farbenlehre, la teoria dei colori di Goethe. A questa stessa teoria molteplici artisti e filosofi si sono ispirati, rifiutando con coraggio quelle invece proposte da Newton un centinaio di anni prima.

L’autoritratto in blu: domare le emozioni

Scriveva Hegel in Filosofia della natura: «Ognuno sa che il colore è oscuro rispetto alla luce. Il giallo, rispetto alla luce, è anche oscuro. Newton dice: la luce non è luce, ma oscurità, è composta di colori, e nasce perché si mischiano i colori, la luce quindi è l’unità di queste oscurità. […] In tempi recenti si è dato impulso alla nascita dei colori grazie a Goethe, in quanto questi ha attaccato quello che ha esposto Newton, e che, dopo di lui, si è ripetuto pappagallescamente da un secolo e mezzo».

Seppur distante dalla metodologia di Goethe, Hegel riconosce in lui un guizzo di animus che permette di vedere i colori non più come qualcosa di innaturale e distante, estremamente preciso. Finalmente i colori prendono forma, hanno un peso e un significato, riscoprono percezioni e sentimenti assopiti. L’autoritratto in blu scatena proprio questo: un crescendo di piccoli stati di ansia, di tranquillità, di melanconia e serenità, senza mai far schizzare in alto il crescendo del Bolero di Ravel.

Arnold Schönberg, conosciuto dagli esperti in materia musicale per la sua rottura degli schemi, è anche il punto di rottura del ritmo freneticamente quieto del romanzo. La dodecafonia proposta da Schönberg è il nuovo ordine tra le dodici note della scala cromatica, un ordine che ispirò Kandinskij in opere come Impressione III: Concerto, del 1911. Il pittore intendeva catturare il suono interioretrasporre con i colori quell’emotività che Schönberg tradusse, per esempio, nei Klavierstücke op. 11. 

L’autoritratto in blu: la rottura

La quarta di copertina del libro L'autoritratto in blu, di Nòemi Lefebvre, edito da Safarà Editore. Foto di Ylenia Del Giudice

La quarta di copertina del libro L’autoritratto in blu, di Nòemi Lefebvre, edito da Safarà Editore. Foto di Ylenia Del Giudice

Si rompono gli schemi, si rompe l’impianto classico del flusso di coscienza e si rompe l’irrefrenabile istinto di domare le emozioni. Ci si sente sopraffatti, dunque, leggendo L’autoritratto in blu. Si vorrebbe giungere al dunque, a una risposta per una domanda che non viene in realtà mai posta. Le riflessioni che nascono in ogni riga sono fine a loro stesse per qualcuno; per altri invece assumeranno sempre nuove forme. Ogni lettura sembrerà diversa dalle precedenti, ogni pagina assumerà un ritmo diverso.

L’autoritratto in blu: l’oggetto libro

L’oggetto libro è l’ultima cosa che si osserva. Una copertina plastificata opaca, morbida al tatto. Un’elaborazione grafica che ricorda inevitabilmente Kansinskij. Pagine morbide, avorio, che non interferiscono sul ritmo veloce e calzante dell’occhio del lettore. Piccoli dettagli rendono unico il testo e la casa editrice: la breve spiegazione del blu, il costo del libro in alto a destra, la quarta di copertina dedicata esclusivamente a brevi impressioni estrapolate dalle grandi testate internazionali.

L’autoritratto in blu è un romanzo senza tempo. Un romanzo da rileggere, da lasciare nelle librerie come fosse un ponte fra la nostra realtà controllata e quella incontrollabile delle emozioni, dei colori, dei suoni.

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Ylenia Del Giudice

Ylenia Del Giudice

Classe '89, romana. Appassionata dell'arte in generale, di mercatini e di tutto ciò che non conosco, lavoro in una tipografia tra inchiostri e grafiche. Non amo affatto le imposizioni e mi piace sperimentare perché mi annoio spesso. Dormo poco, bevo tanto caffè e sono una fan dei telefoni spenti.

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